Catalogna. Gli indipendentisti non hanno vinto, ma…

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La battaglia per l’indipendenza.

Catalogna, timori dopo il voto il leader rischia l’incriminazione.

L’80% dice sì nel referendum vietato e Mas punta alle elezioni anticipate.

A CURA DI
GIAN ANTONIO ORIGHI.

Per cosa si è votato domenica in Catalogna?

Oltre sei milioni di cittadini, includendo i maggiori di 16 anni
(per la legge elettorale spagnola si può votare solo a 18 anni) e
i 900 mila stranieri residenti nella regione – ossia un milione
in più del censo elettorale legale – hanno potuto recarsi alle
«urne» per rispondere a una «consultazione partecípativa»
che in un’unica scheda proponeva due quesiti: «Vuole che la
Catalogna sia uno Stato?» e «Se sì, vuole che questo Stato
sia indipendente?». Non c’erano censo, autorità elettorale,
garanzie nel conteggio dei voti, cabine. L’organizzazione è stata
affidata a 40 mila volontari, tutti separatisti.

Perché una «consultazione partecipativa» e non
un referendum?

Il parlamento catalano aveva chiesto al parlamento di Madrid
la potestà di convocare un referendum indipendentista
che in Spagna, Costituzione alla mano, può essere convocato
solo dal governo centrale dopo il placet delle Cortes.
Bocciata la richiesta, il parlamento catalano ha approvato
a larga maggioranza 1`80%) una legge regionale ad
hoc e convocato un referendum per il 9 novembre. Il governo
popolare del premier Mariano Rajoy, appoggiato dal principale
partito di opposizione, l’ha impugnato presso la Corte Costituzionale,
che l’ha sospeso.
Allora il presidente regionale Mas si è inventato una «consultazione
partecipativa» che lasciava spazio ad associazioni
separatiste, ma che poi ha organizzato in prima persona.

Gli indipendentisti hanno vinto?

No. Stando ai risultati «ufficiali» comunicati ieri pomeriggio,
hanno votato solo 2.305.290 persone, con una affluenza alle
urne del 35,9% degli aventi diritto.
Il «doppio sì», cioè anche all’indipendenza, ha ottenuto
1’80,76%, quindi 1.861.753 di voti, cioè il 33,45% del totale degli
aventi diritto.

Che cosa rischia ora il governo catalano?

Il governo di Mas ha pubblicizzato la votazione con spot istituzionali,
ha messo a disposizione i locali per «votare», ha prodotto
le schede scaricabili dal suo sito e ha persino annunciato i risultati.
I reati sono tre: disobbedienza alla Corte Costituzionale, abuso
di potere e sperpero di denaro pubblico.

Che cosa succederà adesso?

Mas non molla. La «consultazione partecipativa» è stato un
flop numerico, ma anche una gigantesca campagna pubblicitaria
a favore dell’addio alla Spagna e della sua leadership.
Il presidente regionale ha già detto che il referendum definitivo
saranno le elezioni anticipate, con una sola lista che raggruppi
tutti i separatisti (la sua CiU, l’alleato esterno Erc e la
Cup), che adesso hanno la maggioranza nel parlamentino di
Barcellona e che, stando ai sondaggi, l’otterranno di nuovo.
Poi dichiarerà unilateralmente l’indipendenza, una nuova sfida
tra legalità (le leggi di Madrid) e legittimità (i voti dei catalani).

È possibile che Madrid e Barcellona si mettano d’accordo?

Con l’attuale governo centrale, no. Rajoy, che ha la maggioranza
assoluta alle Cortes, non parla neppure di riforma costituzionale
per trasformare la Spagna in uno Stato confederale,
come invece propone il leader socialista, Sànchez.

Ci guadagnerebbe la Catalogna a essere uno Stato
Indipendente?

Economicamente no. La regione uscirebbe dall’Unione europea,
dall’euro, non sarebbe più protetta dalla Bce e il suo spread
balzerebbe alle stelle con un deficit di 57 miliardi di euro, cioè il
29,9% del suo Pil (che è il 19% di quello spagnolo), e non saprebbe
più come finanziarsi.
(Da La Stampa, 11/11/2014). 




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