Bruxelles dichiara guerra all’italiano

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Da Il cannocchiale di Alessandro Caprettini

Di attacchi all’italiano a Bruxelles – e per fortuna si tratta della lingua, non di caccia all’uomo – già se ne sono visti tanti. Troppi, in realtà. L’ultimo, dei giorni scorsi, è di quelli meno appariscenti, ma con tutta probabilità dei più subdoli.
Riguarda la decisione del Consiglio superiore delle Scuole europee, organismo che coordina didattica e attività degli istituti di istruzione sparsi nei diversi Paesi dell’Unione europea, di spostare la sezione italiana della scuola di Bruxelles dal centro all’estrema periferia della capitale belga. Va da sé che i figli dei tanti funzionari di Roma fin qui ospitati nella scuola di Woluwé Saint Lambert – nella cui zona abitavano proprio per risiedere accanto all’istituto – dovrebbero sobbarcarsi lunghi trasferimenti giornalieri in direzione di Laeken, per approfondire lingua e cultura del nostro Paese. O rassegnarsi a studiare solo inglese, francese e tedesco.
Anche stavolta è partita la controffensiva: il vicepresidente Frattini ha scritto una lettera, garbata nei toni ma ferma nella sostanza, al commissario estone Siim Kallas e, per conoscenza, a Barroso. Facendo notare come l’ipotesi messa in pista contrasti apertamente con lo statuto dei dipendenti delle istituzioni comunitarie (che pone tra i suoi primi obiettivi “la conciliazione della vita privata e familiare con quella lavorativa”), con la direttiva sulla comunicazione di fine 2003 e con un recente piano per la mobilità dei funzionari. Si chiede insomma che Kallas – visto che la Commissione ha diritto di voto nel Consiglio superiore delle Scuole europee – espliciti un chiaro e netto “no” all’ipotesi. Ma la lettera di Frattini non è che l’ultimo tassello di una guerra linguistica che si sta facendo sempre più preoccupante in seno all’Ue. 
Il piano è chiarissimo: costruire di fatto un trilinguismo – inglese, francese, tedesco – a danno di tutti gli altri. Le prove di questo disegno non mancano: si va dall’annunciata riduzione dei traduttori di italiano (da 86 a 67, quest’anno) e spagnolo (da 101 a 67) ai bandi di concorso – come è accaduto per un posto di direttore generale dell’Olaf – nelle tre sole lingue maggiori. Dalla decisione di tradurre le conferenze dei commissari nelle tre citate lingue a quella di lasciare la stessa Commissione per mesi e mesi senza un portavoce italiano.
E’ una guerra sotterranea ma insidiosissima, in cui l’Italia ha trovato però un alleato in Zapatero. Il premier spagnolo, a metà dello scorso gennaio, ha infatti risposto affermativamente a una richiesta di intesa fattagli pervenire da Silvio Berlusconi per “agire con fermezza – come scrive il capo del governo di Madrid – per difendere lo “status” delle nostre lingue nell’Unione Europea”. Zapatero fa sapere di aver già parlato con Barroso in materia e di aspettare ragguagli sulle reali intenzioni della commissione da parte di Jan Figel, lo slovacco che presiede alla pubblica istruzione nella Ue. “Se le notizie che riceveremo non saranno soddisfacenti – fa sapere Zapatero a Berlusconi – passeremo a un piano operativo. E credo sia opportuno a quel punto che i nostri servizi competenti si mettano in contatto per coordinare azioni congiunte”. La volontà di resistere, insomma, c’è. Da verificare se alle parole seguiranno i fatti.
Ma una cosa è già certa. Se l’italiano fosse cancellato, è meglio che da sinistra non tentino di incolpare Berlusconi. Il primo a sostenere il passaggio alle tre lingue, per “motivi finanziari e per ragioni di rapidità” – nonostante lettera e spirito dei trattati – fu infatti qualche anno fa il responsabile dei servizi linguistici Neil Kinnock a nome della Commissione europea. In cui lui era il vice di Romano Prodi.
(Da Il Giornale, 13/2/2006). 

Ma nel febbraio 2005 Berlusconi diceva:
Tutti sono d’accordo sulla necessità di difendere l’italiano, ma il premier Silvio Berlusconi invita a non esagerare. 
A Bruxelles – ha detto – si parla inglese, francese, tedesco, l’importante è che ci si capisca. 
E’ pretestuoso parlare di difesa dell’italiano, non vedo la necessità – ha aggiunto Berlusconi – quando si parla italiano ci sono le traduzioni. 
D’altra parte in Europa ci sono venti lingue e non si può fare la traduzione di tutto. Un conto è difendere l’italiano come lingua, ma qui mi sembra che siamo all’eccesso. 
(Da La Nazione, 21/2/2005).




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