Chi ha paura di Babele?

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Intervista a Diego Marani, scrittore e traduttore alla UE

Chi ha paura di Babele?

di Carlo Donati

“Non c’è ragione di preoccuparsi. Il multilinguismo è nel Dna dell’Europa fin dai suoi esordi. Siamo attrezzati, con 11 lingue abbiamo fatto l’euro. Chissà che cosa faremo con 20”

Sembra una metafora della nuova Europa allargata. Il principe degli interpreti (parla sedici lingue) durante le simultanee comincia ad emettere suoni e parole incomprensibili. E’ forse impazzito? Il disturbo peggiora e l’interprete viene licenziato. Ma presto anche il suo direttore si ammala della stessa malattia. Estromesso a sua volta immagina che l’unica maniera per salvarsi sia rintracciare il suo ex collaboratore. Comincia così un thriller sapiente e mozzafiato attraverso paesi e popoli d’Europa per giungere ad una scoperta sorprendente, forse la lingua madre, l’enigma delle nostre origini che lo scrittore Diego Marani sta esplorando attraverso i suoi romanzi. Questo, intitolato proprio “L’interprete”, è il terzo e viene dopo i successi di “Nuova grammatica finlandese” (premio Grinzane) e “L’ultimo dei Vostiachi” (premio selezione Campiello), tutto da Bompiani. Da diciotto anni a Bruxelles, Marani lavora come traduttore principale e revisore al Consiglio dei ministri dell’Unione Europea. Di lui si sono occupati studiosi di mezzo mondo in quanto inventore dell’Europanto, una lingua artificiale, brillante e piena di ironia contro l’integralismo linguistico.

Dottor Marani, l’Europa sarà sempre più una Babele?

“Non è mai stata una Babele”.

Con venticinque paesi e quasi altrettante lingue?

“E allora? Nella Babele di prima, con undici lingue, abbiamo fatto una cosetta come l’euro”.

E con vento o ventuno?

“Faremo anche di più. Voglio dire che abbiamo tutto quello che serve per capirci. Il concetto stesso di multilinguismo è nel Dna dell’Europa fin dai primi passi, quando i paesi erano solo sei”.

Ha idea di quanto costerete?

“Prima, tra interpreti e traduttori, costavamo a ciascun cittadino europeo l’equivalente di due caffè all’anno. D’ora in poi tre caffè. Magari potreste offrirci anche un bicchiere di vino, non crede?”.

Allora Babele?

“Babele è sinonimo di incomunicabilità. Mentre noi qui ci siamo sempre capiti. L’elemento fondamentale dell’Europa è proprio quello di consentire a ciascun cittadino di capire, nella propria lingua, ciò che accade a Bruxelles.Perché non deve mai più succedere che anche attraverso la lingua un paese imponga la propria volontà”.

Dov’è la patria di un europeo?

“ Certo non nel martirio degli eroi e nella retorica nazionalistica degli altari della patria. La patria europea non è fatta di Pietro Micca e di Guglielmo Oberdan, per dirla all’italiana. E’ una patria di idee e valori nuovi”.

E le radici?

“Quelle non si toccano. Io che sono fiero di essere cosmopolita e poliglotta ho bisogno di sapere da dove vengo per potere andare incontro con spirito aperto a chi è diverso da me. Domenica scorsa, per esempio, abbiamo fatto una grigliata in giardino qui a Bruxelles. Ma le salsicce venivano da Tresigallo, il paese della provincia di Ferrara dove sono nato”.

Anche il protagonista del suo libro cerca la madre di tutte le lingue per trovare le nostre comuni radici?

“Più che cercarla la trova suo malgrado, dispersa in briciole nelle molte lingue che parla come interprete”.

Solo in un romanzo esistono persone capaci di parlare quindici o sedici lingue?

“Possono esistere anche nella realtà. Dati alcuni presupposti il meccanismo è in fondo semplice: imparare una nuova lingua equivale ad imitare”.

