C’era un’isola in mezzo ai sogni, al largo di Rimini

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C’era un’isola in mezzo ai sogni, al largo di Rimini

Un gruppo di ragazzi, negli Anni 60, costruì a 11 km dalla costa una piattaforma. Lì fondò uno Stato libero dove si parlava esperanto. Una storia da romanzo. Che ha ispirato il nuovo libro di Walter Veltroni

di Aldo Cazzullo

« Lo sai che vi trovo abbastanza insopportabili?».
«Voi chi?».
«Voi. Vi lamentate di tutto. Siete sempre depressi e sfiduciati, angosciati e isterici. Ma siete anche leggeri. È come se il mondo non vi riguardasse. Come se lo vedeste su YouTube. Scuotete la testa e il mondo al massimo volete maledirlo, non cambiarlo».
«Eccoci qua, ci mancava. Voi invece volevate cambiarlo. Bel capolavoro avete fatto. Ti chiedi come mai siamo sfiduciati, tristi, disimpegnati? Be`, ci avete tolto tutto e pretendete anche che siamo allegri! Siamo disoccupati cronici o potenziali. Avete costruito un mondo in cui le persone vivono con lo specchio in mano, guardando se stesse e parlando di se stesse. È colpa nostra?».
«Prendi un metro e misura la tua vita. È più lunga, in verticale e in orizzontale. Tu vivrai più di tutti quelli che ti hanno preceduto sulla terra e sei in un reticolo di rapporti e conoscenze che i nostri nonni, con le baionette in mano e le loro lettere scritte dal fronte a una donna che stava in una casa senza acqua corrente, non avevano certo. Sei il più potente uomo della storia. Quando ti viene voglia di lamentarti, pensa che ti stanno guardando uno schiavo che aspetta il combattimento nel Colosseo, un malato di peste, un soldato al fronte, un nero in carcere in Sudafrica. Se ci pensi capirai due cose: che noi siamo stati meno inutili di quanto pensi, e che la tua vita è migliore di quello che senti. Misurala».

Sogni e scontri generazionali. L’ultimo romanzo di Walter Veltroni, che Rizzoli manda in libreria il prossimo 29 agosto, comincia con il dialogo – o meglio lo scontro – tra due generazioni. Giovanni, un ventenne di oggi, rinfaccia a Francesca, che aveva vent’anni nel Sessantotto, le responsabilità di quelli come lei; e lei gli risponde a tono. Non sono i due protagonisti. Sono anzi figure minori, destinate a ritrovarsi alla fine del romanzo, senza incontrarsi mai davvero. Ma sono – spiega l’autore – i rappresentanti dei due tempi in cui è ambientata la storia. «Il presente, l’era della sfiducia, del ripiegamento su noi stessi, della chiusura. E gli Anni Sessanta, l’epoca in cui tutto pareva possibile. L’isola e le rose è la storia di un sogno che diventa vero. Non un’utopia fine a se stessa; un’utopia realizzata, sia pure per un breve periodo. E tutto questo non poteva accadere che a Rimini: la città più bombardata d’Italia, che nel giro di pochi anni cambia umore e accoglie come amici i nemici di ieri; il luogo della contaminazione tra realtà e fantasia. Da Rimini non a caso sono usciti Federico Fellini e Tonino Guerra, che rivive nel libro sotto le spoglie di uno dei personaggi. E a Rimini, nell’estate del 1967, in quel momento magico in cui le energie dell’Italia della ricostruzione incrociano le inquietudini e le aperture sul mondo che genereranno il Sessantotto, un gruppo di amici progetta di costruire un’isola al largo della Riviera, in acque internazionali».

