Churchill o l’antieuropa

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Visto che l'espressione “Stati Uniti d'Europa” continua a circolare senza resistenze nel partito dei fautori del super state, e anche nell'alleato subalterno del partito dei difensori dei nano states, c'è da prendere in seria considerazione, oltre l'ambiguità dell'espressione, anche una sua possibile immediata pericolosità. Spesso infatti l'espressione “Stati Uniti d'Europa” è utilizzata da chi si prefigge, del tutto legittimamente, di conservare lo status quo e per far questo ha bisogno di disorientare l'opinione pubblica e di ridurre sempre più i vincoli posti dalle regole democratiche a livello locale.
Per più di un aspetto, e senza alcuna nostalgia nei confronti di quanto c'era prima, si possono riconoscere i tratti di questa strategia nel disegno perseguito in Italia negli ultimi anni dalla coppia Napolitano/Monti. Questa strategia che dodici mesi orsono colse un importante successo è ora alle prese con la necessità di rendere meno decisive possibili le prossime elezioni politiche generali in Italia onde poter affrontare nelle migliori condizioni, più ancora della costituzione di un nuovo gabinetto, le ben più decisive elezioni per il capo dello stato. Questo è infatti in Italia il potere politico che in questi ultimi venti anni è diventato sempre meno lontano dagli standard presidenzialisti fuorché per le procedure elettorali e i vincoli giuridici da cui dipende il suo esercizio.
Sia su di un piano meramente retorico sia sul piano delle policies il riferimento all'Unione europea e al mandato da questa ricevuto ha svolto una funzione decisiva perché in Italia fosse conservata una ortodossia e una ortoprassi statale nonché gli equilibri sociali e degli interessi che con questa si identificano. (La distruzione del poco che si era raggiunto di “federalismo” ne è solo un esempio, per quanto particolarmente eloquente). Lo scarto tra la effettiva “agenda Monti”, ovvero le policies non solo-realizzate, ma anche semplicemente ipotizzate da questo gabinetto, e le policies richieste al presidente del Consiglio nelle lettere dell'estate e dell'autunno 2011 dall'Unione europea sta lì a mostrare che la lotta politica si è svolta a un livello ancor più radicale di quello sul quale si oppongono le politiche. In gioco è stato ed è il profilo istituzionale del sistema politico italiano e l'autodifesa di segmenti di ceto politico legati a determinati assetti sociali.
Molto si può dire e molto si deve riflettere su queste vicende, mentre l'unica cosa che non si deve fare è eccepire sulla legittimità delle strategie concretamente perseguite da tutti gli attori, menzionati e no, protagonisti di queste stesse vicende. Ciò non solo perché è difficile indicare nelle loro condotte gravi violazioni di carattere formale, ma ancor più radicalmente perché è esattamente della materia cui si è appena fatto cenno (profili istituzionali, sopravvivenza di segmenti di ceti politici, interessi) che consiste il gioco politico. L'unica cosa veramente pericolosa sarebbe cedere al moralismo o al vittimismo degli sconfitti e contestare in linea di principio le scelte di coloro che in questo momento in tanti angoli dell'Europa continentale risultano vincenti.
”Stati Uniti d'Europa” è dunque anche una espressione penosamente e pericolosamente ambigua, e non solo perché ammicca a un modello statunitense che invece detesta e contrasta. Bensì perché non ci aiuta neppure a discernere le importanti fratture che attraversano il partito del super state che pure spesso vi ricorre. Non ci aiuta in alcun modo a fare chiarezza fra (I) la legittima pretesa da parte della Germania di esercitare fino in fondo la leadership di cui detiene molte condizioni, (II) la altrettanto legittima pretesa della coppia Napolitano/Monti (e di tanti altri) di difendere la quota più alta possibile di sovranità per molti nano states, e (III) la pienamente legittima ricerca della propria strategia da parte di una Francia che fino alla caduta del Muro di Berlino si era pensata nel ruolo oggi invece esercitato dalla Germania e che oggi non accetta di rischierarsi a contraltare della Germania a fianco dei nano states. Tra ciò che l'espressione ”Stati Uniti d'Europa” nasconde vi è anche ciò che costituisce l'originalità e il principale motivo di interesse per la vicenda politico-istituzionale cominciata con la Ceca e giunta ora allo stadio Ue (incluse le tante altre istituzioni collegate).