Però il suo interprete impazzisce

“Perché entra in un circolo perverso. Più lingue si imparano più se ne vorrebbero imparare. E’ una tossicodipendenza, l’illusione di avere a disposizione diverse vite. Nei casi estremi va in crisi l’identità”.

Nel mondo si parlano seimila lingue. Ogni due settimane ne muore una. E’ grave?

“E’ vero che per ogni lingua che si estingue si perde qualche cosa. Tuttavia quando ciò accade per via naturale vuol dire che la cultura che parlava quella lingua non ha più niente da dire”.

Non si può proteggere una lingua?

“No, è un fenomeno naturale. Nessuno la controlla, nessuno ne ha le proprietà, di certo non gli Stati. Le lingue non si fermano alla frontiera”.

Soprattutto l’inglese non si ferma.

“Però anche l’inglese sta evolvendo, dal Texas all’Oriente, in forme che a Oxford sono ormai incomprensibili. La verità è che nessuna lingua muore veramente ma si trasforma. Per esempio, le molecole del nostro defunto latino sopravvivono in molte altre lingue”.

Ricorda don Milani? Diceva ai suoi ragazzi: attenti, voi conoscete cento parole, il padrone mille…

“Ed ecco perché comanda lui, concludeva”.

Per questo comandano l’America e l’inglese?

“Comandano soprattutto perché noi li lasciamo comandare. E poi non è così scontato. Proprio in America sta accadendo un fenomeno singolare. Accanto all’inglese si afferma lo spagnolo. Invece di essere i dipendenti ad imparare la lingua del padrone, è il padrone a dover imparare la lingua dei dipendenti”.

