Cina, Centoventi accademici e scrittori chiedono l’applicazione della Convenzione Onu.

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Un test sul grado di apertura del nuovo leader comunista
Diritti umani, la lettera degli intellettuali a Xi

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – La lettera è firmata da centoventi accademici, giuristi, giornalisti e attivisti delle libertà civili. E' indirizzata al Congresso nazionale del popolo, l'assemblea legislativa cinese che si apre il 5 marzo e durerà due settimane. La richiesta: ratificare la «Convenzione internazionale sui diritti civili e politici», il trattato Onu sui diritti umani sottoscritto da Pechino nel 1998 e mai attuato. Un gesto coraggioso in una fase cruciale, perché il Congresso di Pechino segnerà l'ultimo passo nel ricambio al vertice del potere: Xi Jinping, che a novembre è diventato segretario generale del partito comunista, assumerà anche la carica di capo dello Stato. Il documento delle Nazioni Unite prevede tra gli altri punti la rinuncia alla detenzione arbitraria, la libertà religiosa, e il riconoscimento del diritto di partecipazione politica: che significa poter fondare o aderire a partiti, poter votare, criticare apertamente le autorità. La ratifica rappresenterebbe quindi un segnale della rotta che vorrà seguire Xi Jinping. La reale e piena applicazione, naturalmente, non è nemmeno pensabile: significherebbe la fine del regime del partito unico e questo Xi ha già detto che non avverrà. Ma neanche gli intellettuali della petizione lo sognano: tanto per fare un esempio, tra i Paesi che hanno accettato la Convenzione Onu c'è la Corea del Nord. I centoventi firmatari quindi non si fanno illusioni, vogliono solo muovere le acque, chiedono il «riconoscimento dei diritti umani e l'applicazione della Costituzione cinese», che in teoria offre alcime garanzie come il diritto di parola. Tra loro spiccano i nomi della scrittrice Dai Qing, ex esponente del partito, scomunicata quando pubblicò nel 1989 un saggio contro la costruzione della diga delle Tre Gole sullo Yangtze; dell'avvocato Pu Zhiqiang, che ha tra i suoi clienti Ai Weiwei; dell'economista Mao Yushi. A dicembre alcuni di loro avevano sottoscritto un appello dai toni molto più forti, in cui si metteva in guardia il regime dal rischio che «la frustrazione popolare esplodesse nel caos e in una rivoluzione violenta». Questa volta le parole sono studiate per dare atto al nuovo leader Xi Jinping della difficoltà di avviare un cambiamento po- litico. Il giornalista investigativo Wang Keqin, un altro dei firmatari, ha spiegato alla Bbc che nessuno di loro «osa nemmeno sognare che la Cina possa fare un grande balzo sul terreno delle riforme politiche: il Paese si sviluppa passo dopo passo, è imbarazzante magari, ma è così». Wang sostiene però che l'obiettivo minimo della ratifica della Convenzione Onu sarà probabilmente raggiunto durante la sessione di marzo del Congresso nazionale del popolo. La prima reazione delle autorità non è stata incoraggiante: la lettera aperta è stata rimossa piuttosto rapidamente dal web ieri mattina. Qualche segnale incoraggiante però, nei primi tre mesi dell'era Xi è arrivato: sono state diffuse anticipazioni sulla fine del laojao, il sistema «amministrativo» che permette alla polizia di «rieducare attraverso il lavoro» soggetti ai quali non si vuol concedere nemmeno la possibilità di comparire di fronte a una corte di giustizia: tradotto significa che centinaia di migliaia di cinesi sono finiti nei gulag. Questo almeno, da marzo, dovrebbe finire.

Guido Santevecchi

Corriere della Sera, 28-02-2013




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