Sin dalle proprie origini questa vicenda istituzionale risponde all'esigenza intuita da politici come Schuman, Adenauer e De Gasperi di andare oltre quel regime di stati dalla cui pretesa di assolutezza e dalla cui incoercibile vocazione all'ostilità erano scaturite ben due guerre mondiali in meno di mezzo secolo. In quel modo vide la luce un tentativo originale, realistico, a suo modo radicale, realista. Originale: perché appunto si proponeva di andare oltre alcune caratteristiche centrali della istituzione politica stato la quale forniva il tratto identitario del tessuto politico di quell'Europa continentale da cui pure quella vicenda prendeva le mosse. Il carbone e l'acciaio per la gestione dei quali si creava un'istanza internazionale e non statale in questo modo venivano tolti dalla contesa tra due stati, quello francese e quello tedesco. Realistico: perché non negava bensì prendeva le mosse dalla realtà politica di quell'area così come era per dar corso al proprio programma di desostanzializzazione della sovranità – erano degli stati, infatti, a farsi promotori di quel processo – e poi anche perché vi era la coscienza che il punto di non ritorno nella vicenda politica europeo-continentale, e dunque nella parabola dello stato, era segnato non dalla Seconda, ma dalla Prima guerra mondiale (C. Thornhil). Con ciò l'identità politica dell'esperimento di cui la Ceca era il primo stadio veniva posto non solo sull'antifascismo e l'antinazismo, e ovviamente sull'anticomunismo, ma sulla radice stessa di questi mostri politici novecenteschi costituita per l'appunto dalla infinita volontà di potenza e dalla altrettanto infinita capacità di terrore contenute dalle pretese della politica quando questa assume la forma di stato. Quello che partì con la Ceca era inoltre un laboratorio politico impegnato su di un progetto a suo modo radicale poiché coerente e di larghe vedute. Sin dall'inizio infatti, quanto meno secondo alcuni dei suoi primi protagonisti, esso mirava a coinvolgere anche province europee esterne a quella continentale e prima tra tutte l'area britannica. Per due volte, nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, il Regno Unito aveva gettato le sue risorse a sostegno di quegli europei tardivamente ma almeno onestamente consapevoli della carica distruttiva del mostro uscito dalle loro menti e dalle loro mani: lo stato. Nel 1940 Winston Churchill seppe spiegare ai britannici che la battaglia d'Inghilterra che egli comprendeva come imminente e inevitabile dopo la sconfitta della Francia a opera della Germania nazista era parte dell'unica battaglia in difesa della libertà, una battaglia nella quale la posta in gioco era in primo luogo la sopravvivenza della civiltà cristiana (letteralmente: “The survival of Christian civilization”). Disse ai britannici: ”If we can stand up to him (Adolf Hitler), all Europe may be free and the life of the world may move forward…”. Al termine del Secondo conflitto mondiale alcuni leader politici europeo-continentali avevano compreso il senso di quelle parole e dei pochi ma terribili decenni che in quel momento erano finalmente alle spalle. In quarto luogo, quello effettivamente cominciato con la Ceca era un esperimento politico a grado zero di “terzaforzismo”.
Non era concepito come alternativa all'Alleanza atlantica che riuniva, per fronteggiare l'Unione sovietica, le democrazie che occasionalmente insieme all'Unione sovietica e alla Cina avevano sconfitto i totalitarismi nazista e fascista. Quel progetto che partiva con la Ceca si arricchiva con lo stesso disegno politico della Alleanza atlantica, si nutriva degli elementi discriminanti della stessa visione geopolitica
che in qualche modo aveva tra i propri meno remoti ispiratori il presidente americano W. Wilson. Non a caso, di lì a poco la mancata realizzazione della Comunità europea di difesa (Ced) segna la prima delle sconfitte che costantemente si alterneranno alle vittorie nello sviluppo dell'esperimento politico cominciato con la Ceca. La mancata nascita della Ced segna la prima delle vittorie del partito del super state allora a guida francese – sul partito del super power cui pure apparteneva il copyright del progetto che successivamente si sarebbe evoluto sino ad arrivare attualmente allo stadio di Unione europea.
Sarebbe corretto affermare che molte delle sconfitte del partito del super power, come spesso capita, dipendono dalla incapacità proprio di questo di gestire vittorie che hanno sgomberato il campo da nemici la cui minacciosa presenza aveva reso però più semplice il suo costituirsi e la sua raccolta di consenso. Come è più facile far funzionare il bipolarismo quando, come nell'Italia del 1948, dall'altra parte c'è il Pci e il “fronte popolare”, anche se in queste condizioni la vittoria dei democratici ha solo il 50 per cento delle probabilità e dunque è più preziosa, così si è rivelato più difficile portare avanti l'originario programma di superamento del regime degli stati dopo due straordinari successi del partito del super power: il crollo del blocco sovietico e la riunificazione tedesca. Tuttavia, il conforto che si può trarre da considerazioni del genere, pur legittime, rischia di avere l'effetto di un anestetico o quello di un diversivo. L'espressione “Stati Uniti d'Europa”, oltre quella della equivocità e quella della collusione con il progetto dello stato, ha la grave colpa di lasciare in ombra l'originalità del programma politico intrapreso a partire dalla Ceca. Ciò facendo rischia di non far apprezzare i risultati ottenuti. Rischia di far apparire difetto ciò che è virtù. In questo modo la virtù della complessità e dell'articolazione di ciò che oggi chiamiamo Unione europea (A. Moravcsik), si manifesta come deficit di razionalità a chi la analizzi con i parametri e i valori che trovavano la loro piena soddisfazione nelle caratteristiche dell'edificio statuale. Così un “di più” appare come un “di meno”, così l'Unione europea appare ancora molto lontana dall'ideale dello stato, invece che apparire un sentiero provvidenzialmente aperto verso il futuro. In tutto questo resta in ombra che l'era dello stato si è conclusa.
