Clil all’italiana.

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Maturità, la prova in lingua resta fra i buoni propositi.

di Thomas Bendinelli.

I più calmi attenderanno domani, quando i nomi dei Cerbero designati verranno resi pubblici sul sito del Ministero dell’Istruzione, i più ansiosi hanno trascorso la notte insonne in internet e questa mattina faranno la coda davanti alle segreterie delle scuole per sapere i nomi dei commissari esterni alla maturità. Che da ieri sono ufficiali quest’anno, ad alimentare gli incubi notturni dei maturandi, non ci sono però solo i commissari ma anche il Clil, acronimo che sta per Content and Language Integrated Learning e che nella testa degli studenti si materializza in prove orali balbettanti con domande a freddo di storia o matematica in lingua inglese o tedesco. Bel problema: per alcuni potrebbe essere complicato farlo in italiano e l’idea di abbozzare una risposta in lingua richiama già Totò che scambia «hobby» per oboe, che pronuncia «bricfist» il breakfast o che traduce «How do you do» in un improbabile «due più due fanno?». Effetto lungo della riforma Gelmini, da quest’anno parte della terza prova o dell’esame orale in lingua straniera approda per la prima volta alle prove di maturità in tutte le scuole superiori, dai licei ai professionali. Partita con ambiziosi progetti, questo pezzo di riforma ha però dovuto fare i conti con il Paese reale. Fosse sufficiente scrivere le leggi per trasformare la realtà, l’Italia avrebbe molti problemi in meno, dal deficit allo spread che ci guarda a vista solo per citarne alcuni, nemmeno i principali. E così è stato per il Clil: nel progetto originario si sarebbe dovuti arrivare quest’anno a un’intera materia non linguistica insegnata in lingua straniera, con tanto metodologia didattica apposita. Peccato che mancassero le risorse per la formazione e insegnanti in grado di insegnare storia, geografia o altre materie in inglese o francese non si inventano dalla sera al mattino. Passo dopo passo, la norma è stata alleggerita fino alla versione attuale, ovvero quella che prevede «un’applicazione graduale che tenga conto della situazione e delle necessità delle singole scuole». Insomma, uno o più moduli, giusto per tenere i piedi per terra. Non solo, è stato anche deciso che almeno per quest’anno le domande in lingua su altre materie potranno essere fatte solo se il commissario interno è lo stesso che ha fatto le lezioni Clil in classe. I casi concreti non saranno quindi molti. «Il fatto che molti commissari siano quelli di lingua straniera vuole valorizzare la tendenza – afferma Gregorio Musumeci, per anni responsabile Clil al Pastori -, ma di sicuro bisogna tener conto del fatto che le scuole non hanno avuto la possibilità di formare il personale». Da anni il Lunardi è capofila della rete Clil delle scuole bresciane, un progetto all’avanguardia: «Abbiamo formato tanti docenti – conferma il preside del Lunardi -, peccato che non ci siano risorse adeguate». Né per la formazione, né per il riconoscimento economico degli insegnanti che decidono di affrontare questo percorso: «Che è molto impegnativo – sottolinea Taddei -, e quindi per farlo bisogna anche essere molto motivati dal momento che il riconoscimento economico di fatto non c’è». Donatelli Preti, dirigente del liceo Leonardo, rileva: «La colpa non è delle scuole e non è dei ragazzi: se ci saranno domande in lingua il peso che queste avranno nella valutazione sarà inevitabilmente relativo. La maturità è fatta per valorizzare i ragazzi, non per punirli per responsabilità non loro». A scanso di equivoci il Miur ricorda d’altronde che la prova orale in lingua sarà «sulla base della programmazione del Consiglio di classe risultante dal documento del 15 maggio». In attesa che il progetto Clil navighi in acque e risorse adeguate, per gli studenti cavia di quest’anno il terrore della domanda di storia in inglese dovrebbe venir meno ma, si sa, la paura non sempre è razionale.
(Dal Corriere della Sera, 4/6/2015).

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