Allarme internazionale. A leggere il libro, pare una storia inventata. Una commedia all’italiana, in cui ragazzi di provincia escogitano una trovata per fare un po’ di soldi e si ritrovano tra le mani il progetto di un microcosmo diverso, che poco per volta diventa una radio libera, uno "Stato" indipendente, il luogo di un esperimento sociale e anche linguistico, visto che l’Isola delle Rose adotta come lingua ufficiale l’esperanto e diventa Insulo de la Rozoj. Ma lo scandalo è grande, si muovono il governo e i servizi segreti, i giornali scrivono di un complotto jugoslavo o albanese per costruire una base missilistica, l’Eni teme che l’isola sia in realtà una piattaforma per ricerche petrolifere. E quando l’utopia concreta dei "burdell" di Rimini finisce con una sentenza del Consiglio di Stato e con una carica di tritolo, si vedono le fotografie dell’esplosione, e si capisce che si tratta di una storia vera. «I personaggi sono di fantasia», spiega Veltroni, «ma le citazioni dei giornali dell’epoca sono autentiche. Sono andato a parlare con l’ingegnere che ha pensato l’isola, una persona fantastica. Ho trovato l’albergatore tedesco che era stato nominato ambasciatore in Germania dell’isola. E ho ricostruito una vicenda esemplare di un tempo in cui la società affluiva, le energie si liberavano e le notizie che arrivavano dal mondo – la morte del Che, l’assassinio di Robert Kennedy e di Martin Luther King, l’invasione della Cecoslovacchia – sembravano riguardare la vita di ognuno di noi». E qua e là spuntano, citati per nome o solo evocati, Enzo Biagi ed Eugenio Scalfari, don Milani e Sergio Zavoli, Pino e Licia Pinelli (appassionati di esperanto) e ovviamente Guerra e Fellini.

Una fine sofferta. L’Isola delle Rose non sopravviverà alla burocrazia e alla fine del Sessantotto. E nelle ultime pagine del romanzo si scopre che i personaggi non sono come sembrano: l’"idealista" Lorenzo – che però ha rubato la donna al suo migliore amico proprio la notte nella quale lui perde il padre – lo ritroviamo a Santo Domingo, mentre il "materialista" Giulio sarà l’unico a prendere la decisione drammatica che gli consentirà in qualche modo di rivedere l’isola. Poi ci sono quelli che restano a Rimini. Per cui il ricordo di quell’estate è ancora un dolore. Ma è anche la traccia dell’esperienza più bella della loro vita.
(Da Sette/ Corriere della Sera, 24/8/2012).




