Bonifica del linguaggio politico

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IL LINGUAGGIO DA BONIFICARE

di RAFFAELE SIMONE

Tra le disinfestazioni di cui il Paese ha bisogno in quest’intervallo post berlusconiano ce
n’è una immateriale ma non per questo meno urgente. Si tratta di bonificare a fondo il
linguaggio che le persone pubbliche usano per rivolgersi ai cittadini e per parlare tra loro. Nei diciassette anni del berlusconismo questo terreno è stato infatti contaminato così in profondità che per renderlo di nuovo praticabile ci vorrà molto lavoro.
Con un formidabile fiuto populista, il berlusconismo aggredì sin dal primo momento
il linguaggio pubblico distorcendone il lessico, le regole e la pragmatica. Si cominciò
dal linguaggio del capo, che con la complicità dei media impose in un lampo i suoi manierismi (il famoso "mi consenta"), le sue metafore sportive (soprattutto calcistiche: "Scendere in campo, mettere in campo, fare un passo indietro…") , le sue medio crifo rmule e tormentoni ("una scelta di campo", "odio e invidia personale", "non mi hanno lasciato lavorare", "il partito dell’amore").
Poi furono aggredite le regole della conversazione politica, come si manifestano specialmente nei talk show televisivi.
Molti di noi ricordano attoniti il momento in cui, all’inizio di questa storia, fecero la
loro prima comparsa le tecniche di aggressione verbale: dare pesantemente sulla voce, silenziare l’interlocutore alzando sfacciatamente il volume, batti beccare in modo selvaggio solo per lasciarlo tramortito, intimare col dito puntato un ossessivo "si vergogni, si vergogni, si vergogni" a chiunque sostenesse idee difformi, lanciarsi in imperdonabili semplificazioni. Quel che si diceva perdeva intanto importanza: contava solo imporsi sull’interlocutore, lasciarlo steso e pesto, in modo che il
pubblico (anche quello relativamente alfabeta dei dibattiti politici) fosse colpito, più che
dagli argomenti, dalla clava usata per agitarli.
Dall’involucro si passò poi alla sostanza: fiumi di dati citati a sproposito, numeri e percentuali inventati, argomenti improvvisati, fonti falsificate, continue rettifiche di affermazioni innegabili (con la gag del "sono stato frainteso"). Ricordo ancora con indignazione il pomeriggio del luglio 2001 in cui Scajola ministro degli Interni si mise a inventare su due piedi, senza nessun dato, il numero degli arrestati, feriti e contusi di quelli che si sarebbero chiamati "i fatti di Genova".
A quasi vent’anni di distanza, un mese fa, il suo capo, imperterrito nel vortice della crisi economica, le sparava grosse da Cannes sostenendo che in Italia non c’è crisi perché i ristoranti sono pieni, gli aerei prenotati e i luoghi di vacanza invasi di gente. Infine, la rappresentazione dell’altro, l’avversario trasformato in nemico malvagio e incorreggibile.
Dopo il fascismo non s’era mai vista una così becera denigrazione dell’avversario, ottenuta attribuendogli intenzioni maligne ("odio personale") o sentimenti volgari (invidia e gelosia) e rivolgendogli inconcepibili epiteti e gesti ingiuriosi.
Neanche la sfera personale fu risparmiata: basta ricordare quando Storace propose nel
2007 di portare stampelle ai senatori a vita più anziani; gli insulti personali e i gesti osceni usati in tante occasioni da Bossi e vari leghisti; le volte che si sono usati argomenti interdetti dal codice etico tacito delle democrazie moderne, come l’allusione a difetti fisici, all’età avanzata, al colore della pelle o ad altre proprietà personali.
La lista delle truci barzellette berlusconiane è talmente vasta che ormai in più Paesi se ne fanno raccolte commentate…
Questo metodo di sistematica distorsione del linguaggio pubblico, pianificato a freddo con l’aiuto di qualche maligno spin doctor e cinicamente applicato a tappeto per quasi vent’anni, ha avuto i suoi ribaldi campioni: ognuno di noi ha in mente dei nomi, che bastavano da soli a indurci a cambiar canale o a spegnere la televisione.
Ma se la tecnica di interrompere il discorso altrui, di dare violentemente sulla voce e di insultare gli oppositori ha prosperato per tutto questo tempo, è perché ha potuto contare sul passivo assenso vigente dei media, giornalisti e conduttori della più varia propensione politica. Sono loro che, per procurarsi il favore dell’auditel o di una parte del ceto politico, hanno permesso che le loro trasmissioni si trasformassero in oscene corride.
Al governo Monti toccherà il compito di occuparsi della decontaminazione.
Potrà conseguirla parlando poco, seriamente, documentatamente, con dati precisi e seri e con rispetto per tutti, con la speranza che la parabola che gli tocca sia sufficiente per ottenere risultati.
Ma dovrà anche ristabilire l’ordine e le buone regole nell’ambiente mediatico, intervenendo con fermezza sulle persone e gli istituti che dell’infestazione sono stati il primo vettore.
(Da La Repubblica, 7/12/2011).




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