COLLOQUIO CIAMPI-PURI PURINI Un’Europa misurata dai giovani

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Il Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi spiega all’ambasciatore Antonio Puri Purini valori e strategie per il futuro italiano

«I nostri giovani viaggiano, stringono amicizie, usano nuovi strumenti di comunicazione. La conoscenza annulla le frontiere, non solo geografiche».
«Un continente più coeso garantirebbe la crescita civile, sociale ed economica dei Paesi aderenti». «Il populismo vero rischio per la nostra politica».

Nei giorni scorsi l’ambasciatore Antonio Puri Purini, mancato venerdì sera, aveva incontrato il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi per un colloquio sui temi dell’Europa e dei valori della politica. Pubblichiamo qui, in esclusiva, una parte dell’intervista che, in versione integrale, è disponibile online all’indirizzo http://www.ilsolea4ore.com/cultura. Sul giornale di oggi, a pagina io, il ricordo dell’ambasciatore firmato da Stefano Folli.

Ambasciatore Puri Purini: Caro Presidente, lei rimane sempre la voce della pacatezza, dell’equilibrio, della determinazione. Comincio a domandarmi se queste doti siano sufficienti per affrontare la crisi morale che colpisce l’Italia e l’Europa. È necessaria una nuova e impegnativa mobilitazione. La deve condurre nuove generazioni. A lei la responsabilità di incoraggiarci con la forza del suo esempio nella battaglia contro la demagogia, il populismo, la stupidità. Presidente Ciampi Caro Ambasciatore, mi chiama a una battaglia assai difficile. Razionalità, responsabilità, intelligenza sono merci rare. Pur se non sono pochi coloro che ne sono provvisti, e costantemente ne fanno buon uso, la loro voce risulta flebile perché ragionare e far ragionare è faticoso; implica di dire anche cose sgradevoli per chi ascolta. La loro capacità di attrarre è di molto inferiore a quella di chi urla, di chi si stracciale vesti per qualunque cosa, di chi preferisce sollecitare sensazioni epidermiche; di chi predilige sguazzare nel malcontento. Come ex Governatore della Banca d’Italia ho sempre presente la legge di Gresham «la moneta cattiva scaccia la buona». Chi ha responsabilità di Governo, di indirizzo nella società deve avere la costanza, la determinazione di illustrare con chiarezza le situazioni, le proposte, i probabili effetti; deve avere l’umiltà di ascoltare con sincera partecipazione le ansie, le preoccupazioni, le aspettative della gente, e farsene interprete. In questa fase, il populismo è anche una risposta di tipo primitivo al malessere sociale; allo stravolgimento di culture, di tradizioni, nazionali e locali, determinato dalla globalizzazione e dalla diffusione delle nuove tecnologie, intese nella loro accezione più ampia, le cui ricadute travalicano gli aspetti economici e produttivi estendendosi a quelli della cultura, dell’informazione, della formazione, scolastica e professionale. Vanno scomparendo mestieri, professioni, competenze sostituiti da nuove figure professionali, i cui contenuti e definizioni sono tuttora incerti. Dobbiamo chiederci se i Governi, l’Europa hanno "preparato" i cittadini a questi eventi che agiscono velocemente e in profondità; dobbiamo chiederci se sono stati approntati rimedi adeguati alle novità; se è stato predi-sposto l’avvio di strumenti istituzionali, normativi, economici, sociali per accompagnare queste trasformazioni che, implicano, al tempo stesso, benefici e sacrifici, opportunità e svantaggi. La globalizzazione, le nuove tecnologie superano, rendono superflue delimitazioni, frontiere. Uso volutamente la parola "frontiere", la cui etimologia rimanda a Paesi che si fronteggiano; il nuovo ambito che si va formando supera questo concetto e implica che tra Paesi, ancorché segnati da confini geografici, si vadano determinando integrazioni, collaborazioni, effetti e destini comuni. Per la mia generazione, per la mia cultura sono novità stravolgenti, ma sono anche un traguardo insperato. Puri Purini: Vi sono state delle mancanze gravi. Questo è certo. E nessuno ha curato a sufficienza il sentimento di una comune appartenenza europea. Tutti parlano tanto di comunità di valori, ma si ispirano poi a Margaret Thatcher. Sono venuto a trovarla anche per un’ulteriore ragione. Non riesco a nascondere l’indignazione per come si parla dell’Europa in Italia. Non osservo alcuna discussione seria sul nostro destino europeo. Alla televisione si esibiscono personaggi che parlano senza cognizione di causa e disorientano gli italiani. La campagna elettorale offre spazi crescenti a sentimenti antieuropei, animati da nemici insidiosL Nei confronti dell’Unione europea si va creando una disinformazione maligna:basta seguire il tentativo di addossare alla Commissione di Bruxelles la responsabilità dell’imposizione dell’Imu. Non parliamo poi dell’euro. Questo tema viene affrontato nella maggioranza dei casi a ruota libera. Abbiamo dimenticato i vantaggi arrecati dalla moneta unica. Buona parte dell’opinione pubblica è convinta che l’Unione europea sia la fonte dei nostri mali e non la chiave per risolverli. La responsabilità della televisione nel diffondere ignoranza è grave. Ma che Paese siamo diventati? Perché siamo caduti così in basso? Ancora quindici anni orsono non era così. Tuttoquesto,caro Presidente, Lei lo sa meglio di tutti.