4 Commenti

Administranto
Administranto

SESSANTOTTO<br />
E in mare fiorirono le rose<br />
La storia di un'oasi libertaria senza utopie pedagogiche<br />
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Nel suo nuovo romanzo, L'isola e le rose, Walter Veltroni racconta e rielabora la storia di una magnifica illusione destinata a finir male, nell'autunno del 1968. Rievoca l'eccentrico progetto, visti i risultati forse troppo eccentrico, di un gruppo di ragazzi di Rimini di costruire sull'Adriatico, in acque internazionali, a poco più di una decina di chilometri dalla costa italiana, un'isola artificiale. Un'oasi di libertà da edificare ex novo , una piattaforma in mezzo al mare dove si discutesse liberamente di arte e di letteratura, si suonasse e ascoltasse liberamente la musica, si praticasse liberamente la danza, o la pittura, o una qualunque attività creativa o intellettuale, lontani dalle regole e dalle convenzioni asfissianti della terraferma. Un minuscolo Stato sovrano, con una sua costituzione e l'adozione di un linguaggio «universale» che superasse conflitti e divisioni nazionali: l'esperanto. Con una sua primaria ragione di esistenza: realizzare su una superficie di pochi metri un piccolo mondo retto da regole diverse.<br />
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La storia, dettagliatamente raccontata da Veltroni, ebbe un esito catastrofico. Non appena cominciarono i lavori di costruzione della piattaforma, ebbe inizio il gioco al massacro delle dicerie e della denigrazione di un esperimento che, in verità, non faceva male a nessuno. Fiorirono attorno a quell'isola artificiale le leggende più maligne, incredibili e cervellotiche: che fosse un dancing clandestino, un casinò, una piattaforma petrolifera che non voleva dichiararsi, un luogo di contrabbando, addirittura qualcuno disse «una rampa missilistica». L'esperimento durò poco. La piattaforma venne fatta brillare con l'esplosivo. Il sogno di quei ragazzi fu disintegrato. L'isola venne cancellata. Una zona franca cessò di esistere, colpita da una persecuzione sproporzionata e immotivata. Persino il ricordo dell'«Isola delle rose» sarebbe andato perduto se Veltroni, dopo tanti decenni, non avesse voluto restituirci l'atmosfera di un '68 esistenziale così diverso dagli stereotipi, dalle immagini, dai ricordi preconfezionati, dalla retorica che circonda il '68 consegnato dalla storiografia e dalla memorialistica consueta.<br />
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Il libro di Veltroni assomiglia a un film del 2009, I Love Radio Rock, dove si raccontano le peripezie di una nave pirata che, nell'Inghilterra degli anni Sessanta, trasmetteva la musica rock bandita dai canali della Bbc e che veniva seguita dai giovani e giovanissimi con la trepidazione appassionata delle cose clandestine. Una musica (allora) trasgressiva, ma l'extraterritorialità di quella nave comunicava un senso di libertà enormemente più affascinante e suggestivo. La nave affondò, ma non si smarrì il significato di quell'imbarcazione carica di note e di suoni che segneranno la fine di un'epoca. L'«Isola delle rose», o «Insulo de la Rozoy», come si diceva in esperanto, non assunse la dimensione leggendaria di «Radio Rock», ma marcò un'analoga esigenza di extraterritorialità, di lontananza dai codici e dalle regole che imprigionavano la vita e le consuetudini che la irreggimentavano. Era una sfida, malgrado l'aspetto innocuo e visionario di un progetto che in fondo non minacciava più di tanto il principio tradizionale d'autorità e l'«ordine costituito». Ma l'«ordine costituito» reagì, come accade troppo di frequente, in modo ottuso e feroce. Non poteva sopportare nemmeno la presenza contagiosa di quella piattaforma piantata in mezzo al mare. E la demolì, come fosse chissà quale pericolo per il mondo.<br />
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Veltroni racconta la storia dell'Isola delle rose (l'isola «e le rose» del titolo riecheggia il binomio «il pane e le rose», che voleva insieme emancipare l'umanità dal bisogno materiale e dall'oppressione culturale) con rispetto, affetto e partecipazione simpatetica. Parla di ragazzi che non padroneggiavano complesse strategie politiche e che non caddero nella tentazione di alimentare sette e fazioni, che invece fece deragliare il '68 rendendolo dottrinario, legnoso, vulnerabile alla violenza e al richiamo palingenetico della rivoluzione politica. Parla di ragazzi che il mondo nuovo lo volevano creare in mezzo al mare, su base volontaria e senza l'uso di strumenti coercitivi e intolleranti.<br />
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Per questo l'uso del termine «utopia» non si addice compiutamente all'esperimento dell'«Isola delle rose». Dovunque siano state costruite e immaginate, da Platone a Tommaso Moro a Tommaso Campanella, le utopie politiche (molte, non tutte, insulari per dare il senso di un mondo lontanissimo da quello attuale) hanno infatti sempre auspicato un potere autoritario, una dittatura pedagogica che raddrizzasse il «legno storto» dell'umanità, come disse Isaiah Berlin riecheggiando Kant, anche a costo di sradicare con mezzi oppressivi l'imperfezione che avrebbe sporcato la società ideale. 1984 di George Orwell non è che la descrizione di queste utopie, ma con un valore rovesciato, la demolizione sarcastica della pretesa utopistica di costringere l'umanità a uniformarsi a uno schema dogmatico astratto.<br />
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I ragazzi e le ragazze raccontati da Veltroni, invece, volevano costruire il mondo ideale senza costringere nessuno. Solo su base volontaria, e non per piegare l'umanità a una dottrina rigida che non ammette fughe o dissenso. I ragazzi si separavano dalla terraferma ripudiata. Andavano verso il mare aperto, chiamando a sé solo chi era intenzionato a condividere un progetto di liberazione: tutto il contrario della coercizione utopistica. Del resto le utopie politiche descrivono un successo. L'«Isola delle rose» è invece la cronaca di una grande sconfitta. Il romanzo, come quello scritto da Veltroni, di un'illusione perduta.<br />
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Pierluigi Battista<br />
Pag. 41 "Corriere della sera" 2012-08-29

