Cina, no all’inglese sui media per preservare la purezza della lingua

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Cina, no all’inglese sui media per preservare la purezza della lingua
di Marzia De Giuli 22 dicembre 2010

Avevano cominciato i cantanti rock negli anni ‘80, poi i primi studenti rientrati in patria dopo un’esperienza all’estero, finché Internet ha abituato tutti, ragazzi e letterati, a quel ‘’chinenglish”, mix più o meno denso di inglese e cinese, oggi così diffuso e ovvio. Ma d’ora in poi acronimi e parole come WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e ‘’cool” (alla moda) non dovranno più comparire in alcuna pubblicazione cinese, pena una non precisata sanzione.
Lo ha deciso l’amministrazione generale per la stampa e le pubblicazioni (Gapp), l’agenzia governativa incaricata di controllare il settore, per salvaguardare la ‘’purezza” della lingua scritta. La disposizione, resa nota oggi, afferma che «Le parole straniere mischiate con quelle cinesi danneggiano gravemente la purezza della lingua» e proibisce la creazione di neologismi «che non sono né cinesi né stranieri e il cui significato non è chiaro’». In caso di necessità, dettata dal fatto che non sempre esistono sinonimi o traduzioni immediatamente riconoscibili, la parola straniera dovrà essere accompagnata da una spiegazione o traduzione in lingua cinese.
La salvaguardia del cinese dalla sempre più diffusa contaminazione linguistica è diventata un tema di discussione riconoscibile dal titolo ‘’crisi del cinese”. Da tempo studiosi e media locali dedicano ampio spazio alla questione di come la dirompente crescita economica della Cina insieme all’apertura sempre più intensa della sua società al mondo esterno abbiano necessariamente modificato anche l’uso della lingua. Un problema che, sostiene un editore citato dal quotidiano China Daily, non ha ragione di sussistere in un mondo sempre più globalizzato, anche visto e considerato che l’inglese è ormai diffusissimo in Cina, nelle scuole come nei luoghi pubblici e proprio nei media.
Quando però in gioco è la ‘’purezza” della lingua scritta, la questione diventa estremamente delicata, soprattutto se è vero che, come risulta da un sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano China Youth Daily, la maggioranza della popolazione è più impegnata a studiare l’inglese che il cinese. È la lingua scritta, infatti, a custodire la cultura millenaria del paese e a costituirne l’ossatura sociale e politica. Una sola per tutti a differenza di quella orale che si è divisa in numerosi ceppi, ha cementato e fortificato nei millenni l’impero unificato dall’imperatore Qin Shi Huang nel 221 A.C. Ed è proprio la lingua scritta a minacciare oggi l’integrità politica del Paese quando parole ‘’poco chiare” cavalcano Internet lanciando altrettanto ‘’poco chiari” messaggi al mondo occidentale.




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