Camilleri "normalizzato" nella versione castigliana

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Oltre venti i titoli dello scrittore italiano pubblicati. E a Salamanca nasce una cattedra dedicata alla Sicilia

Montalbano «tradito» in Spagna

Nella traduzione in castigliano si perde la lingua creata da Camilleri

di Mario Porqueddu

Non c’ è nessuno che «talìa», né «spia», né si «arrisbiglia» o fa cose «vastase». Non c’ è traccia di un «macari» e il contrario di sopra non è «sutta». L’eventuale «piccato» torna nei ranghi, diventa un peccato che chiunque potrebbe commettere. Persino Catarella parla in modo pressoché comprensibile. Insomma, quasi tutto è normalizzato. «In Spagna le traduzioni di Camilleri non fanno nessun riferimento alla scelta linguistica dell’autore», conferma Yolanda Romano, docente di filologia italiana e di traduzione, che a questo tema ha dedicato uno studio. Così il racconto di quando l’undicenne Nenè, di fronte a quello che si sarebbe poi rivelato un «burdellu», fu «tentato di trasire ancora tanticchia. Alzò la gamba e tutto ‘nzèmmula una mano gli calò di colpo tra cozzo e cuddraro», nella versione spagnola di La pensione Eva diventa: «Sentì l’impulso di entrare un po’ di più. Aveva appena sollevato il piede da terra, quando una mano gli cadde di colpo tra il collo e la nuca». Traduzione fedele, ma dall’italiano, non da quello stile tanto particolare che, su questo ammiratori e detrattori dell’autore siciliano concordano, è la cifra inconfondibile di Andrea Camilleri. I suoi personaggi in Spagna parlano un castigliano standard e non una lingua ibrida ed evocativa come l’originale. Inevitabili problemi legati al tradurre o premeditato tradimento? «La lingua di Camilleri è un regalo, sempre, al di là del contenuto. Per il colore, per l’ironia, perché è un’arte in sé. E può essere tradotta» assicura il professor Vicente González Martín, che dirige l’area di filologia italiana dell’università di Salamanca, uno dei più antichi atenei d’Europa, dove il 21 ottobre aprirà un’altra cattedra di italiano intitolata alla Sicilia. «Il suo linguaggio – prosegue González – corrisponde alla sensibilità siciliana del Pirandello di Lìolà. Dentro ci sono i paesaggi e la storia dell’isola. In lui la lingua diventa contenuto». Una versione che la rispetti, quindi, sarebbe indispensabile. Perché, fatto salvo il significato, «taliare» descrive un mondo mentre «guardare» fa riferimento ad altri orizzonti. Che comunque, nel caso di Camilleri, devono essere abbastanza intriganti, visto il successo che ha in Spagna: qui lo scrittore ha appena ricevuto un premio, con un romanzo inedito che sta per uscire in spagnolo e in italiano vedrà la luce solo nel 2009. Maria Antonia Menini Pagès, nata a Milano e cresciuta a Barcellona, ha tradotto la maggior parte dei lavori di Camilleri pubblicati in castigliano…. «Camilleri – dice – non l’ ho mai conosciuto, nemmeno per telefono. Di sicuro è l’autore più divertente che abbia mai tradotto e per me non è nemmeno così difficile. Certo, ho dovuto inventare uno stile, per rendere il colore dei suoi libri, per far capire al lettore che siamo in Sicilia. Di più non potevo fare. Mettere in bocca ai suoi personaggi un dialetto, per esempio l’andaluso, sarebbe stato fuorviante. Non so se sarebbe stato corretto nemmeno inventare una lingua per rendere al meglio quella che lui ha creato. In ogni caso, l’editore non me l’avrebbe consentito». Questo è vero. Juan Milà, di Salamandra, spiega la filosofia che ha orientato le scelte della casa editrice: «Il castigliano è più standardizzato dell’italiano. Sarebbe difficile riprodurre certi effetti senza arrivare a toni colloquiali o parlate regionali. Forse uno scrittore, con grande padronanza dei registri linguistici, potrebbe cercare un linguaggio che evochi con precisione la stessa ricchezza dell’originale. Ma i costi di un’operazione del genere sono altissimi. La nostra idea è fare un testo per lettori castigliani “globali”, magari anche fuori di Spagna. Pensiamo che le nostre traduzioni siano ottime, precise, in buon castigliano, e trasmettano la freschezza di Camilleri. Sacrificare qualcosa è inevitabile». Camilleri anni fa ammise che «i traduttori sono di due razze, superficiali e scrupolosi», ma nel complesso ha una buona opinione di loro e non ha mai polemizzato sulla resa della sua prosa all’estero. Il professor González Martín, che conobbe Sciascia, studia le opere di Consolo e Bonaviri e fa ricerca su testi in siciliano antico, è molto più duro: «Tradurlo bene si può – spiega – solo che è difficile. In Spagna abbiamo buone traduzioni di Gadda. E io ho tradotto Raffaele Nigro restituendo tutte le espressioni che rimandano alla Puglia e alla Basilicata». Non solo: esistono versioni poetiche della Divina Commedia di Dante in spagnolo che rispettano, a un tempo, la musica delle terzine e la lettera del testo. E per le edizioni Siruela è stata pubblicata una soddisfacente traduzione della Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli, altro libro complicato. «È chiaro che per tradurre alcuni autori – dice González – bisogna possedere in profondità sia la lingua italiana sia lo spagnolo, e soffermarsi su ogni parola alla ricerca dei termini più corretti per riportare non solo il significato ma anche lo stile. È lavoro da filologi. Gli editori, invece, per esigenze commerciali e perché hanno fretta, puntano a traduzioni che usano un registro standard. Scelgono la via più facile». La traduzione, annuncia il professore, sarà uno dei molti ambiti di ricerca sviluppati in seno alla nuova cattedra sulla Sicilia: «Per noi quella terra, della quale per secoli abbiamo condiviso i destini, è un laboratorio di rapporti con l’Italia. Riprenderemo un percorso comune: faremo ricerche filologiche, storiche, culturali. Lavoreremo sulla traduzione di testi, ma anche sulla vita della Sicilia oggi, dal turismo alla giustizia. Sarà una tribuna, per la Sicilia e per l’Italia. Ovviamente, inviteremo a parlare Camilleri».

