CAMERON CONTRO L’EUROPA VERSO IL VETO SUL BUDGET

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Il rituale è sempre lo stesso. È l`intervista all’«Andrew Marr Show» su BBC One, la domenica mattina, che apre ufficialmente il Congresso dei Conservatori, perché è lì che David Cameron anticipa la linea del partito in un vero e proprio discorso alla nazione. Il titolo di quest`anno è: «Dobbiamo rivedere il rapporto della Gran Bretagna con l’Europa».

Stavolta il raduno della destra di governo si fa a Birmingham, in un palazzone postmoderno che si chiama ICC piantato nel cuore di Broad Street. È un Congresso complicato, perché la popolarità del premier non è mai stata così bassa e non è solo la gente comune, stritolata dalle tasse, a chiedergli di cambiare strada – il popolo è convinto di poterlo tenere a bada – sono soprattutto i falchi del suo partito a metterlo sotto pressione. Vogliono vita più facile per la finanza e lo spingono a prendere le distanze da Bruxelles. «Ci succhiano i soldi e mettono a rischio la nostra sovranità». Un dibattito che va avanti da mesi. Cameron ha sempre evitato di mettere le mani direttamente in questo velenoso verminaio, ma adesso non può sottrarsi. Sa che sono finiti i tempi degli equilibrismi, perché Ed Miliband, il leader laburista, un avversario che pensava debole, a sorpresa ha riguadagnato credibilità con un convincente discorso al Congresso di Manchester in cui ha attaccato violentemente le banche: «Ormai sembrano dei casinò». Solo una spallata all’Europa – vera o minacciata – può consentire al premier di riprendere il centro della scena. «Potremmo porre il veto sul budget della UE. Non si possono raccogliere grandi quantità di denaro per Bruxelles mentre abbiamo bisogno di fare tagli sul bilancio nazionale. Ci vorrebbero budget separati tra chi nell’euro e chi sta fuori», spiega alla Bbc.

Cameron ha deciso che non concederà mai un referendum secco – «dobbiamo staccarci dal Vecchio Continente?» -, ma ha scelto una strategia forse ancora più pericolosa, che mina con violenza uno dei pilastri fondamentali dell`Unione. «Metteremo un freno all’immigrazione. Lo abbiamo già fatto con quella extracomunitaria. Ora è arrivato il momento di ragionare su quella comunitaria». Boom. Sta bluffando? Andrew Marr lo guarda sorpreso, la sua bocca è una linea sottile carica di disapprovazione. Il premier anticipa la sua domanda. Come sempre dà l’impressione di simulare simpatia ma di sentirsi superiore e in definitiva indifferente. «Bada Andrew, io ci credo nella libera circolazione delle persone e del mercato unico, ma ho un aneddoto da raccontarti». La premessa è del tipo: <<no non sono razzista, però». L’aneddoto fa riferimento a un giro recente che il leader Tory ha fatto nelle campagne inglesi. E’ andato a visitare un paio di fattorie prima di arrivare a Birmingham e si è fermato a parlare con i lavoratori. «Erano quasi tutti dell’est. Allora ho chiesto ai proprietari: quanti sono gli stranieri che impiegate? Uno mi ha detto: il 60%. L’altro: il 40%. Sono dati che fanno riflettere se si pensa al livello di disoccupazione giovanile che c`è in Gran Bretagna». Aveva già provveduto Theresa May, il ministro dell’Interno, ad anticipare la posizione del governo in un`intervista sul Sunday Times. Era stata altrettanto esplicita sul tema. Più vaga sull’obiettivo di fondo, anche se aveva fatto capire che erano in particolare i lavoratori rumeni e bulgari a suscitare le perplessità di Londra. Messaggio imbottigliato.

David Cameron, prima di annunciare ulteriori dieci miliardi di tagli al welfare nei prossimi cinque anni, ha deciso di tirare fuori dal cilindro un antico coniglio che fa sempre presa su chi ha il portafoglio vuoto e paura per il futuro: gli stranieri che ci rubano il posto. Una scelta sorprendentemente fragile anche per un uomo che non ha mai conosciuto privazioni se non quelle volontarie e che sta cercando inutilmente di convincere l`Inghilterra che le sue azioni non gli somigliano.

(Da: La Stampa, 08/10/2012)




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