Brevetto UE, la proposta che divide Roma e Madrid dagli altri

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11/12/2010 – 9.57

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Brevetto Ue/ La proposta che divide Roma e Madrid dagli altri -2
Il testo di compromesso e ragioni di opposizione italo spagnola

postato 16 ore fa da APCOM

Bruxelles, 10 dic. (Apcom) – La proposta di compromesso presentata il 10 novembre scorso dalla presidenza di turno belga dell’Ue mirava a prendere in conto almeno in parte le esigenze dei paesi inizialmente contrari, e soprattutto di Italia e Spagna, con un’innovazione sostanziale: il testo prevedeva che esistessero due versioni per ciascun brevetto emesso dal nuovo Ufficio unico europeo: una in inglese, e la seconda in una delle altre lingue ufficiali dell’Ue, presumibilmente la lingua madre del proprietario del brevetto.
Secondo questo meccanismo, le imprese potranno depositare le domande nella propria lingua, scegliendo la lingua in cui sarà emesso il brevetto fra inglese, francese e tedesco. Successivamente, il proprietario del brevetto dovrà tradurlo a proprie spese in una seconda lingua, che dovrà essere obbligatoriamente l’inglese se il brevetto è in francese o tedesco; se, invece, il brevetto è stato emesso in inglese, il proprietario dovrà tradurlo in una qualsiasi delle altre lingue ufficiali dell’Ue. Un italiano, ad esempio, potrà depositare la domanda nella propria lingua, ottenere il brevetto in inglese e tradurlo poi (a proprie spese) in italiano.
L’inglese, insomma, sarebbe la sola ‘lingua comune’ del nuovo Uffico del brevetto unico europeo, e anche se quest’ultimo avrebbe nominalmente tre lingue ufficiali, non vi sarebbe un trilinguismo ‘perfetto’ perchè le versioni tedesca e francese sarebbero sempre accompagnate da una versione inglese.
L’Italia e la Spagna si sono opposte a questo compromesso a causa di due clausole che hanno tentato senza successo di fare rimuovere. Una di queste due clausole era quella secondo cui solo la prima versione del brevetto, in una delle tre lingue del nuovo Ufficio unico europeo (inglese, francese o tedesco), avrebbe valore legale; mentre la seconda versione, in qualunque altra lingua ufficiale dell’Ue, avrebbe valore "unicamente informativo" (ovvero servirebbe solo per propositi commerciali o tecnici, ma non avrebbe effetto giuridico). In caso di controversia, insomma, farebbe testo solo la versione dell’Ufficio unico: inglese o francese o tedesca. Gli spagnoli, appoggiati dagli italiani (che però su questo punto erano meno rigidi), chiedevano invece di dare valore giuridico a entrambe le versioni linguistiche, e ne avevano fatto una condizione irrinunciabile per approvare il compromesso.
Gli italiani, da parte loro, premevano soprattutto per eliminare il carattere transitorio del sistema proposto dalla presidenza belga. Una clausola del testo, infatti, prevedeva che – dopo sei danni dall’entrasta in vigore del regolamento, aumentabili a otto anni – non sarebbe più stato obbligatorio tradurre in inglese i brevetti emessi inzialmente in francese e tedesco, a meno di una decisione contraria unanime del Consiglio Ue (che quasi certamente non sarebbe possibile per la contrarietà di Parigi e Berlino). Una sorta di congegno a tempo, insomma, secondo cui, scaduti i sei-otto anni, i brevetti in francese e tedesco potrebbero essere tradotti in una qualunque delle altre lingue Ue, ciò che reintrodurrebbe surrettiziamente il regime di ‘trilinguismo perfetto’.
A quanto confermano fonti diplomatiche, il 10 novembre, quando si doveva discutere sul testo di compromesso della presidenza belga per cercare di arrivare a un accordo unanime, la rigidità della Spagna sul primo di questi due punti ha portato a un parallelo irrigidimento degli altri paesi, che – sembra su istigazione dalla Commissione – hanno riposto con la minaccia della cooperazione rafforzata e la rottura della trattativa. L’Italia, non potendo lasciare soli gli spagnoli, purtroppo si è trovata schiacciata in mezzo a questo muro contro muro, e non è riuscita a neanche a negoziare l’eliminazione della clausola temporanea come avrebbe voluto.




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