Città che vai, “rosicone” che trovi Roma vince la sfida dell’”italiano glocale”.

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Città che vai, “rosicone” che trovi
Roma vince la sfida dell’”italiano glocale”.

di Giuseppe Antonelli.

Città che vai, italiano che trovi. Qualcuno forse ricorderà Massimo Boldi che, nei panni di un buffo cuoco toscano, domandava: “Come si dice da voi a Milano?”. Era più di trent’anni fa: gli schef non erano ancora master e il cibo non era ancora slow. Eppure anche oggi, se additando un pesce, una verdura o un frutto, chiedessimo come si dice da voi?”, potremmo sentirci rispondere in tanti modi diversi a seconda della città di provenienza. “Spigola” o “branzino”? “Fagiolini” o “cornetti”? “Anguria” o “cocomero”? “Melone” o “popone”? Sempre in tema di gusti e sapori (scarsi, in questo caso), quello che a Milano è “insipido”, a Roma è “sciapo”, a Napoli “sciapito” e a Firenze “sciocco”. Il titolo dell’ultimo romanzo di Domenico Starnone è “Lacci”, in copertina due scarpe legate tra loro. Ma in molte zone dell’Italia settentrionale e della Toscana quelli si chiamano “stringhe”, tra Venezia e Trieste c’è chi usa “aghetti”, tra Verona e Modena “cordoni”, a Firenze qualcuno le chiama “spighette”.
Non sono propriamente parole dialettali: sono parole o espressi italiane, ma di uso locale. Retaggio di una secolare tradizione di divisioni e municipalismi, queste espressioni sono ben vive in vari ambiti della vita quotidiana. E spesso portano con sé un valore espressivo, giocoso, affettivo: basta pensare ai tantissimi modi usati in tutta Italia per esprimere il concetto “marinare la scuola”. Un riflesso della differenziazione geografica tipica dei linguaggi giovanili, che pure – nella loro base comune – devono molto a un primitivo nucleo milanese. E’ dal gergo snob dei giovani “montenapi”, infatti, che dopo la metà del secolo scorso si diffondono i vari “di brutto” (tantissimo”), “non esiste” (non va considerato), “mai visto” (eccezionale), “montato” (pieno di sé).
I saggi raccolti in un volume uscito da poco di Pietro Trifone (“Città italiane, storie di lingue e di culture”) consentono di leggere in chiave storica queste differenziazioni geografiche. E di ricostruire il processo che , specie a partire dall’unità d’Italia, ha portato verso una diffusione nazionale di voci originariamente locali. Manzoni, per dire, considerava tipiche dell’uso milanese espressioni come “un uomo navigato” o – per rimanere in tema alimentare, visto che siamo in tempo di Expo – “un cibo pesante”. All’inizio del Novecento, De Amicis censurava come “idiotismi” (cioè come voci regionali) il “mugugnare” del “bel garzonetto genovese”, il “fanatico” per “vanesio” (attribuito al giovane abruzzese), il “che bello e che caro” considerati come usi veneziani. Da Venezia, tra l’altro, era partito il saluto “ciao” (in origine “sciao”, schiavo). “Saluto un tantino sguaiato, che, per essere pronunziato a dovere, impone uno sgangheramento di labbra”, come si legge in un libro di viaggi del 1871. E del 1959, anche se a Sanremo Modugno trionfava cantando “ciao ciao bambina”, lo Zingarelli definiva ancora “ciao” “espressione specialmente diffusa nell’Italia settentrionale”.
Oggi il nostro italiano è sempre più “glocal”: una lingua che si arricchisce soprattutto grazie alle parole inglesi e a quelle di provenienza locale. E viene in mente la lingua inventata da Andrea Camilleri, che ha reso familiari in tutta Italia tante parole siciliane. O, prima ancora, il cosmopolitismo metropolitano di Pino Daniele: “I say i’ sto ccà/ me gira ‘capa ma voglio parlà”.
“Come si dice “cocktail” da voi a Milano? Noi a Firenze si dice “cocktail”. Anche se l’italiano che oggi parliamo e scriviamo è nato sul modello dei grandi scrittori del Trecento fiorentino (Dante, Petrarca e Boccaccio); anche se il modello dell’italiano scolastico deriva da quello che Manzoni aveva risciacquato in Arno, oggi sono moltissime le parole in uso a Firenze che nel resto d’Italia suonano strane o oscure. Nel film di Pieraccioni “Io e Marylin”, il protagonista a un certo punto viene preso di petto: “Il rubinetto lo chiamate “la cannella”, il tubo per innaffiare “la sistola”, e la tuta per la ginnastica a Firenze voi la chiamate “il tony””. (In una pagina del suo sito l’Accademia della Crusca ci spiega che questo falso anglicismo viene da Toni, diminuitivo di Antonio che ha preso nel tempo il senso di “pagliaccio” e, da lì, di “tuta da pagliaccio”, poi “da lavoro” e infine – solo a Firenze – “da ginnastica”).
Ma, come nota Pietro Trifone, i municipalismi più citati nei giornali sono quelli considerati tipici della capitale. Negli ultimi dieci anni, la frase, “come si dice a Roma” risulta tre volte più frequente di “come si dice a Milano” o “come si dice a Napoli”. Accompagna parole del tipo di “fregnaccia” (stupidaggine), “caciara” (chiasso), “sola (imbroglio, raggiro)“rosicone” (invidioso). Voci che rimandano non tanto a un luogo geografico, quanto “a un luogo simbolico dell’immaginario nazionale”. Tanto nazionale che molte di queste voci sono state accolte nel frattempo dai dizionari italiani. Tanto simbolico che un sindaco di Firenze sceso a Roma come presidente del Consiglio ha pensato di sceglierne una come parola bandiera. “C’è un esercito di gufi e di “rosiconi” che spera che l’Italia vada male”. E il risiko della politica italiana rischia di ridursi a un rosico.
(Da La Lettura (Corriere della Sera), 5/7/2015).

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