Bocciati in italiano e matematica l’ignoranza penalizza l’economia

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Bocciati in italiano e matematica l’ignoranza penalizza l’economia.

DATI SHOCK DALLA CONSUETA INDAGINE DELL’OCSE. ITALIANI ULTIMI NEL CONFRONTO COI CITTADINI DEGLI STATI PIÙ AVANZATI SUL FRONTE ALFABETICO E DAVANTI SOLO ALLA SPAGNA NELLA SCIENZA DEI NUMERI. IL GAP PIÙ SIGNIFICATIVO TRA LAUREATI.

di Giovanni Marabelli

Ignoranti. Penultimi nelle conoscenze matematiche e addirittura ultimi nelle competenze alfabetiche tra i cittadini dei Paesi più avanzati. L’Italia esce in maniera pessima dalla consueta indagine condotta dall’Ocse per misurare il livello di conoscenze fondamentali per vivere e lavorare in società complesse. Un’analisi che aiuta a spiegare molti dei mali sociali ed economici di cui soffre il nostro Paese. Nella capacità di interpretare un testo scritto (competenze alfabetiche), come nella capacità di accedere, utilizzare, interpretare e comunicare le informazioni numeriche, l’Italia arranca. Tutto ciò si traduce nelle gravi difficoltà che gli italiani incontrano ogni giorno nella crescita individuale, la partecipazione economica, l’inclusione sociale. Oltre che nel crescente gap di competitività accusato dal sistema Paese rispetto ai concorrenti mondiali.

E’ questo probabilmente lo spread che l’Italia soffre di più. Le competenze analizzate nell’indagine (in cui sono coinvolte persone in età attiva, tra i 16 e i 65 anni) vengono espresse in punteggi che vanno da 0 a 500. Sul fronte alfabetico, il punteggio medio degli adulti italiani, pari a 250 contro una media Ocse di 273, risulta il peggiore in assoluto, sotto le performance di Spagna, Francia, Irlanda e Polonia. Al vertice della graduatoria svetta il Giappone, con oltre 295 punti, seguito da Finlandia, Olanda, Australia e Svezia. Nelle competenze matematiche il risultato raggiunto dagli italiani, pari a 247 rispetto a una media Ocse di 269, colloca il nostro Paese appena al di sopra della Spagna e dietro Stati Uniti, Francia e Irlanda. Al versante opposto torreggia ancora il Giappone, seguito da Olanda, Svezia, Norvegia e Repubblica Ceca. Nell’indagine i punteggi sono riconducibili a sei diversi livelli di competenze. Il terzo livello è considerato il minimo indispensabile per vivere e lavorare nel ventunesimo secolo. Ebbene, tra gli italiani il 29,8% si colloca a questo stadio (o più in alto) relativamente alle conoscenze alfabetiche e il 28,9% eguaglia la performance in ordine alle competenze matematiche. Percentuali molto basse ma che riflettono i risultati di altri studi internazionali su argomenti simili: in Italia è relativamente modesto il posizionamento dei quindicenni scolarizzati nelle rilevazioni delle competenze, rimangono al di sotto dei Paesi omogenei il livello di istruzione e scolarità, è molto elevata la dispersione scolastica e universitaria. I dati disaggregati della indagine illuminano realtà ancora più impressionanti.

È tra i laureati, per esempio, che si allarga a nostra sfavore il fossato. A dimostrazione che la differenza la fanno anche, se non soprattutto, le istituzioni scolastiche e universitarie. I laureati italiani, sia nelle discipline umanistiche sia nelle materie scientifiche, scontano rispetto alla media Ocse un gap negativo di 16 punti. Problematico è anche il rapporto degli italiani con le tecnologie informatiche: solo il 59% accede al computer (contro una media del 69,8%) mentre l’accesso a Internet è appannaggio del 64,8%, a fronte di una media pari al 73,9%. Un altro primato negativo degli italiani riguarda la scarsa partecipazione ad attività di apprendimento formale e informale degli adulti, che risulta la più bassa dell’Ocse: appena il 24% di partecipanti rispetto a una media del 52%. Il punteggio di chi si è dedicato ad attività di formazione o finalizzate all’apprendimento risulta ben più alto di quello raggiunto da quanti sono rimasti al palo: a raggiungere o superare il terzo livello di competenze, infatti, è il 40% di quanti hanno seguito un percorso formativo, una percentuale esattamente doppia rispetto a quella di chi si è fermato. Non solo. L’apprendimento stimola il desiderio di avanzare: il 49% della domanda di formazione insoddisfatta proviene da quanti hanno partecipato ad attività del genere nell’anno precedente. Una delle situazioni più preoccupanti rimane, però, quella dei cosiddetti Neet, circa due milioni e mezzo di giovani che hanno un’età compresa tra i 16 e i 29 anni e non studiano, non lavorano, non seguono un’attività formativa. Sono la categoria con le performance più basse e registrano uno svantaggio sistematico nell’acquisizione e nel mantenimento delle competenze. Solo il 5% dei Neet raggiunge il terzo livello contro il 25% dei coetanei lavoratori e il 50% degli studenti. E’, forse, anche per la presenza di questa larga fascia giovanile in difficoltà che il divario tra i giovani e la fetta di età più elevata va fortemente restringendosi: rispetto alle precedenti indagini dell’Ocse il differenziale tra le due ali estreme (16-24enni rispetto ai 55-65enni) si è dimezzato a vantaggio delle persone più mature. Risulta poi che le donne italiane hanno annullato la differenza nelle competenze alfabetiche e ridotto sensibilmente il gap nelle conoscenze matematiche. Nella fascia di età più giovane, anzi, le donne superano gli uomini anche nelle competenze matematiche. Tra i disoccupati le donne sono più competenti degli uomini in entrambi gli indicatori e, a differenza dell’universo maschile (nel quale i disoccupati scontano un gap medio di 16 punti rispetto agli occupati), le donne hanno livelli di competenze molto simili. Sul fronte dell’analfabetismo, infine, l’Italia compie finalmente consistenti passi in avanti. La percentuale di popolazione che si posiziona ai livelli più bassi di competenza diminuisce dal 14 al 5,5%. Tra i tantissimi primati negativi degli italiani rilevati dall’Ocse c’è la scarsa partecipazione ad attività di apprendimento formale e informale che accomuna giovani ed adulti.

(Da repubblica.it, 28/10/2013).

 




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