Bestemmie, ieri e oggi

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Vietato bestemmiare in terra leghista

di Alessandro Borelli

Vietato bestemmiare pubblicamente in provincia di Bergamo. Lo ha deciso il Consiglio comunale, composta a maggioranza da esponenti della Lega Nord, approvando un ordine del giorno che vieta di tirare in ballo abusivamente e in una certa maniera in nome di Nostro Signore. Del resto, anche se depenalizzato a illecito amministrativo, bestemmiare è pur sempre un reato. Ma vediamo di raccontare questa tipica storia di provincia, cominciando dall’inizio.
Alla fine di gennaio, esasperato per il proliferare delle bestemmie in oratorio – soprattutto, a suo dire, da parte di giovanissimi islamici – don Marco Bosio aveva rotto gli indugi e preso posizione direttamente su Facebook: “Quante bestemmie gratuite – aveva scritto sul suo profilo il sacerdote -. Persino dagli islamici. Non può essere anche questa una persecuzione contro i cristiani? Forse il loro odio contro di noi inizia con le bestemmie, poi vai in Egitto o in Irak e ti fanno saltare”…
Ora, all’elenco dei sostenitori del sacerdote contro le imprecazioni blasfeme, si è aggiunto anche il Comune, e nello specifico il gruppo consiliare della Lega Nord che lo governa: nell’ultima seduta del consiglio comunale, i rappresentanti del Carroccio hanno presentato e approvato un ordine del giorno in cui si da divieto di bestemmiare in paese “sia nei luoghi pubblici che in quelli privati, soprattutto davanti ad adolescenti e bambini”…
(Da La Nazione, 12/2/2011).

Dal greco al latino a Dante fino allo scoraggiante turpiloquio del Grande Fratello