(Dal Corriere della Sera, 24/9/2008).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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Oltre venti i titoli dello scrittore italiano pubblicati. E a Salamanca nasce una cattedra dedicata alla Sicilia<br /><br />
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Montalbano «tradito» in Spagna<br /><br />
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Nella traduzione in castigliano si perde la lingua creata da Camilleri<br /><br />
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Non c' è nessuno che «talìa», né «spia», né si «arrisbiglia» o fa cose «vastase». Non c' è traccia di un «macari» e il contrario di sopra non è «sutta». L'eventuale «piccato» torna nei ranghi, diventa un peccato che chiunque potrebbe commettere. Persino Catarella parla in modo pressoché comprensibile. Insomma, quasi tutto è normalizzato. «In Spagna le traduzioni di Camilleri non fanno nessun riferimento alla scelta linguistica dell'autore», conferma Yolanda Romano, docente di filologia italiana e di traduzione, che a questo tema ha dedicato uno studio. Così il racconto di quando l'undicenne Nenè, di fronte a quello che si sarebbe poi rivelato un «burdellu», fu «tentato di trasire ancora tanticchia. Alzò la gamba e tutto 'nzèmmula una mano gli calò di colpo tra cozzo e cuddraro», nella versione spagnola di La pensione Eva diventa: «Sentì l'impulso di entrare un po' di più. Aveva appena sollevato il piede da terra, quando una mano gli cadde di colpo tra il collo e la nuca». Traduzione fedele, ma dall'italiano, non da quello stile tanto particolare che, su questo ammiratori e detrattori dell'autore siciliano concordano, è la cifra inconfondibile di Andrea Camilleri. I suoi personaggi in Spagna parlano un castigliano standard e non una lingua ibrida ed evocativa come l'originale. Inevitabili problemi legati al tradurre o premeditato tradimento? «La lingua di Camilleri è un regalo, sempre, al di là del contenuto. Per il colore, per l'ironia, perché è un'arte in sé. E può essere tradotta» assicura il professor Vicente González Martín, che dirige l'area di filologia italiana dell'università di Salamanca, uno dei più antichi atenei d'Europa, dove il 21 ottobre aprirà un'altra cattedra di italiano intitolata alla Sicilia. «Il suo linguaggio - prosegue González - corrisponde alla sensibilità siciliana del Pirandello di Lìolà. Dentro ci sono i paesaggi e la storia dell'isola. In lui la lingua diventa contenuto». Una versione che la rispetti, quindi, sarebbe indispensabile. Perché, fatto salvo il significato, «taliare» descrive un mondo mentre «guardare» fa riferimento ad altri orizzonti. Che comunque, nel caso di Camilleri, devono essere abbastanza intriganti, visto il successo che ha in Spagna: qui lo scrittore ha appena ricevuto un premio, con un romanzo inedito che sta per uscire in spagnolo e in italiano vedrà la luce solo nel 2009. Maria Antonia Menini Pagès, nata a Milano e cresciuta a Barcellona, ha tradotto la maggior parte dei lavori di Camilleri pubblicati in castigliano…. «Camilleri - dice - non l' ho mai conosciuto, nemmeno per telefono. Di sicuro è l'autore più divertente