Cari uomini, e se vi chiamassimo ingegnera, dottora, calzolaia…

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Cari uomini, e se vi chiamassimo ingegnera, dottora, calzolaia…
Vi arrabbiereste, eccome.

di Monica Ricci Sargentini.

Ma come reagireste voi uomini se qualcuno vi chiamasse al femminile? Come minimo rimarreste spiazzati e pensereste ad uno sbaglio ma se la cosa non si rivelasse essere tale, se diventasse una regola, vi sentireste spogliati della vostra identità, scambiati per qualcun altro. Allora perché se noi donne chiediamo di applicare la grammatica ed essere chiamate al femminile veniamo derise, accusate di occuparci di cose poco serie, di stupidaggini. La lingua non è mai ininfluente. Come ha detto recentemente la presidente della Camera, Laura Boldrini, “il linguaggio determina la percezione di una persona. Se nego il linguaggio nego poi i diritti, il salario: tutto si tiene ed è collegato”.
Nella Bibbia Dio nomina le cose ed esse sono. La parola è potente. Non a caso negli Stati Uniti agli immigrati per prima cosa veniva storpiato il cognome e gli schiavi prendevano il nome dei loro padroni.
E’ dalla fine degli anni ’80 che mi batto, insieme a tante altre, per l’uso dei termini al femminile nella lingua italiana. Nel 1987 uscì un libretto a cura della Commissione Pari Opportunità con una prefazione di Alma Sabatini ed un testo di Sergio Lepri. Il titolo era eloquente: “Il sessismo nella lingua italiana”. Dalle parole cercammo di passare ai fatti. Nel 1992 io e altre colleghe convincemmo Walter Veltroni, allora direttore dell’Unità, a usare nel giornale un linguaggio non sessista chiamando le giornaliste inviate e usando termini come avvocata, ministra, sindaca. Finimmo sulla prima pagina del Corriere della Sera con un articolo di Francesco Merlo. Prese in giro, ovviamente. “Le giornaliste femministe dell’Unità purificano il linguaggio al maschile e guai a chi protesta” recitava il sommario. In verità all’interno del quotidiano le resistenze furono feroci, a dimostrazione che questa questione non è una quisquilia ma ha un forte valore culturale. A protestare furono soprattutto le donne. Mi ricordo di una collega di lungo corso che venne da me e mi disse: “Io sono un inviato perché ho gli attributi più di un uomo”. Essere chiamate al maschile, allora, significava per molte di noi avere più importanza, riconoscendo implicitamente a quel genere una maggiore forza.
Oggi, 25 anni dopo, le cose sono migliorate. Persino il Corriere della Sera recentemente è passato ad usare dalla nostra inviata, dalla nostra corrispondente, ministra, sindaca. Ma ai colleghi che scrivono viene lasciata libertà di scelta, come se questa fosse una questione di coscienza e non di grammatica. Perché se io voglio scrivere “avrei andato” è considerato uno strafalcione mentre se dico “il ministro si è recata al Quirinale” va tutto bene? Perché siamo disposti a mandare a gambe all’aria la grammatica pur di non coniugare i termini al femminile? Le risposte più frequenti sono: non mi suona, è cacofonico, non mi piace. Tutte scuse. Siamo il Paese che adotta dall’inglese i termini più strampalati: taggare, squizzare, uplodare. Abbiamo usato per anni ‘vu cumprà, un termine razzista e mi venite a dire che ministra suona male?
Fermatevi un attimo a pensare e capirete quanto la resistenza a questo cambiamento nasconda molto di più di una semplice cacofonia. La forma è sostanza. Finché non saremo riconosciute nel linguaggio rimarremo cittadine di serie B.
(Da 27esimaora.corriere.it, 8/3/2015).

 




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