Bonino: se non si fa l’Europa politica, impossibile guardare a sud

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“La domanda oggi non è più tanto se l’Europa federale sia l’unica via d’uscita. La domanda oggi è: quanto manca all’Europa federale?”. Così commenta Emma Bonino, interpellata sul tema lanciato su Reset da Claus Leggewie: il futuro dell’Unione e la necessità di un suo ri-orientamento mediterraneo, a dispetto di tutte le polemiche sui Pigs.
Vicepresidente del Senato, eletta nelle liste del Partito Democratico, nel governo Prodi II Emma Bonino è stata ministro per il commercio internazionale e per le politiche europee. Fino al 2006, deputato europeo, aveva fatto la spola con Il Cairo, dove frequentava lezioni di lingua araba. Dal marzo 2003 cura così per Radio Radicale la rassegna della stampa araba. Nel gennaio 2004, con l’Ong “Non c’è Pace Senza Giustizia” e in collaborazione con il governo dello Yemen, si è impegnata nell’organizzazione della prima conferenza intergovernativa tenuta nel mondo arabo su democrazia, diritti umani e ruolo della Corte Penale Internazionale, conclusasi con la Dichiarazione di Sana’h.

Claus Leggewie, con un articolo per la nostra rivista, ha lanciato un dibattito sull’Europa sparigliando i giochi: lui, studioso tedesco, ha infatti proposto che la Ue esca dalla crisi in cui si dibatte rilanciandosi in chiave mediterranea. E ha riproposto l’idea, già altre volte affiorata, di una Unione Mediterranea. Emma Bonino è d’accordo?

Trovo interessante che sia un tedesco a sostenere un rilancio dell’Europa in chiave mediterranea, a sottolineare come non sia solo una questione per i paesi dell’area ma di tutta l’Unione. Condivido e direi, anzi, che proprio non averle dato una cornice Ue è uno dei motivi del fallimento ab origine dell’Unione Mediterranea così come concepita da Sarkozy: un affare solo tra sponda nord e sponda sud del Mediterraneo non poteva che essere una scelta miope. Non a caso fu rapidamente ribattezzata dai critici come “Club Med” e ricordo ancora le rimostranze, più che fondate, della Merkel. Quindi sono d’accordo che occorra che l’Unione europea in quanto tale abbia finalmente una vera politica per il Mediterraneo, magari lasciando perdere formule che si sono dimostrate poco lungimiranti, per non dire fallimentari. Ma, segnalo in premessa, che se l’Europa decide di continuare a non esistere come unione politica, insomma se l’Europa non c’è, a maggior ragione non ci può essere una politica euro-mediterranea perché, al di là delle turbolenze che attraversano i paesi nord-africani, è la parte euro che continua a mancare…

L’Europa ha riprodotto in chiave “orizzontale” la divisione che l’attraversava in verticale fino al 1989? Se prima ciò che era pericoloso, da respingere e isolare, era l’Est, ora è il Sud, sono i Pigs?

A parte che a me l’acronimo Pigs non piace e non convince, se quello che s’intende è che l’eurocrisi ha messo in evidenza una fragilità specifica del quadro economico-finanziario dei paesi mediterranei al punto che c’è chi chiede di isolarli per salvarsi, magari al grido di mors tua vita mea, beh, credo che questo sia un dibattito un po’ da convegno della domenica, perché tutti sanno – tedeschi, olandesi e finlandesi inclusi – che l’interdipendenza dei nostri mercati è tale, e che i nostri sistemi finanziari sono oramai così integrati, che hai voglia a respingere o isolare in blocco quattro-cinque paesi membri, appartenenti all’eurozona poi…

In che modo quanto sta avvenendo nei paesi arabi può influenzare questa prospettiva? E come giudica l’atteggiamento dell’Unione, e dei singoli Stati, verso la “primavera” e verso questo “autunno” ?

Giudico l’atteggiamento dell’Unione e dei singoli Stati – al netto dell’intervento in Libia su cui ci sarebbe da discutere – al limite dell’irrilevante. Sia nella fase primaverile che in quella autunnale. Come dicevo all’inizio, questa non-presenza non è di buon auspicio per l’avvio di una solida e credibile politica per il Mediterraneo,.

Concorda sul fatto che la condizione dei paesi del Sud d’Europa, per la loro posizione nel Mediterraneo, non sia una dannazione ma una risorsa, tanto più nella prospettiva non più così vaga di una evoluzione democratica dei paesi nordafricani?

Certo che lo è, ma rischia di rimanere sulla carta se questo potenziale non viene a) riconosciuto, b) utilizzato. Finora, per quanto riguarda l’Italia, non lo abbiamo fatto perché abbiamo preferito “scalare le Alpi” per usare un’espressione all’epoca considerata molto arguta ma forse un po’ superata. Non c’è dubbio che oggi s’impone un nuovo paradigma che tenga conto dei cambiamenti geo-politici di questi ultimi anni.

E non è di importanza vitale una politica estera europea che intervenga lì con investimenti, prestiti, integrazione economica, negoziati su energia, turismo, emigrazione?

Ovviamente. Aggiungerei alla lista quello che dovrebbe essere il valore aggiunto dell’Europa, l’espansione verso quei paesi della democrazia e dello stato di diritto.

Non è anche il momento di riaprire il dossier dell’accesso turco? Rimetterlo su binari che portino a una soluzione positiva, recuperando credito verso un paese che avrà una parte rilevante nei nuovi equilibri mediorientali?

