C’è chi dice no

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TUTTE LE LINGUE DELLA CATALOGNA

di Jacopo Tomatis

Ritornare a Manresa per la Fira Mediterrània riattiva tutta una serie di impressioni: sulla Catalogna patria delle radici senza filogie, degli autonomismi senza leghismi, della tradizione senza rimpianti. Con il solito corollario di “endemismi ideologici”, come il continuo stare in bilico fra folk e folklorismo, in un modo inconcepibile per gli standard italiani. O come l’idiosincrasia per l’inglese: Francesco Ganassin, clarinettista dei veneti Calicanto, ci prova a presentare un brano nella lingua di Shakespeare, ma dopo due frasi parte l’urlo dal pubblico: «¡En italiano!».
Sì, alla Fira è raro parlare inglese, ma Babele regna comunque: il programma – e parte delle comunicazioni ufficiali – offrono sempre un’alternativa: castigliano e/o catalano. Anche i professional locali, mutuando uno stereotipo anglosassone (!) si sono convinti che l’italiano sia uno castigliano senza la –s e con i dittonghi, e che francese, piemontese, nizzardo, provenzale, occitano e loro varianti locali siano il catalano. Eppure, il corto circuito culturale è di grande piacevolezza, e dopo un paio d’ore ci si dimentica di aver studiato delle grammatiche e si improvvisa.
Più che dedita alle musiche del Mediterraneo (come invece è la marsigliese Babel Med), la Fira de Manresa predilige le musiche di quella macroregione che va dal País Valenciano alla pianura padana. Il risultato è che si finisce per ascoltare cose italiane che difficilmente da noi ottengono situazioni di analoga visibilità: come i citati Calicanto, che festeggiano il trentennale e fanno il pieno nella piazza maggiore risparmiata – appena per qualche ora – dal gran diluvio. O come i piemontesi-valdostani Chemin de Fer e il duo Rocca-Benigni (italiani quest’ultimi, ma apolidi di cuore), fra i momenti più felici – per qualità e per pubblico – del tendone “gastronomico” che è il cuore della Fira. O ancora come – in un momento di pura serendipità – El Pont d’Arcalis, formazione pirenaica che chiude il suo set al Teatro Kursaal invitando a sopresa sul palco un’istituzione della musica piemontese come “Chacho” Marchelli (Tre Martelli, Ariondassa – con cui El Pont ha fatto un disco qualche anno fa).
Una menzione fra gli “italiani” va alla bravissima cantante istriana (che sceglie – avendo ben compreso l’andazzo – l’italiano per rivolgersi al pubblico) Tamara Obrovac, con il Transhistria Ensemble che annovera – fra gli altri – il fisarmonicista Simone Zanchini. L’approccio jazzy al materiale tradizionale della penisola sloveno-croata riesce a non suonare mai stucchevole, nonostante gli ampi spazi solistici riservati agli strumentisti e alle improvvisazioni vocali della Obrovac: una rarità nel genere, che riesce a popolarizzare il jazz più che a “jazzificare” il popolare.
A Manresa ci si dedica, comunque, anche all’altra sponda del Mediterraneo, ma con proposte in definitiva meno riuscite: è il caso dell’Orquestra Àrab de Barcelona, che propone un progressive folk di ispirazione marocchina un po’ troppo smooth e patinato. Più fresco il combat rock del franco-algerino El Gafla, che suona però troppo debitore al sound Manu Chao: un suono che, chissà perché, è invecchiato meno bene di altri, e oggi sembra aver perso del tutto la sua forza espressiva. Nella stessa sera, sul palco del periferico club Stroika (bel posto dove ascoltare musica), il duo fra i Massilia Sound System Dj Kayalik e Papet J ricorda invece che il ragga occitanista è più vivo che mai, e che a decenni di distanza dalla sua nascita continua a funzionare alla grande.
Non mancano alcuni eventi da circuito world “high class”, come la lanciatissima pizzica da esportazione del Canzoniere Grecanico Salentino. O come Band of Gypsies, l’atteso incontro fra Kočani Orkestar e Taraf de Haïdouks, vero evento di punta della fiera. Come suona? Come ci si aspetta che suonino due orchestre zingare insieme sul palco. Più misurato (per decibel raggiungibili e per raffinatezze) il Taraf, il cui suono è come sempre imperniato sul dialogo fra violini e cymbalon; estrema, come si impone a una fanfara di ottoni, la Kočani: le due formazioni creano una musica tellurica che sembra muoversi come per grumi ritmici, di difficile razionalizzazione (ci si chiede: “che stanno suonando?”). Una specie di gara a chi suona più forte e più veloce: chi arriva primo vince, e gli altri aspettano.
Nella categoria “rom” menzione anche ai franco-turchi Bashavav, che fanno ballare a notte fonda il tendone di plaça Milcentenari. Seguono a ruota, nella stessa categoria, i catalani Rumba Vella a ricordare come quello "gispy" sia un linguaggio, prima che un genere, tutto europeo.
Rimane da dire dello spettacolo più innovativo ed emozionante fra quelli visti, anche perché inatteso e del tutto incongruente con le aspettative: Sources, produzione della belga Compagnie des Sources è una performance per un danzatore (e coreografo, Nono Battesti), un organettista (Didier Laloy, avvistato con i Samurai insieme a Riccardo Tesi) e poco altro videoregistrato (fra cui una voce femminile). I due si fronteggiano, si oppongono in un misto di hip hop, capoeira e quant’altro, dal soul all’“Hallelujah” di Leonard Cohen, utilizzando come unica scenografia un pannello traslucido retroilluminato su cui appaiono ora come ombre, ora – in video – con le loro movenze moltiplicate. Come questo frullato possa funzionare ed emozionare, rimane un piccolo mistero tutto da scoprire, ma che dimostra come a mescolare le cose si possano ancora trovare vie del tutto nuove da percorrere.
(Da Giornaledellamusica.it, 7/11/2011).




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