Carta Ue

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Carta Ue, Spagna e Polonia pronte all'intesa
Celebrato l'allargamento, riparte la trattativa. Ora resta da stiperare la posizione rigida di Londra sul diritto di veto

DUBLINO – L'accordo sulla Costituzione è possibile, forse anche vicino. Il premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero lo ha confermato, in forma privata sabato sera a Dublino, all'irlandese Bertie Ahern, presidente di turno dell'Unione e «padrone di casa» nel «giorno delle fanfare» per l'Europa a 25. Il presidente polacco, Aleksander Kwasniewski, invece, lo ha tranquillamente dichiarato davanti a giornalisti e tv: «La Polonia non procurerà problemi. Vogliamo arrivare a un trattato costituzionale». Ma il «problema» ora rischia di essere un altro. Rientrati da Dublino, diplomatici di diversi Paesi concordano su un punto: gli inglesi hanno irrigidito le loro posizioni sul «diritto di veto», cioè la possibilità che il «no» di un solo Stato possa bloccare una decisione condivisa dagli altri 24.

LA «QUESTIONE INGLESE» – Nei giorni scorsi il primo ministro Tony Blair aveva annunciato la convocazione di un referendum per ratificare il Trattato costituzionale. Ciò significa sostanzialmente due cose, come hanno potuto constatare le delegazioni dei diversi governi presenti a Dublino. La Gran Bretagna non farà saltare il tavolo del negoziato. Nello stesso tempo, però, Blair non ha intenzione di regalare campo agli avversari interni, ai Conservatori euroscettici. Conclusione: tutti prevedono «sofferenze» quando si dovrà passare al capitolo sulle decisioni che i Consigli della Ue (il governo di ultima istanza dell'Unione) potranno prendere a maggioranza. Blair e il ministro degli Esteri Jack Straw sono pronti a difendere a oltranza il meccanismo dell'unanimità (e quindi il «diritto di veto» su un robusto portafoglio di settori legislativi: tasse, flussi di immigrazione, giustizia, risorse e bilancio della Ue. Oltre, naturalmente, come già previsto dalla bozza elaborata dalla Convenzione, le garanzie di autonomia per la difesa e la politica estera.

CANDIDATURA PATTEN -La variabile inglese rimbalza dal confronto sulla Carta costituzionale alla partita per la successione di Romano Prodi alla testa della Commissione. Due giorni fa il Financial Times ha rilanciato in prima pagina le voci sulla possibile candidatura di Chris Patten, attuale commissario alle Relazioni esterne. L'ultimo governatore di Hong Kong, esponente del partito conservatore, potrebbe essere appoggiato dal laburista Blair per portare, o meglio, trascinare la Gran Bretagna al centro della macchina europea. In questo modo il premier potrebbe presentarsi davanti agli elettori con un doppio messaggio: abbiamo difeso gli interessi inglesi nella Costituzione; abbiamo mandato «uno dei nostri» a guidare il lavoro di Bruxelles, quindi possiamo «fidarci», le nostre leggi non verranno stravolte dall'Unione a 25.

IRLANDA IN CAMPO – Al momento, comunque, le voci su Patten rimangono allo stato gassoso. Esattamente come le altre. I Paesi più piccoli e i nuovi soci, per esempio, premono per una figura di garanzia, anche perché tedeschi e francesi si sono già prenotati per le poltrone strategiche nel campo dell'economia. Toccherà al primo ministro irlandese, Ahern, identificare il candidato con più possibilità di successo (decidono Consiglio europeo e Parlamento). In parallelo Ahern continuerà a sviluppare le trattative sulla Costituzione. Domenica 9 maggio il leader irlandese rivedrà Zapatero, questa volta a Madrid. Poi i 25 ministri degli Esteri si ritroveranno due volte a Bruxelles, il 17 e il 24 maggio. Infine entrerà in gioco il Consiglio europeo di giugno. Il presidente spagnolo ha già fatto cadere l'opposizione al sistema della «doppia maggioranza», togliendo di mezzo l'ostacolo più alto. Nella bozza giscardiana è previsto un dispositivo a doppio catenaccio: nei Consigli passa una decisione che ottiene il consenso da parte della metà più uno degli Stati, purché rappresenti almeno il 60% della popolazione. In questi mesi i numeri hanno ballato a lungo. Secondo le ultime indiscrezioni le lancette si starebbero fermando su queste posizioni: 60% di consensi tra i Paesi membri, in rappresentanza del 62-64% della popolazione. Restano vive, comunque, soluzioni più semplici (tipo 55% per gli Stati e 55% per la popolazione). Una cosa appare certa: se si discute su un punto in più o in meno di percentuale, vuol dire che l'intesa è davvero vicina. Per lo meno sul sistema di voto. Poi si faranno i conti con la Gran Bretagna.

GIUSEPPE SARCINA
CORRIERE DELLA SERA, 03.05.2004, p. 11

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