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

D'Alema: «Il libro di Veltroni un sogno per padri e figli» <br />
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di Massimo D'Alema <br />
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Per quelli della mia generazione, il romanzo L’isola e le rose ha il sapore della nostalgia e ci riporta in un tempo cruciale della nostra vita personale e della nostra storia collettiva. Tutta la vicenda si svolge tra la fine del 1967 e l’ottobre del 1968, un anno indimenticabile. Viene persino da pensare: «ma dov’ero io in quei mesi fatali, dall’agosto all’ottobre, in cui si decide il destino dell’isola?». Si ha come la sensazione che quell’incredibile storia vera abbia sfiorato la nostra esistenza, che fu segnata dagli stessi eventi, dalle stesse speranze e dagli stessi miti che fanno da sfondo alla storia dei ragazzi di Rimini protagonisti del romanzo. <br />
Il mio ’68 militante, in quei mesi, mi spingeva a Praga, in piazza, con il groppo alla gola, contro i carri armati sovietici.<br />
E, più tardi, a Francoforte, a rappresentare con Giulietto Chiesa e Giorgio Manacorda la Fgci nell’università assediata dalle forze dell’ordine, dove si svolse il drammatico congresso che - dopo l’attentato a Rudi Dutschke - decise lo scioglimento della Sds, la - per noi leggendaria - lega degli studenti tedeschi di sinistra.<br />
Il ’68 che Walter Veltroni ci racconta, con molto garbo e affettuosa partecipazione, non è quello dei grandi eventi della militanza politica; i riflettori si accendono sulla provincia italiana, sia pure su quella provincia straordinaria che è Rimini e la Riviera romagnola, dove l’ottimismo e la gioia di vivere sono di casa, mescolati con una vena di follia che rende fertile il terreno per i sogni, le utopie e le imprese incredibili. È in questo clima che matura il progetto di un gruppo di ragazzi, fra ansia di libertà ed estro per gli affari, che, l’uno e l’altro, certamente non fanno difetto da quelle parti. La costruzione dell’isola (una piattaforma al largo di Rimini) diventa via via non soltanto la loro avventura, ma un evento che coinvolge e anima un’intera comunità. Ed anche se al centro c’è il racconto delle storie di questi ragazzi, narrato con freschezza, con le loro speranze, amori e ingenuità, ciò che colpisce è, più in generale, l’affresco della società italiana di quegli anni. Un Paese che, uscito dalla tragedia della guerra, si era via via modernizzato ed aperto al mondo e cresceva impetuosamente, sospinto dalla fiducia nelle sue forze e percorso da energie vitali. L’isola diventa, allora, la metafora di una società in piena trasformazione, il simbolo di una generazione nuova che guarda al futuro e al mondo. <br />
L’America irrompeva nella nostra civiltà con la sua musica, con il cinema e la televisione, perché, al di là dell’ingenua utopia dei ragazzi di Insulo de la Rozoj, non era nel segno dell’esperanto che il mondo andava allora unificandosi. E, nel racconto di Veltroni, la modernità che arriva d’oltreoceano si incontra con la creatività del nostro cinema, e col maestro Fellini innanzitutto, e con i miti della politica un po’ confusi, da John Kennedy a Che Guevara, ma tutti nel segno del cambiamento. Non manca neppure - con una punta simpatica di autoironia - il riferimento alle figurine Panini.<br />