che abbia mai tradotto e per me non è nemmeno così difficile. Certo, ho dovuto inventare uno stile, per rendere il colore dei suoi libri, per far capire al lettore che siamo in Sicilia. Di più non potevo fare. Mettere in bocca ai suoi personaggi un dialetto, per esempio l'andaluso, sarebbe stato fuorviante. Non so se sarebbe stato corretto nemmeno inventare una lingua per rendere al meglio quella che lui ha creato. In ogni caso, l'editore non me l'avrebbe consentito». Questo è vero. Juan Milà, di Salamandra, spiega la filosofia che ha orientato le scelte della casa editrice: «Il castigliano è più standardizzato dell'italiano. Sarebbe difficile riprodurre certi effetti senza arrivare a toni colloquiali o parlate regionali. Forse uno scrittore, con grande padronanza dei registri linguistici, potrebbe cercare un linguaggio che evochi con precisione la stessa ricchezza dell'originale. Ma i costi di un'operazione del genere sono altissimi. La nostra idea è fare un testo per lettori castigliani "globali", magari anche fuori di Spagna. Pensiamo che le nostre traduzioni siano ottime, precise, in buon castigliano, e trasmettano la freschezza di Camilleri. Sacrificare qualcosa è inevitabile». Camilleri anni fa ammise che «i traduttori sono di due razze, superficiali e scrupolosi», ma nel complesso ha una buona opinione di loro e non ha mai polemizzato sulla resa della sua prosa all'estero. Il professor González Martín, che conobbe Sciascia, studia le opere di Consolo e Bonaviri e fa ricerca su testi in siciliano antico, è molto più duro: «Tradurlo bene si può - spiega - solo che è difficile. In Spagna abbiamo buone traduzioni di Gadda. E io ho tradotto Raffaele Nigro restituendo tutte le espressioni che rimandano alla Puglia e alla Basilicata». Non solo: esistono versioni poetiche della Divina Commedia di Dante in spagnolo che rispettano, a un tempo, la musica delle terzine e la lettera del testo. E per le edizioni Siruela è stata pubblicata una soddisfacente traduzione della Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli, altro libro complicato. «È chiaro che per tradurre alcuni autori - dice González - bisogna possedere in profondità sia la lingua italiana sia lo spagnolo, e soffermarsi su ogni parola alla ricerca dei termini più corretti per riportare non solo il significato ma anche lo stile. È lavoro da filologi. Gli editori, invece, per esigenze commerciali e perché hanno fretta, puntano a traduzioni che usano un registro standard. Scelgono la via più facile». La traduzione, annuncia il professore, sarà uno dei molti ambiti di ricerca sviluppati in seno alla nuova cattedra sulla Sicilia: «Per noi quella terra, della quale per secoli abbiamo condiviso i destini, è un laboratorio di rapporti con l'Italia. Riprenderemo un percorso comune: faremo ricerche filologiche, storiche, culturali. Lavoreremo sulla traduzione di testi, ma anche sulla vita della Sicilia oggi, dal turismo alla giustizia. Sarà una tribuna, per la Sicilia e per l'Italia. Ovviamente, inviteremo a parlare Camilleri».<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 24/9/2008).<br /><br />
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