In tempi di crisi dello stato l'esperimento Ceca/Ue riveste uno straordinario valore e una straordinaria attualità in ragione della adeguatezza alle sfide che la globalizzazione pone alla politica. Contemporaneamente l'ambiguità della formula “Stati Uniti d'Europa” diviene ancora più pericolosa perché oscura od ostacola il valore e la funzione di questi elementi. Tra di essi, in particolare, si pensi al significato della presenza nell'Unione europea del Regno Unito e per converso all'illusione costituita dal pensare all'euro come alla moneta di uno stato. Questa illusione impedisce di comprendere che ciò di cui c'è bisogno per continuare l'esperimento poliarchico sorto dal cuore dell'Europa continentale nel bel mezzo della crisi economica, non è riportare l'euro sotto un governo, ma completare la transizione a un assetto di maggiore e più equilibrata differenziazione funzionale tra sistema economico e sistema politico, e dunque di maggiore e non minore possibilità di reciproca perturbazione e interpenetrazione. La risposta non è riportare l'economia sotto la politica, rifare lo stato come tanti auspicano (in Italia ad esempio G. Tremonti). La risposta, al contrario, è far sì che la politica colmi il suo gap in termini di specializzazione rispetto all'economia: solo se più differenziati questi due sottosistemi sono in grado di limitarsi e stimolarsi efficacemente (R. Stichweh). Abbiamo bisogno non di una nuova configurazione societale monarchica, ma eterarchica. Proprio la creazione dell'euro costituì un passo importante in questa direzione, ma non l'ultimo né uno irreversibile.
Non perdere la Gran Bretagna
Quali possibilità di futuro restano aperte per l'Europa continentale dentro la globalizzazione e dopo la crisi dello stato? E, in particolare: quale contributo può dare la politica in questo frangente? Un possibile sviluppo degli interrogativi appena richiamati è il seguente. Continuare o no lungo la direzione originaria e originale dell'esperimento partito con la Ceca e attualmente giunto allo stadio Unione europea? Altrimenti detto: continuare o no con l'unico serio esperimento che l'Europa continentale è stata in grado di porre in essere per andare oltre il regime dello stato? Ammesso e non concesso che sia questa la direzione da sondare. Essa apre una prospettiva nella quale riveste primaria importanza il nodo del mantenimento di un ruolo importante nell'Unione europea per la Gran Bretagna, la sua cultura e le sue istituzioni. Per tanti versi questo è un nodo persino più cruciale di quello costituito dal rapporto tra le istituzioni politiche europeo-continentali e quelle degli Stati Uniti d'America. Da un lato, se non altro la loro condizione di consumatori di sicurezza (e non di produttori di sicurezza) rende il rapporto dell'Europa centro-occidentale con gli Usa a volte precario, ma inevitabile. Dall'altro la questione di quale rapporto intrattenere con la Gran Bretagna costituisce un nodo che tocca ancor più alla radice l'identità e l'autocoscienza dell'Europa continentale: la Manica è più stretta dell'Atlantico, in molti sensi. Fare i conti con i britannici smaschera la vacuità e la pericolosità della pretesa di costituire l'espressione perfetta dell'identità europea. Se ci si concede un gioco di parole: è nel confronto schietto con la non laica Gran Bretagna che l'Europa continentale è costretta ad accettare una sua riduzione allo stato laicale o farsi schiava dell'inerzia della macchina mortale che essa stessa ha prodotto. Il mantenimento e la intensificazione di una partnership istituzionalizzata con la differenza britannica avrebbe anche l'effetto di valorizzare il contributo che all'Europa continentale può venire dal proprio interno, e precisamente da alcune realtà e tradizioni come quella olandese, italiana e polacca che costituiscono la testimonianza vivente che quanto la differenza britannica ricorda dall'esterno alla differenza europeo-continentale non le è in alcun modo del tutto estraneo. (Si pensi alla nozione di diritto come altro e maggiore di quella di legge).

Luca Diotallevi
Il Foglio, 13/12/2012
parte centrale del saggio ”Gli Stati Uniti d'Europa. Una penosa e pericolosa ambiguità”, pubblicato sul numero in uscita della rivista Paradoxa, trimestrale della Fondazione Nova Spes, a cura di Vittorio Emanuele Parsi e dedicato alla situazione e alle prospettive dell'Unione europea.




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