Cara Europa

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Cara Europa, quanto ci costi

Grandi festeggiamenti per l'entrata nell'Unione Europea di dieci nuovi Stati, appartenenti quasi tutti al mondo ex comunista dell'Est Europeo. Con 75 milioni di abitanti in più l'Ue ne avrà ora circa 455 milioni. Ci sono nuove opportunità ma anche nuovi problemi, che la Commissione Europea hanno trascurato, preferendola retorica. I nuovi membri hanno un reddito pro capite di un terzo circa di quello medio dell'Europa dei 15. I costi del lavoro sono incredibilmente bassi: 3 curo all'ora in Slovakia contro 22 nella media dell'Unione attuale Questi Paesi riceveranno aiuti (…)
(segue a pagina 17)

(…) dall'Unione sino al 4 per cento del loro Pil (prodotto lordo), consentendo loro di tenere basse le imposte e di farsi le infrastrutture a spese dell'Unione. Il bilancio Ue sinora non è stato modificato per far posto a queste spese. I sussidi all'agricoltura continuano ad appesantirlo, favorendo Francia, Spagna, Danimarca, Olanda e Grecia, con aberrazioni come sovvenzioni per il cotone greco e spagnolo per un miliardo di curo all'anno (più della metà del valore del prodotto). Così c'è il rischio che si debbano aumentare le tasse pagate da noi all'Unione Europea come ha già richiesto il presidente Prodi. Secondo Bruxelles l'entrata dei 10 Paesi dovrebbe far crescere il Pil europeo di uno 0,5%. Per altro questo calcolo è strambo. Infatti a tale crescita darebbe un contributo di zero l'aumento dell'interscambio commerciale, che è già elevato per conto suo. Uno 0,3% deriverebbe invece dall'aumento dell'emigrazione rispetto ai livelli attuali. Ma a me pare che le quote degli immigrati da questi dieci Paesi possano essere aumentati indipendentemente dal loro ingresso, se si tratta di lavoratori, non di lavavetri o altro. Tolto questo 0,3 fasullo, rimane uno 0,2 annuo di aumento del Pil europeo riguardante l'aumento della competitività. In gran parte, si tratta del fatto che potrà essere conveniente insediare fabbriche nei dieci nuovi Paesi, riducendo i costi di produzione delle nostre imprese. Questo fenomeno ha già luogo da tempo, ma sarà facilitato dalla caduta delle barriere doganali e amministrative.
Mentre ciò può migliorare i conti delle nostre imprese, può provocare problemi per la forza lavoro. Essa avrà ora una rilevante concorrenza da parte di quella dell'Est. Sembra che i lavoratori della Fiat di Melfi, che chiedono aumenti di salario per stare alla pari con quelli di Torino (ove il costo della vita è maggiore) non abbiano compreso che ora sono in concorrenza con quelli della Polonia e della vicina Slovacchia, che sta diventando lo Stato con maggior densità di aziende automobilistiche. Certo la possibilità di decentrare aziende e sviluppare nuove iniziative nei Paesi dell'Est darà alle nostre imprese preziose nuove opportunità per competere sul mercato mondiale. E ciò può valere anche di più dello 0,2 del nostro Pil, calcolato da Bruxelles. Questo potrà favorire l'aumento dei posti di lavoro in Italia: alla condizione, però, che si comprenda (i sindacati di vario colore comprendano) che si tratta di una sfida competitiva. La questione maggiore, per quanto riguardala concorrenza dell'Est peraltro riguarda il fattore
fiscale. la Polonia ha ridotto l'imposta sui profitti delle imprese al 19%. La Slovacchia si trova allo stesso livello. L'Ungheria è scesa al 16%. La Repubblica Ceca è arrivata al 28%. Noi, fra l'imposta dello Stato al 33% e l'Irap, il gravame è del 3 7%. La Germania è sopra di noi di un punto. E teme fortemente lo spostamento delle sue società nei Paesi vicini del – l'Est, a spese della Germania orientale. Ciò perché questa, in fatto di retaggio negativo comunista, è quasi alla pari con i Paesi nuovi entranti: gli sforzi fatti dal governo fede – rale dall'epoca della riunificazione non sono serviti a modificare a fondo le mentalità e le situazioni locali, mentre i salari si sono adeguati a quelli della Germania occidentale. Il cancelliere Schroeder chiede perciò che nell' Ue si stabilisca un limite inferiore alle imposte sulle imprese, in modo da obbligare i nuovi entranti ad aumentarle. Si tratta di una pretesa che ha poche speranze di essere approvata: sia perché gli Stati che hanno appena abbassato le loro tasse, in vista dell'ingresso nell'Unione, non sono disposti a far macchina indietro e fruiranno di abbondanti sussidi comunitari per quadrare il bilancio, sia perché anche Gran Bretagna e Irlanda si opporrebbero alla proposta tedesca, in quanto hanno un regime di basse imposte. Ciò che occorre fare, per noi, è esattamente il contrario. Con tasse più basse le nostre imprese possono investire di più ed espandersi maggiormente, a livello mondiale. Dunque bisogna mandare avanti il programma fiscale di Berlusconi. C'è però da dire che unaparte del governo ritiene prioritaria la riduzione delle imposte sui bassi redditi, per accrescere i consumi e per motivi sociali. Ciò è errato, anche socialmente. È essenziale che il ribasso fiscale aiuti la competitività delle nostre imprese. La socialità duratura passa per questa via. Il piagnisteo sull'Italia in declino è esagerato e strumentale, anche se, dopo l' curo, anche l'ampliamento all'Est del – l'Unione carica il somaro italiano di nuovi fardelli. Ma, se le nostre imprese potessero pagare meno tasse, l'Est anziché una pesante sfida sarebbe soprattutto un'opportunità. Per ora è una grana in più.

FRANCESCO FORTE

LIBERO, 05.05.2004, p. 1

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