È straordinario come Walter sappia raccontare la vita di una generazione alla quale egli si è iscritto certamente giovanissimo, avendo avuto nel ’68 non più di tredici anni. Ma, forse, nel romanzo, più che la nostalgia di quel tempo - che esprime probabilmente il sentimento del lettore -, traspare un amore profondo verso il nostro Paese ed una fiducia nelle sue potenzialità. Certo, la storia dell’isola si presta anche bene a mettere in luce i vizi incancellabili del nostro carattere. Non è un caso che l’isola delle rose venga costruita oltre il limite delle acque territoriali, quasi a sottolineare quella diffidenza verso lo Stato, i suoi regolamenti e le sue leggi, gli obblighi che esso impone, a cominciare da quelli fiscali, cui gli italiani, oggi come nel ’68, appaiono recalcitranti. Ma questa diffidenza è un sentimento ricambiato da una politica lontana e lenta nel capire e da una burocrazia ottusa e conservatrice, orientata piuttosto al controllo e alla repressione, malgrado l’intelligenza e l’umanità di qualche funzionario (ringrazio Walter per la figura di Tortolì, «la spia buona», che riscatta una categoria al centro di molti - forse troppi - sospetti). Ma si sa che la forza della nostra società non sta tanto nel sentirsi comunità e nazione, quanto nelle reti di solidarietà, di amicizia, nei legami familiari, nel dialogo, anche se a volte difficile, tra le generazioni. <br />
Nel romanzo di Veltroni, tornando indietro alla maniera del flashback cinematografico, entrano in scena tre generazioni: i nostri padri, che hanno vissuto la dittatura, la guerra e la ricostruzione, noi e i nostri figli. E nel dialogo tra padri e figli ci sono forse i passaggi più profondi ed anche più problematici del racconto. La generazione della guerra e, poi, del miracolo italiano, portava con sé una carica di speranza e di fiducia e la trasmise ai figli, incoraggiandoli a costruire «le loro Piramidi». Più aspro e difficile si delinea il rapporto tra chi ha vissuto le illusioni del ’68 e i giovani di oggi, che sembrano aggirarsi tra le macerie di una crisi che ha colpito sicurezze e conquiste sociali e che non sembra offrire speranze per il futuro. «Ci avete tolto tutto: dall’illusione della ricchezza facile alla fiducia di una società migliore, più giusta», è il grido dei ragazzi di oggi contro una generazione - la nostra - che spesso appare prigioniera del proprio narcisismo e incapace di riaprire una prospettiva per i più giovani.<br />
Mentre scrivo, le agenzie annunciano un livello di disoccupazione tra i ragazzi mai raggiunto negli ultimi vent’anni e il peso di questa realtà drammatica offre più di una ragione alla protesta di chi vede svilite le proprie aspettative di vita e si sente escluso. Ma è anche vero che dal buio della crisi non si esce senza tornare a immaginare il cambiamento e senza tornare alla forza di un sogno. «Siamo caduti e risaliti. Ma siamo vivi. È l’augurio che faccio a voi. Abbiate l’ambizione di fare qualcosa di grande»: questo è il messaggio di speranza che Walter propone a conclusione del dialogo. Ed il romanzo si chiude quando, insieme, padri e figli scorgono, lontana, l’isola: «Sì, la vedo, è bellissima».<br />
(Da unita.it, 2/9/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

