Chi non ratifica la Costituzione deve uscire dalla Ue

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la Repubblica, 24 ottobre 2004
Alla vigilia della firma del 29 ottobre a Roma, il commissario lancia una
proposta ai governi
Monti, ultimatum agli euroscettici
“Chi non ratifica la Costituzione deve uscire dalla Ue”

DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNI
Dopo dieci anni di impegno a Bruxelles che ne hanno fatto uno degli italiani
più apprezzati e rispettati al mondo, il commissario lascia l'incarico con
una proposta. Prima di cominciare l'iter delle ratifiche, dice, i leader
europei che si ritroveranno venerdì a Roma per la firma solenne del nuovo
Trattato e il 17 dicembre a Bruxelles per il vertice di fine anno si
impegnino a sottoporre esplicitamente ai loro cittadini il quesito di fondo,
se il loro Paese debba continuare a far parte dell'Ue con la nuova
Costituzione oppure uscire dall'Unione. «Questa – spiega – è una condizione
essenziale se si vuole che l'avventura comunitaria non diventi una
sventura».
Un'avventura, professore, che lei ha vissuto in prima persona. Com'è
cambiata l'Europa che si accinge a lasciare rispetto a quella che aveva
trovato dieci anni fa?
«L'Europa di oggi è molto più discussa, ma anche molto più avanti. E' più
discussa perché è entrata di più nella vita degli stati e dei cittadini.
E' più avanti perché dieci anni fa non aveva ancora realizzato nè il mercato
unico, nè la moneta unica, nè l'allargamento nè la Costituzione».
E l'Italia? Come è cambiata rispetto all'Europa?
«L'Italia dieci anni fa era fuori dagli accordi di Schengen per l'abolizione
delle frontiere, era fuori persino dal sistema monetario europeo e sembrava
esclusa ogni ipotesi di un suo ingresso nella moneta unica. Oggi non solo è
in Schengen e nell'euro, ma ha espresso un presidente della Commissione, un
vicepresidente della Convenzione che ha concepito la Costituzione e tra
pochi giorni ospiterà a Roma la firma del nuovo Trattato. Ma soprattutto è
cambiata in Italia la percezione dell'Europa. Dieci anni fa, furono in molti
a chiedermi perché mai avessi accettato il posto di commissario a Bruxelles.
Oggi nessuno mi ha domandato come mai fossi disposto a continuare».
Però sappiamo come è andata. E adesso il suo successore designato sembra nei
guai…
«Sul caso Buttiglione non posso e non voglio pronunciarmi. Ho grande
rispetto e stima per Rocco Buttiglione. Spero che a lui e a tutta la
Commissione venga data la fiducia del Parlamento europeo e credo che farà un
buon lavoro».
Lei è stato nominato la prima volta da un governo di centro-destra. La
seconda da un governo di centro-sinistra. Ha lavorato fianco a fianco con
Prodi ma si è parlato di lei come ministro per il governo Berlusconi. Dica
la
verità: a quale dei due si sente più vicino: Prodi o Berlusconi?
«Sono grato a entrambi per la fiducia che, in tempi e modi diversi, mi hanno
accordato. Con Prodi ho avuto un'esperienza di collaborazione diretta e
quotidiana – fondata sulla fiducia e per me molto soddisfacente – che non ho
avuto occasione di avere con Berlusconi»
Professore lei, come anche Romano Prodi, è cattolico e praticante. Si è mai
sentito discriminato?
«Di fronte a un dibattito così ampio come quello che si è sviluppato negli
ultimi giorni mi è venuto spontaneo chiedermi se, come italiano, come
cattolico che ha studiato per 13 anni in scuole tenute da religiosi e che
viene considerato vicino al Ppe, mi sia mai sentito discriminato in questi
dieci anni. E la risposta è: no. Non ho mai dovuto rinunciare ai miei
principi ed ho anzi trovato ulteriori motivazioni per il mio impegno a
Bruxelles. La costruzione europea, che appare spesso aridamente tecnica, ha
invece principi etici e civili che, da cattolico, considero più avanzati di
quelli tradizionalmente presenti anche in un Paese prevalentemente cattolico
come l'Italia».
Per esempio?
«Per esempio la valorizzazione dell'individuo rispetto alla collettività.
Guido Carli scrisse: “il trattato sposta il confine tra lo Stato e il
cittadino a favore di quest'ultimo”. Lo stesso si può dire di tutta la
costruzione europea. Molti diritti individuali, dalla parità uomo donna alla
possibilità di collocare liberamente i propri risparmi (invece di essere
costretti a metterli a disposizione di un Tesoro sostanzialmente monopolista
che li falcidiava con l'inflazione), sono stati introdotti in diversi paesi
europei proprio dalle direttive decise a livello comunitario. E vorrei
aggiungere che la moneta unica e la disciplina di bilancio, impedendo ai
politici di gravare con il disavanzo e il debito pubblico sulle generazioni
future, rispondono ad un grande principio cristiano, che è quello della
solidarietà».
Solidarietà tra le generazioni?
