Capirsi con una lingua straniera

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Claude PIRON

CAPIRSI CON UNA LINGUA STRANIERA

(SCONTRARSI CON LA REALTA’)

Traduzione di Giuseppe Castelli

Mi dicevano quand’ero piccolo: “Non aver paura a domandare la strada. Parla, e arriverai in capo al mondo”. Ma già a pochi chilometri di distanza si usava un’altra lingua. Chiedere a un passante era inutile.

Mi dicevano: “Per comunicare con gli stranieri, impara le lingue a scuola”. Ma ho osservato che il novanta per cento degli adulti non si sapeva esprimere pienamente nelle lingue che aveva studiato a scuola.

Mi dicevano: “Con l’inglese puoi farti capire in qualunque parte del mondo”. Ma in un villaggio spagnolo ho visto un’auto svedese scontrarsi con una francese; i guidatori non sapevano comunicare né fra loro, né con la polizia. In una città della Tailandia ho visto un turista agonizzante cercare di descrivere i suoi sintomi a un dottore del luogo – ma invano. Ho lavorato per le Nazioni Unite e per l’Organizzazione Mondiale per la Sanità in tutti e cinque i continenti, e ho constatato che in Guatemala, in Bulgaria, in Congo, in Giappone e in molti altri paesi, fuori dai principali alberghi e aeroporti l’inglese non serve.

Mi dicevano: “Grazie alle traduzioni anche le più remote culture ora sono accessibili a tutti”. Ma quando ho confrontato delle traduzioni con gli originali, ho visto tanti errori, tante omissioni, tanti abusi stilistici, che ho potuto solo concludere che tradurre nelle lingue nazionali davvero significa tradire.

Mi dicevano, nei paesi dell’occidente, che volevano aiutare il terzo mondo nel rispetto delle culture locali. Ma sono stato impressionato da come l’uso dell’inglese e del francese esercitasse una pressione culturale così potente. Ho visto che, senza alcuna considerazione per la dignità linguistica degli altri, abbiamo sempre imposto loro le nostre lingue. E ho visto gli innumerevoli problemi incontrati nell’addestrare la gente del luogo, perché i tecnici del mondo occidentale non conoscono le lingue locali, e in queste lingue non esistono i libri di testo.

Mi dicevano “L’educazione di massa garantirà pari opportunità ai ragazzi di tutte le classi sociali”. E ho visto, specialmente nel terzo mondo, le famiglie ricche mandare i propri giovani in Gran Bretagna e negli USA per imparare l’inglese; e ho visto le masse prigioniere della loro lingua, soggette a questa o quella propaganda, prive di prospettive esterne; esse sono tenute, ancora una volta dalla lingua, in una posizione economicamente e socialmente inferiore.

Mi dicevano: “L’esperanto è fallito miseramente”. Però in un villaggio di montagna europeo ho visto i bambini del posto chiacchierare liberamente con dei visitatori giapponesi dopo solo sei mesi di introduzione all’esperanto.

Mi dicevano: “Nell’esperanto manca il fattore umano”. Io ho imparato la lingua, ho letto la sua poesia, ho ascoltato le sue canzoni. In questa lingua ho ricevuto le confidenze di brasiliani, cinesi, iraniani, polacchi, e anche di un giovane uzbeko. Ed eccomi qua – un ex traduttore professionista – a dover confessare che sono state le più spontanee e profonde che abbia mai avuto in una lingua straniera.

Mi dicevano: “L’esperanto è la fine di ogni cultura”. Però quando sono stato ricevuto a casa di esperantisti in Europa Orientale, in America Latina, in Asia, mi sono accorto che praticamente tutti loro avevano più cultura dei loro compatrioti dello stesso livello socioeconomico. E quando ho assistito a dibattiti internazionali in quella lingua, il livello intellettuale mi ha veramente impressionato.

Naturalmente ne ho parlato a quelli che avevo intorno. Ho detto: “Venite! Guardate! Una lingua che risolve davvero il problema della comunicazione fra i popoli del mondo! Ho visto un ungherese e un coreano discutere di filosofia e politica con incredibile facilità, dopo solo due anni di studio. E ho visto questo, e questo, e quest’altro…”. Ma loro mi hanno detto: “Non sono cose da prendere sul serio. E comunque, non è una lingua naturale”.

Non capisco. Quando i sentimenti, gli impulsi e le più delicate sfumature del pensiero di qualcuno sono espresse direttamente, dalla bocca all’orecchio, in una lingua nata da un innesto multietnico, mi dicono “Non è naturale!”.

Ma che cosa vedo quando viaggio per il mondo? Vedo persone che rinunciano a conversazioni a lungo desiderate con gli abitanti del paese. Vedo la comunicazione a gesti portare a degli equivoci grotteschi. Vedo gente assetata di cultura, che per la barriera della lingua non può leggere gran parte della letteratura che le interesserebbe. Vedo masse di persone, anche dopo sei o sette anni di studio di una lingua, balbettare, brancolare alla ricerca delle parole giuste, usando una pronuncia ridicola e perdendo completamente il filo di quello che stanno cercando di dire. Vedo l’ingiustizia e la discriminazione linguistica prosperare allegramente in tutto il mondo. Vedo diplomatici e specialisti parlare al microfono e ascoltare nelle cuffie voci che non sono quelle dei loro effettivi partner nella discussione. È questo che chiamate “comunicazione naturale”? L’arte di risolvere i problemi in modo intelligente e sensato non appartiene più all’umanità?

Mi dicono tante cose, ma la mia esperienza è diversa.

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