Cinguettare fa bene all’italiano

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Cinguettare fa bene all’italiano

di Luca Zorloni

«SI STA come d’autunno sugli alberi le foglie». Per descrivere quant’è precaria la vita del milite a Ungaretti sono sufficienti 44 caratteri. Meno della metà dei 140 messi a disposizione da Twitter, i cui detrattori, che ne additano la stringatezza come causa di impoverimento dell’italiano, devono ricredersi leggendo passi del vate dell’Ermetismo.
MA QUANDO a scrivere, anzi “cinguettare”, sono i 2,4 milioni di italiani iscritti al popolare social network cosa succede? «Niente», risponde Vera Gheno, collaboratrice dell’Accademia della Crusca: «La lingua italiana è vitale, si adatta al nuovo medium. La scrittura non ne risente, anzi, Twitter è proprio una buona palestra di sintesi». Prendiamo i politici, che rappresentano una delle tribù più popolose del sito dell’uccellino: abituati a sproloquiare dai loro comizi curiali, «nei tweet invece sono costretti a riassumere il pensiero in slogan». Dire una cosa intelligente in poche parole: senza cedere a una facile ironia sui politici, non è semplice. «Eppure gli aforismi, considerati i migliori distillati di saggezza, funzionano proprio grazie alla brevità» aggiunge Michele Cortelazzo, direttore del Dipartimento di studi linguistici e letterari dell’Università di Padova. Apocalittici, vade retro, dunque: il volgare del sì non è insidiato dai social network.
LA PROVA del nove la fornisce Elena Pistolesi, ricercatrice di Linguistica italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia: «Se il limite dei caratteri fosse un vero ostacolo, si osserverebbe un fiorire di abbreviazioni nella scrittura. Ma non succede». Segno che, dalle 160 battute degli sms alle 140 di Twitter, lo spazio ridotto aguzza l’ingegno di chi scrive. Lo sanno bene i tre docenti, che si barcamenano tra profili Facebook, post sul blog e cinguettii. E non senza fatica. «La brevità del messaggio si compensa con la frequenza – spiega Cortelazzo –. Scriviamo di meno ma più spesso. Queste abitudini influenzano la nostra capacità di concentrazione». E difficoltà ad aggregare concetti semplicissimi, come causa-effetto, anche nell’espressione orale, aggiunge Elena Pistolesi.
SENZA PUNTARE il dito contro i mass media, «che possono rivestire un ruolo educativo strategico», la prof invita a studiare forme di insegnamento, rivolte soprattutto ai più giovani, per gestire questi mezzi con consapevolezza e valorizzarne le potenzialità. «Il più bel fiore ne coglie» si potrebbe chiosare con un motto, quello del Vocabolario della Crusca, che sembra confezionato ad hoc per essere retweettato (27 battute). E a proposito di dizionari, sfatiamo un mito: se è vero che l’inglese è la lingua di internet ed è una fucina di parole “corte”, perfette per i limiti di un “cinguettio”, «l’italiano non ha nulla da invidiare – spiega Vera Gheno – ha un lessico breve altrettanto ricco».
BASTI PENSARE all’aggettivo “dolce”, a cui Petrarca riusciva ad associare ogni volta significati diversi e opposti. Tra i nostri padri letterari «Twitter sarebbe piaciuto a Calvino – aggiunge Gheno –. Nelle sue “Lezioni americane” si domandava come scrivere in maniera breve e il social network avrebbe saputo stimolarne l’inventiva». Ungaretti, ça va sans dire, era icastico, sempre e comunque. Anche quando dileggiava il collega Quasimodo insignito del Nobel: «Un pappagallo e un pagliaccio». Appena 29 caratteri.
(Da La Nazione, 14/5/2012).




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