Chi insidia il buon italiano

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Chi insidia il buon italiano
Compie cinquant’anni la “Storia della lingua italiana” di Bruno Migliorini

Tra gli anniversari di questo 2010 che non dovrebbero passare inosservati è il cinquantesimo dalla pubblicazione della Storia della lingua italiana (1960) di Bruno Migliorini, opera che non segnò solo la consacrazione accademica di una nuova disciplina, bensì anche un possibile rinnovamento nel modo di guardare alla cultura italiana e alle sue coordinate storiche e geografiche. Dato il discreto successo che quel volume di lettura piacevolmente ardua ha conosciuto in questo mezzo secolo tra il pubblico pur esiguo delle librerie – né solo per la corvé di studenti o studiosi in titulo, ma anche per la disinteressata passione di tanti lettori colti –, si potrebbe supporre che l’attenzione ai fatti linguistici sia ormai abituale in chiunque riguardi alla nostra letteratura, intesa nel senso più ampio. Si potrebbe credere, insomma, che di un testo di Galileo come di un sonetto del Petrarca, di un Canto leopardiano come di un articolo del Codice civile, il lettore di buona cultura – mettiamo: l’insegnante di scuola – sappia cogliere e comunicare il valore che essi hanno in quanto monumenti della nostra lingua. Che, non meno della nostra arte o della nostra musica, è un bene culturale a tutti gli effetti.
Ciò che si potrebbe supporre, però, non si constata di fatto nella realtà di una cultura di massa – scolastica, universitaria, sociale – nella quale appaiono abituamente neglette la padronanza degli strumenti linguistici, la conoscenza delle strutture e delle norme che regolano il funzionamento e lo sviluppo della lingua, la cura per gli aspetti formali della comunicazione. Se, insomma, la lezione di Migliorini avrebbe potuto rendere l’Italia conscia della propria ricchezza linguistica, a mezzo secolo da quel volume una febbre forse più mediatica che davvero culturale si manifesta periodicamente (e, di solito, vanamente) sotto forma di compianto sulle sorti dell’italiano, di geremiade sul diffuso «analfabetismo di ritorno» (espressione ustata perlopiù impropriamente), di deprecazione sulla decadenza della nostra scuola.
A tali allarmi si alternano, poi, negli ultimi tempi, quelli relativi alla presunta revanche (con funzione antitetica alla lingua comune) delle tradizioni dialettali e al rapporto evidentemente ancora irrisolto che molti italiani, anche colti, hanno con le tradizioni linguistiche locali (che del bene culturale di cui sopra sono parte integrante). Allarmismi e atteggiamenti estremistici non si addicevano certo a uno studioso d’altri tempi, composto e sobrio, come Bruno Migliorini. La cui opera, in un’Italia più disponibile alla spettacolarizzazione semplificatoria che alla lettura riflessiva, sembra potersi aggiornare e proseguire in almeno due direzioni. Primo: sviluppare la sensibilità linguistica delle giovani generazioni, per cui nella nostra società – e, di riflesso, nella nostra scuola – si dovrebbe dare importanza a come si parla, scrive e legge non meno che a che cosa si dice, scrive o legge. Secondo: rimuovere l’idea che la conoscenza e la diffusione delle «parlate locali», come le chiamava Migliorini, non meno che delle lingue straniere (ovviamente in forme distinte rispetto alla «lingua nostra») minaccino quelle dell’italiano: tutto al contrario, esse potrebbero contribuire, piuttosto, a quella sensibilità linguistica di cui si lamenta la perdita. Il buon italiano non è oggi insidiato da presenze più o meno assillanti (globali come l’inglese, o locali come i dialetti), quanto dal vuoto pneumatico creato dall’assenza di una solida didattica linguistica che continua a costituire uno dei problemi centrali della nostra scuola – e quindi, della nostra cultura.

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