Cinese all’oratorio

Posted on in Politica e lingue 25 vedi

Il Doposcuola

E all’oratorio s’insegna lingua orientale ai piccoli asiatici

di Andrea Galli

La bimbetta ha una consecutio temporum che certi italiani se la sognano, gli occhialoni e l’inconfondibile aria da prima della classe. E infatti, in prima classe lei c’è già, nonostante i dieci anni: anzi, quasi quasi, è lei che fa lezione al maestro. Del resto, quest’oratorio della parrocchia Santissima Trinità, in via Verga – che tenerezza da amarcord quelle boccette di vetro al bar con dentro le caramelle sfuse -, gira in un modo tutto suo: al contrario. I piccoli asiatici a ping-pong perdono con gli italiani, ma a calcio fan di quelle finte che i nostri non vedono palla. In settimana, grazie alla comunità di Sant’Egidio, i cinesi adulti imparano l’italiano. Il sabato pomeriggio, dalle 15.30 alle 17.30, i loro figli imparano il cinese perché sono nati a Milano e ignorano il mandarino, la lingua più parlata nel Paese d’origine. C’ è un sacerdote nostrano, don Dario Bolzani, giovane giovane: 32 anni. E c’ è un sacerdote asiatico, don Shao Hui Chang, in là con gli anni: 78. Dice il primo: «Aspetti che adesso arriva la nostra memoria storica: le spiegherà lui». Uno pensa a quei vecchi curati in pensione e invece compare Henry, cinese vestito all’occidentalissima che racconta dell’ oratorio, dei suoi sacerdoti, dei suoi figli. Il tutto, naturalmente, in un italiano perfetto. Henry dice che i cinesini sono talmente radicati, ma così tanto, che necessitano di andare a scuola per imparare il cinese. Eccola, la scuola: quattro aule al secondo piano. In settimana ci si fa catechismo. Il sabato, s’ insegna il mandarino. Quattro classi: la quarta, la più numerosa, è degli apprendisti; la terza di chi mastica; la seconda di chi è a un buon livello; la prima, quella della secchiona, è dei fuoriclasse. In totale, sessanta alunni. Cinesi gli insegnanti. Cinesi i libri di testo e degli esercizi. Sui tavolini si erge, monumentale, un vocabolario bilingue. I piccoli hanno cartelle, quaderni, astucci. I genitori li accompagnano in via Verga a partire dalle 15. Col solito rituale: bacino in fronte o pacca sulla spalla (dipende se c’ è mamma o papà), raccomandazione in cinese e risposta del pupo in italiano: «Ciao». Non c’ è campanella che suoni, i ritardi non sono puniti. Il corpo docente, una certa elasticità ce l’ha: suvvia, è pur sempre sabato pomeriggio. Dice don Dario che la scuola è nata cinque anni fa per soddisfare una richiesta delle famiglie asiatiche. Certo, lezioni o no, l’oratorio resta un oratorio: e il piccolo Han, nonostante nella sua classe siano già al lavoro, corre giù dalle scale e s’ inchioda davanti a don Dario con un pallone afflosciato: «Mica ha da gonfiarlo?». Il sacerdote va nello studio, si sente il rumore di un compressore, e intanto su al secondo piano, la secchiona precisa: «Signore, badi bene: questa non è un’ altra via Quaranta. A scuola studiamo l’italiano, ma riteniamo sia giusto conoscere il cinese».

(Dal Corriere della Sera, 12/11/2006).

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.