Con me sfondate porte aperte essendo una vecchia militante dell’adesione della Turchia. E non voglio qui elencare i vantaggi politici ed economici che ne ricaverebbe l’Europa – o, viceversa, elencare i costi per l’Europa della non-adesione della Turchia. Però segnalo come in tanti abbiano stigmatizzato il fatto che nel loro ultimo dibattito né Obama né Romney abbiano mai nominato l’Europa; e segnalo altrettanto il totale silenzio di Erdogan in merito all’Europa all’ultimo congresso dell’Akp. Significativo, no? Personalmente, sul negoziato continuo a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma devo prendere atto del sostanziale stallo. E da parte turca continuo a registrare, al di là di un innegabile iper-attivismo, una scarsa volontà nell’affrontare le tre questioni per me più spinose: la questione curda, la libertà di espressione e la macchina della giustizia, come pure una politica estera non ancorata a valori universali come la difesa dei diritti umani che, tra l’altro, li aiuterebbe non poco anche a casa loro… Certo anche noi in Italia, come alcuni altri paesi Ue, su questioni di fondo come la divisione dei poteri, il rispetto della legalità e dei diritti, non è che andiamo forte. Insomma, di questi tempi viene difficile salire in cattedra e dar lezioni ad altri.

Unione o meno, quali sono le mosse da fare ora, a cominciare dall’Italia, per dare concretezza a una prospettiva mediterranea, evitando che finisca classificata come “utopismo” o “folklore”, com’è avvenuto più volte nel passato, come ricorda Franco Cassano?

Fare del Mediterraneo una priorità strategica per l’Ue. E se non siamo noi italiani a percepirne l’urgenza e quindi farne una priorità a Bruxelles, non si vede perché dovrebbero farlo gli svedesi o i lituani. Tocca alla nostra diplomazia trovare l’agibilità politica su questo terreno ma non – come dice bene Cassano – come esigenza regionale ma come necessità per la stessa Ue. Se si vuole aprire a nuovi scenari, anziché chiudersi su se stessa, a me pare che questo cammino sia ineludibile per l’Europa.

C’è chi ricorda come l’Unione sia cresciuta attraverso le sue crisi: la nascita della Ceca come risposta alla tormentata storia del centro Europa, l’allargamento a Est all’indomani del crollo del Muro di Berlino. La crisi attuale può essere l’occasione per rilanciare il processo costituente europeo?

L’approfondimento della crisi ha fatto sì che pronunciare la parola “federalismo” non sia più un tabù, come lo è stato invece per molti anni, da ultimo da quando il successo dell’Euro aveva in qualche modo “anestetizzato” i sentimenti federalisti in tutta Europa. Oggi più che mai è il momento di rilanciare il progetto di un’Europa federale, gli Stati Uniti d’Europa di cui già parlava Jean Monnet sessant’anni fa. Non andare verso l’unione politica significa in realtà andare indietro. Persino le politiche comuni acquisite, come la concorrenza e la libera circolazione dei capitali, vengono oggi messe in discussione. La malattia dell’Europa è che non sia diventata, appunto, gli Stati Uniti d’Europa: invece di costruire la patria europea, si è preferito tornare all’Europa delle patrie, frammentata e litigiosa su tutto. Peraltro, così facendo, distruggendo anche le patrie. Il federalismo è l’unica strada da percorrere. Prima o poi ci si arriverà, se non per convinzione, per necessità. Ormai siamo troppo integrati per disintegrarci. In definitiva, la domanda oggi non è più tanto se l’Europa federale sia l’unica via d’uscita. La domanda oggi è: quanto manca all’Europa federale?

E su quali piani si può rilanciare il processo costituente?

Dal punto di vista dei passi istituzionali da compiere, penso che il prossimo Parlamento europeo, che uscirà dalle urne nel giugno 2014, dovrà avviare una fase costituente per mettere mano ai Trattati allo scopo di ottenere un’Europa istituzionalmente più stabile, più efficiente e più trasparente. Nel frattempo, la mia proposta l’ho messa sul tavolo già da qualche tempo. Si tratta dell’idea di una federazione, ma di una federazione leggera che si rifà al federalismo di Spinelli, Monnet, Adenauer. adattandolo però al XXI secolo e prendendo atto della realtà di oggi: che ventisette eserciti nazionali non hanno più alcun senso, che la ricerca scientifica ha bisogno di una dimensione di scala che nessuno Stato nazionale da solo può assicurare, che le grandi reti infrastrutturali a supporto del mercato interno vengono finanziate male e ciascuno per conto proprio…una federazione leggera vuol dire un bilancio federale al servizio di vere funzioni di governo, che finanzi la fornitura di beni pubblici importanti, come la sicurezza e la difesa, la politica estera, i grandi programmi di ricerca scientifica, le reti infrastruttrali transeuropee, la sicurezza dei traffici commerciali e delle persone. Non il Super-stato europeo così inviso ai detrattori euroscettici bensì una struttura leggera che non assorba oltre il 5% del Pil europeo per assolvere queste precise funzioni di governo (segnalo che negli Usa il Governo federale assorbe il 20% del Pil nazionale!). E il 5% del Pil rappresenterebbe anche la soglia minima per assolvere, via il “tax and spending”, due funzioni di governo cruciali: la stabilità macro-economica e la redistribuzione. La mia proposta può essere apprezzata o meno, o anche rigettata in toto, ma lo status quo è sinceramente indifendibile. Se si dice di no al federalismo, qual è l’alternativa? Francamente, io non conosco altro metodo per tenere insieme cinquecento milioni di cittadini provenienti da ventisette paesi, in una molteplicità di lingue e culture diverse, e che possa anche rappresentare un baluardo contro i nazionalismi. Se c’è qualcuno che lo conosce è pregato di farsi avanti.

http://www.reset.it/articolo/bonino-se- … dare-a-sud




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