Quindici chilometri di “moccoli” d’altri tempi

di Maria Luisa Altieri Biagi

Le chiamiamo bestemmie, da bestemmiare. Il verbo bestemmiare risale al greco (“blasphemèin”), da cui viene il latino ecclesiastico blasphemare che, in bocca ai parlanti, diventa – col passare dei secoli – blastemare, biastemare, biastemiare, bestemmiare. La forma attuale, bestemmiare, è già presente nel Duecento; la parola bestemmia compare in prosa (Boccaccio) e in poesia (Dante).
Bestemmiare, bestemmia contengono due tratti popolari: 1) il raddoppiamento espressivo della consonante –m-; 2) la presenza immotivata di una consonanza –t- che Giacomo Devoto giustificava come “incrocio – nella mente dei parlanti- del verbo bestemmiare con il nome “bestia”: un’associazione falsa, ma interessante perché rivelerebbe nel popolo “peccatore” la consapevolezza di un suo comportamento “bestiale”. Dicevo prima che “le chiamiamo bestemmie”; ma in Toscana (dove – da piccola- trascorrevo l’estate, ospite dei nonni materni), le chiamavano (e ancora oggi le chiamano) metaforicamente “moccoli”.
“Tirare moccoli” era allora sport praticatissimo, e forse suonava meno sacrilego del “dire bestemmie”, perché interpretabile come sfogo liberatorio, fisiologico, che poteva fare “un gran comodo”, come si legge in Collodi: “In certi momenti, bisogna che ne convenga anche lei, il moccolo è il vero amico dell’uomo!” (Grande Dizionario della lingua italiana, Torino, Utet, alla voce mòccolo). Certamente i moccoli erano gratificanti per il signor Arnecchi: un uomo anziano, vestito completamente di nero (cappellaccio compreso), che abitava a Massarella, in quel di Fucecchio, vicino alla casa dei nonni; gli servivano soprattutto a dirigere la sua numerosa famiglia nel lavoro dei campi. Un giorno, però, un carabiniere di passaggio ascoltò l’Arnecchi e gli fece una multa per turpiloquio, da pagare al Comune di Fucecchio. Iniziativa, questa, che sconvolse il multato e lo indusse a fare il viaggio Massarella – Fucecchio in bicicletta (una quindicina di chilometri, fra andata e ritorno), smoccolando l’intero suo repertorio di bestemmie, o moccoli che dir si voglia, e sfornandone dei nuovi in una serie continua, interrotta solo per informare i paesani incrociati per strada che andava a pagare per poter dire moccoli.
Oggi le bestemmie sono sicuramente in forte calo, anche se se ne sentono ancora, ovunque, non solo in Toscana. Si diffonde anche un linguaggio scherzoso (detto ionadattico, sviluppatosi a Firenze fra Cinquecento e Seicento) che sostituisce a certe parole – che devono essere protette dall’insulto – altre parole che iniziano con le stesse lettere: la maremma sostiene ingiurie che prima erano rivolte a ben altro soggetto. Sostituzione analoga avviene anche per evitare parole volgari o ritenute tali, che potrebbero dare fastidio, a chi ascolta: càspita, capperi, cavolo, ecc. sostituiscono la parola che i personaggi del Grande Fratello usano più frequentemente, riducendola a puro intercalare.
Non c’è molto da rallegrarsi perché le bestemmie circolano ancora ampiamente: dobbiamo citare ancora una volta i partecipanti al Grande Fratello, che non solo bestemmiano, ma tornano a bestemmiare, dopo essere stati “perdonati” e riammessi in una casa dove non si vede un libro (!) e dove l’unico esercizio di lingua scritta è rappresentato dalla compilazione settimanale della “lista della spesa”. D fronte a episodi così scoraggianti, fa quasi piacere ripensare alla fantasia linguistica del signor Arnecchi, alla sua inventività che si associa poi al duro lavoro quotidiano, all’assunzione di gravi responsabilità familiari, al rispetto per uomini e istituzioni.
(Da La Nazione, 12/2/2011).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LINGUAGGIO DOPO IL TURPILOQUIO DEL «GRANDE FRATELLO»: IL SEGNALE DI UNA CONTINUA VIOLAZIONE MORALE<br />
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La parola che degrada una società<br />
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La diffusione della bestemmia, segno di malcostume etico ed estetico<br />
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di Cesare Segre<br />
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Con il titolo «Un nuovo scandalo», Massimo Iondini su «Avvenire» del 28 gennaio interviene a proposito di una serie di bestemmie pronunciate al Grande fratello. L'emittente, cioè Canale 5, resasi conto della gravità dell'incidente, comunica di aver annullato il televoto settimanale tra i concorrenti in nomination ed eliminato dal gioco il colpevole dell'ultima bestemmia, tale Nathan Lelli. L'Aiart, associazione di telespettatori cattolici, rincara la dose, chiedendo la chiusura del Gf, mentre l'Adoc, associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatori, chiede un intervento dell'Agcom. Non avendo visto nemmeno una puntata del Gf, non posso pronunciarmi su questo invito