Cari europei, torniamo a parlare le nostre lingue

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L’articolo del lunedì
di Francesco Alberoni

Cari europei, torniamo a parlare le nostre lingue

Oggi noi tutti contempliamo sconsolati l’incredibile debolezza dell’Europa. Quando è scoppiata la Prima guerra mondiale, i Paesi europei concentravano nelle proprie mani quasi tuttala scienza, la tecnologia, il sapere, la ricchezza e il potere del mondo. Non solo, costituivano un’unica civiltà. Nonostante i nazionalismi, le guerre, le frontiere e i passaporti, c’era un’unica élite culturale europea. I suoi intellettuali, i suoi scienziati italiani, spagnoli, austriaci, tedeschi, francesi, russi, inglesi si frequentavano, si conoscevano, erano in rapporti epistolari. Tutti parlavano diverse lingue. Oggi col trattato di Schengen sono stati aboliti i passaporti ma i popoli sono più lontani di quanto non lo fossero allora. E non esiste più una élite culturale, ci sono tanti tipi di specialisti che comunicano fra di loro in inglese nelle imprese o nei congressi e solo sulla loro materia specifica, poi fra di loro non hanno nulla in comune, nulla da dirsi. È questa la ragione prima e fondamentale della debolezza europea. Non c`è un popolo europeo. E non c’è perché non c’ è mai stato un patriottismo europeo, un movimento popolare europeo come quello che c’è stato in Francia, in Italia, in Spagna. L’unica vera realtà sociale non sono le istituzioni, i trattati, sono i popoli. È il popolo la fonte della lealtà, della solidarietà che costituisce il cemento di qualsiasi formazione politica o religiosa. Sono i popoli che hanno una lingua madre, che hanno una patria e sono pronti a battersi per essa. Sono i popoli che credono, che hanno ricordi, che hanno una storia. Sono i popoli che hanno speranza, fiducia, che hanno ideali. Sono i popoli- che hanno capi, che hanno eroi. Non avendo un popolo, l’Europa non ha capi. Ha un Parlamento, ha dei burocrati, ha dei funzionari, non dei capi. È la prima volta che, con la Merkel, emerge una personalità. Bene! È la prima volta che si capisce che qualcuno può prendere decisioni. E io mi auguro che la stessa forza la sappiano dimostrare anche altri: Mario Draghi per esempio. E vi prego, ricominciate a parlare le vostre lingue. Ritrovate l’orgoglio e il piacere della traduzione! Facciamo come la Svizzera che è una nazione poliglotta. Francesi, spagnoli, portoghesi quando parlate o scrivete a noi italiani non usate l’inglese, usate la vostra lingua, con un po’ di attenzione ci comprendiamo. Se ritroveremo questo spirito nessuno potrà schiacciarci con la finanza.
(Da Il Giornale, 30/7/2012).




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