(Da La Nazione, 30/4/2004).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Intervista a Diego Marani, scrittore e traduttore alla UE<br /><br />
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Chi ha paura di Babele?<br /><br />
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di Carlo Donati<br /><br />
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“Non c’è ragione di preoccuparsi. Il multilinguismo è nel Dna dell’Europa fin dai suoi esordi. Siamo attrezzati, con 11 lingue abbiamo fatto l’euro. Chissà che cosa faremo con 20”<br /><br />
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Sembra una metafora della nuova Europa allargata. Il principe degli interpreti (parla sedici lingue) durante le simultanee comincia ad emettere suoni e parole incomprensibili. E’ forse impazzito? Il disturbo peggiora e l’interprete viene licenziato. Ma presto anche il suo direttore si ammala della stessa malattia. Estromesso a sua volta immagina che l’unica maniera per salvarsi sia rintracciare il suo ex collaboratore. Comincia così un thriller sapiente e mozzafiato attraverso paesi e popoli d’Europa per giungere ad una scoperta sorprendente, forse la lingua madre, l’enigma delle nostre origini che lo scrittore Diego Marani sta esplorando attraverso i suoi romanzi. Questo, intitolato proprio “L’interprete”, è il terzo e viene dopo i successi di “Nuova grammatica finlandese” (premio Grinzane) e “L’ultimo dei Vostiachi” (premio selezione Campiello), tutto da Bompiani. Da diciotto anni a Bruxelles, Marani lavora come traduttore principale e revisore al Consiglio dei ministri dell’Unione Europea. Di lui si sono occupati studiosi di mezzo mondo in quanto inventore dell’Europanto, una lingua artificiale, brillante e piena di ironia contro l’integralismo linguistico.<br /><br />
Dottor Marani, l’Europa sarà sempre più una Babele?<br /><br />
“Non è mai stata una Babele”.<br /><br />
Con venticinque paesi e quasi altrettante lingue?<br /><br />
“E allora? Nella Babele di prima, con undici lingue, abbiamo fatto una cosetta come l’euro”.<br /><br />
E con vento o ventuno?<br /><br />
“Faremo anche di più. Voglio dire che abbiamo tutto quello che serve per capirci. Il concetto stesso di multilinguismo è nel Dna dell’Europa fin dai primi passi, quando i paesi erano solo sei”.<br /><br />
Ha idea di quanto costerete?<br /><br />
“Prima, tra interpreti e traduttori, costavamo a ciascun cittadino europeo l’equivalente di due caffè all’anno. D’ora in poi tre caffè. Magari potreste offrirci anche un bicchiere di vino, non crede?”.<br /><br />
Allora Babele?<br /><br />
“Babele è sinonimo di incomunicabilità. Mentre noi qui ci siamo sempre capiti. L’elemento fondamentale dell’Europa è proprio quello di consentire a ciascun cittadino di capire, nella propria lingua, ciò che accade a Bruxelles.Perché non deve mai più succedere che anche attraverso la lingua un paese imponga la propria volontà”.<br /><br />
Dov’è la patria di un europeo?<br /><br />
“ Certo non nel martirio degli eroi e nella retorica nazionalistica degli altari della patria. La patria europea non è fatta di Pietro Micca e di Guglielmo Oberdan, per dirla all’italiana. E’ una patria di idee e valori nuovi”.<br /><br />
E le radici?<br /><br />
“Quelle non si toccano. Io che sono fiero di essere cosmopolita e poliglotta ho bisogno di sapere da dove vengo per potere andare incontro con spirito aperto a chi è diverso da me. Domenica scorsa, per esempio, abbiamo fatto una grigliata in giardino qui a Bruxelles. Ma le salsicce venivano da Tresigallo, il paese della provincia di Ferrara dove sono nato”.<br /><br />
Anche il protagonista del suo libro cerca la madre di tutte le lingue per trovare le nostre comuni radici?<br /><br />
“Più che cercarla la trova suo malgrado, dispersa in briciole nelle molte lingue che parla come interprete”.<br /><br />
Solo in un romanzo esistono persone capaci di parlare quindici o sedici lingue?<br /><br />
“Possono esistere anche nella realtà. Dati alcuni presupposti il meccanismo è in fondo semplice: imparare una nuova lingua equivale ad imitare”.<br /><br />
Però il suo interprete impazzisce<br /><br />
“Perché entra in un circolo perverso. Più lingue si imparano più se ne vorrebbero imparare. E’ una tossicodipendenza, l’illusione di avere a disposizione diverse vite. Nei casi estremi va in crisi l’identità”.<br /><br />
Nel mondo si parlano seimila lingue. Ogni due settimane ne muore una. E’ grave?<br /><br />
“E’ vero che per ogni lingua che si estingue si perde qualche cosa. Tuttavia quando ciò accade per via naturale vuol dire che la cultura che parlava quella lingua non ha più niente da dire”.<br /><br />
Non si può proteggere una lingua?<br /><br />
“No, è un fenomeno naturale. Nessuno la controlla, nessuno ne ha le proprietà, di certo non gli Stati. Le lingue non si fermano alla frontiera”.<br /><br />
Soprattutto l’inglese non si ferma.<br /><br />
“Però anche l’inglese sta evolvendo, dal Texas all’Oriente, in forme che a Oxford sono ormai incomprensibili. La verità è che nessuna lingua muore veramente ma si trasforma. Per esempio, le molecole del nostro defunto latino sopravvivono in molte altre lingue”.<br /><br />
Ricorda don Milani? Diceva ai suoi ragazzi: attenti, voi conoscete cento parole, il padrone mille…<br /><br />
“Ed ecco perché comanda lui, concludeva”.<br /><br />
Per questo comandano l’America e l’inglese?<br /><br />
“Comandano soprattutto perché noi li lasciamo comandare. E poi non è così scontato. Proprio in America sta accadendo un fenomeno singolare. Accanto all’inglese si afferma lo spagnolo. Invece di essere i dipendenti ad imparare la lingua del padrone, è il padrone a dover imparare la lingua dei dipendenti”. <br /><br />
(Da La Nazione, 30/4/2004).<br /><br />
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