Ciampi: Citando San Paolo potrei dire di aver «combattuto la buona battaglia». Sì, per l’Europa, insieme con tanti altri, abbiamo combattuto, con passione e determinazione,battaglie per vincere indifferenza, ostilità, pregiudizi. Ne abbiamo un vasto campionario. Non dobbiamo dimenticare che una parte rilevante del sistema imprenditoriale italiano, subito dopo la guerra, osteggiava l’apertura ai commerci, temendo di non essere in grado di fronteggiare la concorrenza; i partiti di sinistra contrastavano l’adesione alla Comunità economica europea, vista come un ulteriore strumento del capitalismo, sistema che dove-va essere abbattuto. Dobbiamo aver presente che ogni qual volta che l’Italia viene investita da unitisi si cerca di addossarne la responsabilità ad "altro" […]. Un proverbio inglese dice: «As you make your bed, so you must lie in it»; corrisponde presso a poco al nostro «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». Noi siamo coricati nel letto che abbiamo preparato con le nostre azioni, con le nostre negligenze; con i nostri governanti, nei Parlamenti – quello nazionale e quelli locali – con la nostra classe dirigente nelle Amministrazioni pubbliche, nelle aziende, nelle rappresentanze economiche, sindacali, sociali. Una larga parte degli italiani in questi anni ha preferito adagiarsi e farsi cullare nelle illusioni, piuttosto che affrontare i sacrifici necessari, per porre rimedio a situazioni difficili, ma sostenibili; in primis un ripensamento serio, approfondito dell’organizzazione dello Stato. Tradendo lo spirito dei Padri costituenti si è dato corpo a un sistema che, lungi dal fornire in modo efficiente servizi ai cittadini e alle imprese, ha moltiplicato i centri decisionali, ha ingigantito la burocrazia, ha fatto lievitare i costi, è stato occasione di ruberie e malaffare, come testimoniano i fatti degli ultimi decenni.

Puri Purina: Ma non c’è solo l’Italia. Anche il dibattito europeo è esasperante nella lentezza dei progressi compiuti. Scadenze cruciali – unione bancaria, bilancio, federalismo, unione politica – vengono affrontate troppo lentamente. Mi rendo conto che il 2012 verrà ricordato come l’anno in cui l’euro è stato messo in sicurezza, ma mi sembra presto per cantare vittoria. I pericoli che sovrastano l’Unione europea non sono solo di natura finanziaria. L’interesse nazionale rimane il principale protagonista. L’obiettivo dell’unione politica sembra essersi dileguato. Per quanto tempo potremmo andare avanti con la politica dei piccoli passi?