TOH, VELTRONI SCOPRE L'ALTRO '68 <br />
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L’ex leader Pd stranamente controcorrente nel suo libro: archivia i falsi miti della contestazione <br />
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di Fabrizio Rondolino <br />
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II nuovo romanzo di Walter Veltroni è probabilmente la più importante (e severa) riflessione politica sulla sinistra italiana da molti anni a questa parte. Che appaia in forma di racconto e non di saggio è un segno della sua modernità illuminista; ma anche, forse, di una certa reticenza molto (post)comunista a parlare chiaro di cose scomode. Lasciamo da parte dunque i meriti letterari del fondatore del Pd, e affrontiamo la sostanza. I favolosi anni Sessanta (così s’intitola un suo libro del 1981) sono un’autentica ossessione veltroniana, ma qui per la prima volta informa esplicita il decennio non è soltanto musica a 45 giri, figurine Panini e film di Mastroianni: è anche, e finalmente, il decennio cruciale che divide a metà il secolo, e anzi lo spacca come una mela, e che in Italia avrà conseguenze durature sul destino della sinistra. Il ’68 è assurto a simbolo di quegli anni, ma certo non li riassume né li significa tutti. Anzi, si può dire che ne segni l’inizio della fine. E Veltroni, nel suo romanzo, proprio questo vuol farci capire. L’isola e le rose racconta, come recita il sottotitolo, «Un’incredibile storia vera»: quella di una piattaforma artificiale di 400 mq costruita allargo di Rimini, al di fuori delle acque territoriali italiane, nel maggio del ‘68 e battezzata, appunto, «Isola delle Rose» (anzi, «Insulo de la Rozoj», perché la lingua ufficiale era l’esperanto). La piattaforma-isola, che avrà vita brevissima e subirà presto un grottesto blocco navale italiano, si presenta come un vero e proprio stato indipendente, con tanto di bandiera e francobolli. Ma è soprattutto un grandioso esperimento libertario, uno dei pochissimi a fiorire nel nostro Paese. E qui veniamo al punto. Il ‘68 nasce, come tutto ciò che ha a che fare con la libertà, negli Stati Uniti, e precisamente quattro anni prima, nel ‘64, quando l’università di Berkeley viene occupata dagli studenti. In quel periodo cruciale muore assassinato il presidente Kennedy e i Beatles tengono la loro prima trionfale tournée in Nord America. Gli anni Sessanta americani sono gli anni della controcultura, della rivoluzione dei costumi, del movimento hippy. Non manca la violenza neanche negli Stati Uniti (anzi), ma l’impronta è nettamente libertaria, pacifista, nonviolenta. L’obiettivo non è necessariamente cambiare il mondo, ma «liberare la mente»: cioè coltivare la libertà. I giovani americani riscoprono il diritto a perseguire la propria felicità, inscritto da Jefferson nella Dichiarazione d’Indipendenza, e su questa leva partono all’attacco dell’establishment. In Europa le cose vanno altrimenti. Prima in Francia, e poi soprattutto in Italia, la contestazione giovanile si politicizza, si frammenta e irrigidisce in decine di partitini maoisti, leninisti, persino stalinisti, si militarizza e infine si inaridisce. La parte più vitale, più innovativa, più aperta del movimento viene rapidamente soffocata dalla micro-partitocrazia e, poi, dai servizi d’ordine, e sopravvive soltanto ai margini, semiclandestina, folcloristica, guardata con sospetto dai marxisti vecchi e nuovi e nuovissimi. I quali tollerano gli aspetti di costume – la musica, che però dev’essere «impegnata», piuttosto che la rivoluzione sessuale - ma fraintendono completamente la portata libertaria, anarco-individualista, creatrice del movimento. Dalla rivolta americana nasceranno il computer e internet, da quella italiana il terrorismo e l’ideologia assistenzialista del precariato permanente. L’Isola delle Rose è un frammento dell’altro ‘68, quello minoritario e reietto, cioè quello vero: che considera già morte e sepolte le ideologie e le distinzioni pretestuose fra «destra» e «sinistra», che coltiva nella libertà dell’individuo le radici della creatività, che non ha paura del progresso, che crede nel merito e nella responsabilità. Veltroni riporta alla ribalta questo frammento dimenticato, guardato con sufficienza dagli intellettuali organici e dai militanti severi, e rovescia così l’immagine tradizionale, conservatrice e politicamente corretta che la sinistra vecchia e nuova ha costruito del ‘68. È un’operazione culturale e politica che meriterebbe qualche riflessione meno superficiale, e che ha il merito, per una volta, di essere limpidamente, rigorosamente minoritaria. <br />
(Da Il Giornale, 4/9/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