«E' per me un valore complementare a quello del rispetto per la vita: trovo
importante consentire al nascituro di venire al mondo senza essere gravato
dai debiti di chi lo ha preceduto. L'Italia degli anni Settanta e Ottanta
con governi a maggioranza democristiana e socialista primeggiava nella
violazione di questi principi, prima che arrivasse l'Europa ad impedirlo.
Ricordo di aver discusso a lungo di queste cose nel 1997 con una delegazione
della Conferenza episcopale polacca presieduta dal cardinale Glemp. Erano
arrivati con molta diffidenza verso un'Europa che pensavano fatta solo di
mercato.
Qualche tempo, dopo la Chiesa polacca prese posizione a favore della Polonia
nell'Ue».
Ora lei lascia l'Europa in un momento difficile. Che possibilità ha la nuova
Costituzione che si firma a Roma tra qualche giorno di essere approvata da
tutti i paesi?
«In effetti l'operazione delle ratifiche è molto aleatoria. Ipotizzando un
rischio di bocciatura del 10 per cento in ogni Paese, la probabilità che
tutti i 25 paesi ratifichino il nuovo trattato sarebbe solo del 7,2 per
cento».
Molti immaginano che, se la ratifica non fosse unanime, un gruppo di paesi
più europeisti potrebbe dare vita ad un nucleo duro…
«Attenzione. Questo non è possibile. E' stato possibile con il Trattato di
Maastricht, che ha garantito l'opt-out dalla moneta unica per Gran Bretagna
e Danimarca. Ma si può fare un opt-out da singole materie, non dalle
istituzioni.
E la Costituzione che sta per essere firmata modifica proprio l'assetto
istituzionale dell'Europa, che deve essere condiviso da tutti i suoi membri.
Un condominio non può funzionare se ad alcuni condomini si applica un
regolamento e ad altri un altro».
Tre anni di lavoro e speranze buttati via, allora?
«Questo non deve succedere. Anche perché, stando alla lettera dei trattati,
se anche un solo Paese non ratifica, tutti sono costretti a restare con le
vecchie regole del Trattato di Nizza. Non solo mancheremmo un grande passo
in avanti, ma sarebbe la paralisi garantita dell'Unione. Si crea una
situazione paradossale per cui lo scontento verso l'Europa in un paese può
determinare l'impossibilità per l'Unione di funzionare, alimentando così
altro scontento in altri paesi».
E non le sembra proprio questo lo scenario a cui si va incontro?
«Questo è il pericolo. Ma occorre allora una strategia ragionata. Non ho mai
visto l'Unione europea come una prigione. Nessuno dovrebbe essere costretto
a starci. Io credo che rappresenti un grosso vantaggio per chi vi partecipa.
Ma se un Paese fa una valutazione diversa, allora è meglio che se ne vada.
Il problema è che molti, razionalmente o per mille motivi psicologici o di
politica interna, potranno votare «no» senza volere però uscire dall'Ue.
E questo non deve essere possibile. Anche se giuridicamente sarebbe
legittimo, farebbe sprofondare l'Europa nel pantano della paralisi».
Come si può fare per impedirlo?
«Io credo che l'Italia possa svolgere in questo frangente un ruolo di
leadership, visto che il Trattato si firma a Roma e che saremo probabilmente
il primo Paese a ratificarlo. Sarebbe importante che il governo facesse
pressione sui partner europei perché, prima che cominci il processo di
ratifica, ogni capi di governo si impegni, se il suo Paese dovesse
respingere questo Trattato, a far decidere entro una certa scadenza se vuole
continuare ad essere nell'Ue con la nuova Costituzione o uscirne del tutto.
In altri termini chi non vorrà il Trattato di Roma II del 2004, uscirà anche
dal Trattato di Roma I del 1957».
Un modo di rialzare la posta in gioco prima della partita?
«Sì. Ma non per bluffare. Deve essere chiaro in ogni paese che dire no alla
ratifica del Trattato non porta a sprofondare l'Europa nella palude del non
funzionamento, ma ad una libera scelta coerente con la dinamica europea:
quella di uscire dall'Unione per non condannare tutti gli altri
all'impotenza.
Mi sembra un criterio di fair play, di onestà politica che è il minimo che
ci si possa attendere tra partner comunitari».
E questo potrebbe, secondo lei, aumentare le possibilità di una ratifica a
25?
«Non sono in grado di dirlo. Naturalmente lo spero. Ma penso che, se ci
fosse un impegno chiaro e preventivo dei capi di stato e di governo in
questo senso, la gente che sarà chiamata a votare in quei paesi dove si
terrà il referendum avrà almeno chiara qual è la posta in gioco. Sarebbe
ingiusto ed umiliante se, su una questione così nobile e alta, ma anche di
fondamentale importanza pratica come la Costituzione europea, a decidere
fossero l'ambiguità o semplici convenienze di politica interna ai Paesi. Le
scelte che saremo chiamati a fare nei prossimi mesi impegnano il futuro di
450 milioni di europei: questo deve essere chiaro a tutti».RTEcssStyles

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