Ciampi: Ho scritto e affermato più volte che l’Europa perla mia generazione è stata un ideale, un obiettivo per porre fine in modo definitivo a guerre che avevano insanguinato il nostro continente, prodotto distruzioni, generato dittature, odi, sete di vendetta, oscurando il patrimonio di civiltà che per secoli aveva fertilizzato il mondo intero. […] La mia generazione voleva porre fine anche a politiche economiche basate su protezionismi, su riduzioni degli scambi, su svalutazioni per garantirsi temporanei vantaggi competitivi; politiche che tra le due guerre mondiali avevano aggravato la crisi, facendo regredire le economie. Volevamo consegnare alle nuove generazioni, affrancate da nazionalismi e da angusti orizzonti, un continente pacificato, dove ogni cittadino godesse della libertà, in tutte le sue declinazioni; dove le risorse impegnate nella costituzione e nel mantenimento degli eserciti fossero, invece, indirizzate soprattutto ad accrescere il benessere dei singoli e dei loro Paesi; dove l’iniziativa privata riacquistasse il suo ruolo centrale nella creazione di ricchezza; dove le diversità di cultura, di costumi, di esperienze storiche e sociali, non solo convivessero e fossero valorizzate, ma si contaminassero reciprocamente, per trarre da siffatte diversità quanto di meglio esse avevano saputo produrre in termini di civiltà e di progresso. Molto è stato fatto in questa direzione; valutiamo con orgoglio i tanti risultati positivi conseguiti. Gli europei, oggi, si muovono senza limitazioni da un Paese all’altro del continente; un gran numero di studenti beneficia del progetto "Erasmus"; ricercatori di Paesi diversi collaborano in progetti comuni; le imprese localizzano gli stabilimenti secondo le convenienze; le politiche comunitarie sono state e sono determinanti nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi; i fondi comunitari finanziano in larga misura progetti dei singoli Paesi. Molto resta ancora da fare; molte sono le resistenze a ulteriori progressi Non è un mistero che alcuni Paesi continuino a ritenere che l’Europa debba essere essenzialmente una ampia zona di libero scambio e, pertanto, resistano, ovvero frappongano ostacoli a iniziative tendenti a modificarne le caratteristiche istituzionali, ad accentrare decisioni, modalità organizzative e operative. […] Una Europa più coesa garantirebbe, come si può ricavare dall’esperienza degli Stati federali, la crescita civile, sociale ed economica dei Paesi aderenti. […] Come cittadino europeo, come uomo delle istituzioni, per cultura e formazione ho condiviso e mi sono adoperato per il passaggio dalla Comunità all’Unione, con il conseguente progressivo spostamento di competenze dai Paesi membri verso Bruxelles. Direttive, regolamentazioni, interventi della Corte di giustizia hanno già inciso su tradizioni, costumi, diritti fondamentali, che differivano da Paese a Paese, rappresentandone elementi identitari. Sono state poste le premesse per la formazione di uno Stato federale. La creazione della moneta unica, sotto questo aspetto cruciale, segna in questo percorso un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno. È necessario proseguire in questa direzione; l’incertezza sul futuro crea sbandamenti; l’instabilità diventa un elemento strutturale; se protratta essa può portare alla disintegrazione dell’Unione. La modifica dell’equilibrio tra i poteri del centro e quelli degli Stati membri ha fatto venir meno la peculiarità istituzionale della Comunità, la cui configurazione si collocava tra le organizzazioni intergovernative e gli Stati federali; configurazione che ha consentito una profonda integrazione, facendo crescere, al tempo stesso, gli Stati membri. Del nuovo modello non sono ancora chiaramente esplicitati né le caratteristiche istituzionali, né il processo per la sua definizione. Con i Trattati di Maastricht e di Lisbona è stata impressa all’Unione una forte dinamica sovranazionale, che supera la tradizionale politica europea costruita sugli Stati nazionali; politica, peraltro, spiazzata dalla globalizzazione, che ha reso, di fatto, insufficienti o peggio inutili centri decisionali locali. Data la rilevanza di queste innovazioni sono necessari sia il sostegno della volontà popolare, sia l’architettura giuridico-istituzionale: entrambi sono finora mancati. La Commissione non è espressione dei "cittadini europei"; l’intergovernamentalismo rappresenta ancora il modo principale di decidere sulle questioni rilevanti; il principio di maggioranza è valido solo per alcune materie; la Bce non ha tutti i poteri di una Banca centrale. Soprattutto, proprio per l’ Eurozona non sono stati approntati rimedi efficienti alla coesistenza tra Paesi con surplus e Paesi con deficit strutturali. Potrei continuare a elencare le contraddizioni che rendono complesso, se non inefficiente, l’attuale Governo dell’Unione. Inefficienza e insufficienza si riscontrano nel funzionamento della moneta unica; è solo grazie a una gestione avveduta della Banca centrale che si è fatto fronte all’intrinseca debolezza dell’attuale configurazione dell’Eurozona. Ribadisco quanto già affermato in altre occasioni; l’istituzione della moneta unica non era un traguardo, ma il mezzo per accelerare il processo di unione dell’Europa. Di questo erano consapevoli coloro che decisero di dare all’Europa una sola moneta: responsabili dei Governi e banchieri centrali. Sapevamo che si sarebbero introdotti nel sistema elementi di instabilità che potevano essere eliminati solo con la costituzione di un centro unico di Governo dell’economia dell’Unione. In breve, con il passaggio a una struttura federale dell’Unione europea. Di fronte alla situazione di grave disagio della Grecia, insopportabile per chi crede a principi di fratellanza, di mutuo soccorso, basati sull’appartenenza a una civiltà e a una storia comuni, mi chiedo se la doverosa esigenza di rimettere a posto le finanze pubbliche, subito e a costo di immensi sacrifici, sia il passaggio obbligato per costruire una vera Unione. Non vorrei che fosse piuttosto il grimaldello tecnico, messo in atto con algida volontà, per ripensare al progetto dell’Unione, perseguito con coraggio, con lungimiranza, con generosità da molti, in primo luogo, da Jacques Delors e da Tommaso Padoa-Schioppa.