A ogni politica un sogno, l’isola che non c`è più di Veltroni <br />
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di Stefano Di Michele<br />
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Come il Rex, è un sogno fatto a Rimini, l’Isola delle Rose. Nel buio e dalla nebbia, emerge il Transatlantico di Fellini appare e scompare; nella luce e dentro una nebbia mattutina si svela l'Isola di Veltroni - vive di breve e matta vita e s’inabissa. Una storia che da oltre quarant’anni dormiva sul fondo del mare e nei ricordi dolenti (di sommesso dolore, come sono i ricordi di ogni fallimento: occhi tristi come quelli dei bufali, vengono evocati nelle prime pagine) dei suoi protagonisti, questa che Walter Veltroni racconta nel suo ultimo, curioso e commovente, libro, "L’Isola delle Rose" (Rizzoli) - in esperanto Insulo de la Rozoj: quell’altro sogno inattuato di una lingua universale per tutti gli uomini. Un sogno fatto all’alba del ‘68, e appena prima del ‘68 con la forza sprofondato - come poi succederà al Sessantotto che dall’Isola scese nelle strade, pensando di conquistarle per riscoprirle infine infestate dal terrorismo. Così purtroppo sono il più delle volte i sogni - i sogni che vivono sulle isole in particolare (Utopia non è il nome della famosa e irraggiungibile tra le isole?). Storia bellissima e reale e quasi incredibile, questa. Che emerge da una cassa dal fondo del mare: dei fogli in una lingua misteriosa, dei dischi, un libro di Màrquez, dei tappi di Coca-Cola. Da qui comincia il viaggio a ritroso di Giovanni, fino a incrociare la sua vita di ventenne di oggi con quelli che furono ventenni allora - e un’isola vera e uno stato sovrano e un sogno (un sogno!) realizzarono. Solo a pensarla, una cosa del genere: vera follia. "E’ chiaramente una follia. Però anche il telefono lo era, anche la radio, il motore a scoppio e la ruota". E’ che a volte una follia, quando si prova a farla vivere, sembra meno folle di quando era solo pensiero. L’Isola delle Rose che Giulio e Giacomo e Lorenzo e Simone ed Elisa e Laura avevano immaginato (e pure i vecchi, i padri, a un certo punto, cominciano inaspettatamente a sognare con loro: sono contagiosi, i sogni) emerse davvero, un giorno d’inizio estate sul mare (a qualche chilometro dalla costa, in acque internazionali) davanti a Rimini. Una piattaforma, "allora, servono nove tubi principali del diametro di 630 millimetri, chiusi sopra e sotto...", dieci milioni di lire di costo, i gelati, la radio, il caffè, la musica, il rumore del mare, centinaia e centinaia di barchette che partivano dalla spiaggia per andare ad ammirare quel manufatto di tubi e follia. "Rimini era un brulichio di parole, litigi, sospetti, attese, complotti, rancori, invidie, speranze e sogni. Era viva, insomma". Si muovono persino i servizi segreti, interrogazioni parlamentari a Roma, forze dell’ordine all’erta, giornali scatenati. "Polizia, dogane, controspionaggio sono in allarme: è una rampa missilistica? Una radio privata? Una casa da gioco? O un eccentrico night?". I russi? I cinesi? Gli albanesi - persino gli albanesi! "Una piccola Cuba nel mare di Rimini"? "Stato Burletta nello Stato Italiano" (da interrogazione parlamentare missina). L’apparente razionalità si fa a volte comica, paranoica, surreale. "Se sgarrate vi seghiamo". Venivano i pescatori, venivano i bagnanti, i ragazzi. Persino gli sbirri che dovranno poi farla saltare in aria. "Vi ascoltavo tutti i giorni. Mi dispiace. Mi mancherete". Non bandiera rossa, ma bandiera con tre rose - Isola delle Rose. Poi venne l’ultimo giorno - "Addio Isola delle Rose, con te se ne parte la primavera". "Furono le ore più belle che l’isola avesse vissuto. Furono le ore più belle che i ragazzi avessero vissuto". I sovietici a Praga. La polizia che massacra gli studenti a Città del Messico - le voci tristi da fuori. Di colpo dal mare giungono all’isola decine di barche. Tutte uguali. Gente in divisa. "Che assurdità. Però siamo esistiti". Cinquecento chili di tritolo e cinquanta di plastico. Il sogno torna in fondo al mare. Un ragazzo scatta le foto che ancora oggi raccontano che è successo davvero. Un altro suona con la tromba la straziante colonna sonora della "Strada" di Fellini. Il mondo divise poi quei sognatori e i loro affetti. Ma uno di loro, una notte, scese nel mare e vi rimase. "Andava verso l’isola e forse è l’unico di noi che l’ha rivista". <br />
(Da Il Foglio, 12/9/2012).

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