Bevande d’infanzia

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Bevande d’infanzia
Tutti abbiamo dei sapori o degli odori che ci ricordano l’infanzia. Cibi o bevande che fanno scattare qualche cosa nel cervello e richiamare alla mente ricordi sepolti. La scorsa settimana uno di questi ricordi è riaffiorato. Quando ero piccolo al sabato pomeriggio andavo all’oratorio, dopo il catechismo. Con qualche centinaio di lire di comperavano dei dolcetti e bevande. Non ero un tipo da caramelle e ancora oggi non ci vado matto. Mi piacevano invece le liquirizie di legno e i sacchettini di carta con dentro la farina di castagne, da aspirare con l’apposita cannuccia. Roba da farsi venire la silicosi da castagne . Dopo poche aspirate la cannuccia immancabilmente si toppava, e quindi si apriva il pacchettino e si trangugiava la farina rimasta in un solo colpo, rischiando l’ostruzione delle vie aeree.

Per riumidificare la gola dopo una tal prova il bar dell’oratorio aveva le tipiche bevande da oratorio, o almeno del mio oratorio. Le cochecole varie (la lettera k ancora non era parte del mio alfabeto. La mia maestra Paccotti mi aveva insegnato che le lettere dell’alfabeto italiano erano ventuno, e la cappa non era tra queste) esistevano già, ma all’oratorio non si vedevano molto. Forse non erano distribuite, non lo so. Fu solo più tardi che si cominciarono a vedere le bottigliette della Coca Cola. Le lattine non sapevamo cosa fossero. Che cosa si beveva? La gazzosa soprattutto. Con la cannuccia. Anni dopo le multinazionali bevandiere[*] l’avrebbero ridiffusa in Italia con altri nomi: sprite, Zup, ma per me rimaneva sempre gazzosa sotto mentite spoglie (e rimasi stupito quando un amico mi fece notare che il primo simbolo era un 7, non una zeta, e quindi si doveva leggere sevenup. “Che nome stupido per una gazzosa” pensai. Io e il marketing siamo sempre stati ortogonali).

Che altro si beveva? La spuma nera, perbacco. Prima che si diffondessero le cochecole, in Italia c’erano già delle bevande buscianti nerastre: il chinotto e la spuma (mod. 1938). A dire il vero a non tutti i bambini piaceva la spuma: con il suo retrogusto un po’ amarognolo aveva un che di sofisticato. Non era “facile”. Come il ginger, che a differenza della spuma non mi piaceva per nulla, e poi era di un rosso talmente innaturale da risultare sospetto ai miei occhi.

Bottigliette, come vi ho detto. La bottiglia da un litro la prendevo solo quando, ma ero già ragazzino e andavo alle scuole medie, d’estate andavo a giocare a tennis con un amico al dopolavoro dell’Enel. Il campo costava pochissimo e non erano in molti a sapere che nel cuore di Saronno, la mia città, c’era un campo tranquillo e quasi sempre libero. E al bar vendevano la spuma nera. Esisteva anche la varietà “bianca”, ma la mia preferita era la nera. Una spuma che non fosse nera non esisteva proprio!

Tra le bevande da oratorio c’era anche la cedrata (rigorosamente Tassoni), che anche lei in quanto a intensità di colore, con quel giallo quasi fluorescente, non aveva nulla da invidiare al ginger. E poi le solite aranciate e limonate (si chiamavano ancora in italiano e non avevano il soda appiccicato a mo’ di coda).

Tutto questo stream of consciousness mi è esploso nel cervello la scorsa settimana quando, nel far le ultime spese per le vacanze ho rivisto le bottigliette (non vi ho ancora detto che vi sto scrivendo da Costa rei, una località della Sardegna sud orientale, con una fetecchiosa connessione internet. “Naviga a 7 mega!”, millanta la pubblicità. Maddechè aho!? L’Italia non è un paese per Internet. Vi ho già detto che io e il marketing non andiamo d’accordo?).

Insomma, ho rivisto le bottigliette. Almeno alcune. E non ho potuto esimermi dal comprarle. Ho ritrovato la mia amata gazzosa, e la mia spuma nera (a dire il vero quest’ultima la compro spesso ancora oggi, ma le bottigliette retrò erano decenni che non le vedevo).

Eccole qui, fotografate di fretta su un set improvvisato: lo skateboard di mio figlio. Chissà cosa avrebbe detto la mia cara maestra Paccotti all’idea che nel duemila la lingua italiana avrebbe avuto più di ventun lettere.
E dopo tanto tempo ho finalmente risolto (almeno credo) l’enigma del colore della cedrata. Un’occhiata all’etichetta svela che il colore è dovuto all’estratto di cartamo, o zafferanone.
E io che da bambino pensavo che fosse dovuto al cedro. Come per il chinotto, paradossalmente una bevanda dal nome cedrata può non aver neppure visto il cedro, neanche con il binocolo.
E voi? Quale bevanda vi ricorda l’infanzia?

A presto Dario Bressanini

[*] sì lo so, bevandiere non esiste.

http://bressanini-lescienze.blogautore. … dinfanzia/




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