Puri Purin1: Chi ci può dare coraggio, se non chi ha vissuto una vita come la Sua? Come si spiega che la politica abbia paura di parlare d’Europa, che rimanga immobilizzata in un linguaggio rituale e burocratico? Com’è possibile che la classe dirigente italiana sia diventata così indifferente? Come si spiega questo silenzio assordante?

Ciampi: Ho percorso un lungo tratto di strada; se volgo lo sguardo indietro non provo nostalgia del passato, degli anni della giovinezza, della formazione culturale e civile, della formazione della famiglia, delle responsabilità assunte. Preferisco guardare ai progressi, ai miglioramenti compiuti dal nostro Paese sotto tanti aspetti, civili, economici, sociali. Non ho mai creduto in filosofie della storia che teorizzano uno sviluppo lineare. La storia delle nazioni, come quelle delle famiglie, degli individui, presenta momenti di avanzamento e momenti di stallo. Il processo di integrazione europea non fa eccezione. La crisi che da anni scuote il mondo, e l’Europa in particolare, crea tensioni, paure. I governanti cercano di preservare il benessere acquisito dal proprio Paese, rinunciando a progetti ambiziosi; corrispondendo alle richieste di tutela da parte delle categorie più colpite dalla recessione. Si affievolisce il sentimento di solidarietà all’interno degli Stati e tra gli Stati. Tuttavia, sono certo che le difficoltà economiche e sociali saranno superate, che uomini di Governo accorti e responsabili sapranno riannodare i fili di una Unione europea coesa, Patria comune di centinaia di milioni di individui, con un passato importante da salvaguardare e con prospettive di ulteriori avanzamenti.
Questa convinzione mi viene dal comportamento delle nuove generazioni; i nostri giovani viaggiano, conoscono altri Paesi, stringono amicizie; utilizzano in modo intenso i nuovi strumenti di comunicazione che consentono loro di essere informati, di comunicare, di partecipare. La conoscenza annulla le frontiere, non solo quelle geografiche, apre le menti, predispone a cogliere le occasioni che offre il nuovo.

Puri Purina: Ha ancora significato ricordare la responsabilità dell’Italia come Stato fondatore in Europa o si tratta ormai di un richiamo da buttare alle ortiche? Come coinvolgere un’opinione pubblica preoccupata e diffidente? Dove si sono nascoste le élites italiane? Perché tanta cautela da parte delle forze politiche? È possibile nutrire qualche speranza?

Ciampi: Non partecipo più da tempo al dibattito politico che si svolge nel Paese, non solo per una questione anagrafica, che induce a riflessioni di carattere più strettamente personale, ma anche per il riserbo che mi sono imposto dopo aver ricoperto la carica di presidente della Repubblica. Non sono certo che le categorie di analisi che mi hanno guidato nei diversi ruoli di Governo della cosa pubblica siano ancora adatte per interpretare la realtà attuale; ritengo, però, che alcuni principi rimangano alla base del buon Governo, dell’etica pubblica: onestà, correttezza, spirito di sacrificio, discrezione; coraggio delle proprie azioni, anche di quelle impopolari Non è poco, non è facile; soprattutto, condividendo la constatazione manzoniana che «il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare».

AMBASCIATORE Antonio Puri Purini
UNA LUNGA CARRIERA

Antonio Puri Purini avrebbe compiuto 71 anni il prossimo 22 maggio. Ha servito lo Stato per quarant’anni come diplomatico, da Washington a Monaco di Baviera, da Tokyo a Madrid, a
Strasburgo ed è stato, dal 2005 al 2009, ambasciatore a Berlino. Prima dell’esperienza in Germania è stato chiamato al Quirinale, quale consigliere diplomatico del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Una lunga strada ripercorsa nel libro «Dal colle più alto» (il Saggiatore, pagg. 328, 17,50), con prefazione dello stesso presidente Ciampi. Puri Purini, sposato con Rosanna Donà dalle Rose, lascia quattro figli.

Fonte: http://www.corteconti.it/export/sites/p … 882563.txt




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