all'annullamento, anche se troppe notizie indirette mi fanno pensare che esso non sia ingiustificato. E l'accusa al Gf, se, come credo, corretta, di aver puntato esclusivamente all'audience, potrebbe aprire un grande discorso sulla mentalità ormai dominante che fa del successo l'unico scopo, l'unico ideale, l'unico idolo, non importa se a scapito della morale e della dignità. Ma dire che «più in basso di così non si poteva davvero sprofondare» fa solo sorridere, se si pensa alle notizie che ogni giorno ci forniscono i migliori quotidiani e settimanali. Trovo detestabile qualunque offesa alla religione e alla divinità: chi bestemmia oltraggia la fede o il sentimento religioso di chi lo ascolta. Ma ciò che oggi ci porta in basso, terribilmente in basso, è il malcostume etico ed estetico ormai generalizzato, è l'indifferenza morale, è la violazione continua delle norme per una convivenza dignitosa e corretta. Insomma, mi colpisce che lo stimolo per lo sdegno siano le bestemmie, contro le quali tornerò a pronunciarmi anch'io, ma solo alla fine. Perché va comunque detto che la bestemmia appartiene alla storia della lingua, di ogni lingua. È un fenomeno antropologico che si può analizzare (anche psicologicamente) e regolamentare, ma non eliminare. La bestemmia fa corpo unico con il linguaggio popolare, ne è inscindibile; e documenta anche una certa inventiva, perché i bestemmiatori spesso propongono nuove bestemmie, e ne valorizzano la comicità. Ci sono regioni che si fanno vanto dell'originalità e varietà delle loro bestemmie. La bestemmia, anche se poi codificata, dà voce a una espressività immediata, adatta a sentimenti o reazioni fortemente sentiti. E non è affatto segno di irreligiosità, ma semmai di una religiosità esasperata e, nel fondo, avida di affetto. Enzo Bianchi dice che spesso una bestemmia è un' invocazione a Dio. Anche certe esclamazioni apparentemente innocenti sono bestemmie deteriorate (diamine!, accidenti!, cribbio!). Impedire la bestemmia sarebbe come bloccare l'espressione dei sentimenti. Ricordo che sessant'anni fa i Salesiani diffondevano un manualetto per «bestemmiare innocentemente», cambiando o togliendo qualche lettera dalle bestemmie più in uso e rendendole prive di senso. Certo siamo ben lontani dalla severità biblica, che non solo vietava di bestemmiare, ma persino di nominare Yahweh. La bestemmia può essere vista anche come un elemento d'espressività e di comicità. Nel periodo di carnevale (specialmente nel Medioevo) ogni forma di repressione veniva (in apparenza) sospesa: l'autorità, religiosa o politica, poteva essere sbeffeggiata, si recitavano e si cantavano parodie comiche delle preghiere, dall'«Ave Maria» al «Pater noster»; bestemmie e insulti a Dio e ai santi venivano trasferiti al linguaggio familiare e di piazza e in questo modo legalizzati. Anche l'iperbole era un modo per sottolineare l'intento scherzoso. Si parlava di libertates decembris (libertà di dicembre), certo con il disegno recondito di offrire sfogo a tensioni sociali che potevano diventare pericolose. È in questo quadro che Rabelais scrisse il suo Gargantua. La nostra lingua (come le altre) si presenta nettamente stratificata: c'è una lingua alta per l'orazione e il discorso pubblico, una lingua scritta, una per l'insegnamento, una lingua per i rapporti interpersonali, e poi via via, una lingua per lo sport e il gioco, una per le persone del popolo, specie se poco colte, e poi giù, sino alla lingua dell'osteria, della malavita e della feccia. Ognuno può trovare facilmente esempi di qualcuno di questi strati. Questa lingua si differenzia anche grammaticalmente: il passato remoto (almeno al Nord) si usa solo nello scritto o a un livello alto; parole che «non sta bene pronunciare» a un certo livello, si usano agevolmente a uno più basso. Diceva Dante (Inferno, XXII, 14-15): «nella chiesa/ coi santi, ed in taverna co' ghiottoni», alludendo al diverso comportamento anche linguistico che si adotta secondo gli ambienti e gli interlocutori. Ecco, la bestemmia era frequentemente in uso al livello popolare, ed era difficile combatterla; doveva invece essere evitata a livelli superiori, dove si presentava, pronunciata seriamente, come insulto alla divinità; e soprattutto davanti ai bambini. Ma la moda attuale della bestemmia a livelli sociali indifferenziati e perfino alti punta in verità a colpire soprattutto l'interlocutore: una specie di pugno nello stomaco. Si tratta insomma di qualcosa di analogo alla diffusione sempre maggiore del turpiloquio. Chi si impegna in questa degradazione della lingua, dà una misura del proprio gusto detestabile e della propria mediocre autostima, e collabora al declassamento della comunicazione e, anzi, della società civile. Ciò che forse corrisponde a una spinta generale, purtroppo in atto.<br />
(Dal Corriere della Sera, 31/1/2011).

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