Bersani, Vendola, Renzi… linguaggi di candidati

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PRIMARIE CENTROSINISTRA

Bersani, Vendola e Renzi tre linguaggi per tre candidati

di MASSIMO ARCANGELI

"Le parole sono importanti" diceva Nanni Moretti nel film Palombella Rossa e aveva ragione. La scelta dei vocaboli e la costruzione delle frasi cambia la percezione delle cose e degli eventi. E per un politico il modo di presentare pesa sempre di più. Ci sono i fatti, ma le parole sono il biglietto da visita. Repubblica Tv ha ospitato i tre più autorevoli candidati alle primarie del centrosinistra: Matteo Renzi 1, Nichi Vendola 2 e Pierluigi Bersani 3. Tre personaggi e tre modi di parlare molto diversi fra loro. Abbiamo chiesto a un profondo studioso della lingua, Massimo Arcangeli, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari, di prendere in esame gli stili comunicativi dei tre leader in corsa per la premiership. Il risultato è un’analisi dettagliata che, attraverso lo studio del linguaggio, ci rivela alcuni aspetti inediti delle personalità dei tre aspiranti premier.
Bersani, Vendola, Renzi. Tre personalità comunicative molto diverse. Le video interviste di Massimo Giannini ai tre più autorevoli candidati democratici alle primarie, guardate e ascoltate una dietro l’altra, li inchiodano alla profondità delle loro reciproche differenze. Fra i primi due, però, punti di contatto non mancano. L’ultimo, invece, corre tutto da solo.
Bersani mostra il profilo meno attraente di quella politica strapaesana il cui campione indiscusso è Antonio Di Pietro: il dipietrese, con la sua essenza ruspante, contadina, del pane al pane e del vino al vino, si converte in lui negli automatismi di una provincia che non c’è più o, forse, non c’è mai stata. È la politica che impugna l’accetta: dà un colpo qua e un colpo là, senza andare tanto per il sottile. Il segretario del Pd lascia frasi a metà; mozza o tira via parole (tanto da renderle a volte incomprensibili) come autorizzato dalla rinuncia, da buon settentrionale, a qualche vocale finale di troppo; parla un po’ a ruota libera, vittima di qualche battuta al limite del nonsense (come quella sul rischio di "buttare via l’acqua sporca e non solo un bambino, due o tre bambini"); s’incammina per strane vie metaforiche ("C’è l’Italia, poi c’è la ditta che è il Pd, e il suo progetto per l’Italia, e poi ci sono le persone. La classifica è questa qua"); rimane prigioniero, soprattutto, del vuoto pneumatico di una sonnacchiosa noncuranza comunicativa, che gli effetti prodotti dalle rare impennate fanno addirittura rimpiangere ("Non si dica questo, eh, p-per favore, perché vittimismi ne ho sentiti fin troppi. Ne ho sentiti fin troppi di vittimismi. Qui, chi ha del filo da tess… tessa, si combatte. Armi pari, chi vince vince e siam tutti lì a sostenere poi il candidato dei progressisti"). Inizia l’intervista così: "No io non chiedo, ecco, è l’occasione per cercare di capirsi su questo punto. Io li conosco tutti questi di cui si parla, magari mi ci metto dentro anche me tra quelli da rottamare, li conosco tutti. E parlo con loro, no, e non da oggi parlo con loro. E quindi son buon testimone che tutta questa gente non c’era bisogno di Renzi per… perché facessero una riflessione, non c’era bisogno". La sua lingua operaiola, iniettata da sempre di consistentissime quote di burocratese (si è ancora convinti, se si è culturalmente in basso, che raffini il parlare) taglia e non ricuce. La sua emilianità casual gli nuoce, e qualcuno dovrebbe dirglielo (o ribadirglielo).

Vendola è la politica in punta di forchetta, ma spesa in una notevole capacità di racconto. Con i suoi snodi e le sue articolazioni, fra improvvise accensioni espressive (alla Savonarola) e poi, ogni volta, il rassicurante ritorno a una raziocinante lucidità da Prima Repubblica, la sua narrazione cerca di evitare la tracimazione della retorica, e di sottrarsi al sospetto di un ritorno a vecchi modelli di esibizionismo verbale, di un giuramento di fedeltà a un certo tardo-comunismo pignolo ed estetizzante (alla D’Alema, per intenderci). Parte così il suo intervento a "Repubblica TV": "Ma io credo intanto che la dea della vendetta abbia disvelato la realtà nascosta dall’ideologia leghista, quella che rappresentava il Sud come il luogo metaforico del male, della corruzione, dello spreco, delle mafie, il luogo antropologicamente votato a ogni esercitazione del Maligno, e il Nord come territorio sfruttato da questo Sud parassitario". È la politica giocata linguisticamente di fioretto e "armata" di specillo. Focalizza e puntualizza con una forbita e pasionaria eleganza d’altri tempi, e tuttavia funziona fino a un certo punto. Discute di realtà e di sostanze, ma le condisce (e, anche qui, burocratizza) troppo: la "danza" e il "feticismo" del denaro; la "voragine di immoralità pubblica" e "il grido e la bestemmia purificatrice"; le "fibrillazioni tragicomiche" del passato e i "dilemmi del tempo nostro"; gli scandali di un sistema sanitario, "che assomiglia moltissimo a una flottiglia di sommergibili inabissati e che è molto complicato portare a emersione"; la politica con i "piedi piantati nel dolore sociale" e il grillismo, in quanto discorso del leader, come "semina di idee suggestive"; le giovani generazioni "risucchiate dentro una maledizione, dentro un cattivo sortilegio", e il lavoro come "epopea che ha innervato tutti i grandi movimenti sociali"; la paura come "prodotto finito del modello sociale della destra" e la speranza, la stabilità, la tranquillità come "prodotto finito del modello sociale della sinistra"; l’"avvitamento" dell’Europa "nelle politiche monetariste e liberiste", e l’"idea abbastanza disincantante" offerta dalla sinistra ai suoi cittadini; le "politiche sciagurate" che hanno "definanziato il fondo per la non autosufficienza", le "culture politiche" che "si acconciano" a protezione dei rapporti sociali, il Pd che "ha scelto di sostenere Monti come una condizione necessitata". Una lingua, la sua, che non avvicina.

Bersani, in giacca e cravatta, i gomiti spesso piantati sul tavolo o le braccia conserte, appare rigido, imbozzolato, compreso di sé anche quando disintreccia le mani e prende a gesticolare a destra e a manca. È in giacca e cravatta anche Vendola; dritto – e ogni tanto quasi saltellante – sulla sedia, tenta di tenere quanto più possibile le braccia accostate al corpo, ma la passione gli prende spesso la mano (e gli agita il braccio). Renzi, scamiciato e senza cravatta, è l’immagine della politica dell’antipolitica, o dell’antipolitica nella politica. Non ha però bisogno di scomporsi o di sbraitare per farlo capire. Gli basta la sua naturale scioltezza, sorniona e accattivante, per sedurre chi guarda. Gli bastano i toni sottili dell’ironia per far arrivare forte e chiaro il suo messaggio: il modo è di un’aerea leggerezza, anche se le parole sono pesanti come macigni. Le dà, il sindaco di Firenze, altroché se le dà. E sono colpi di maglio. Prende la vecchia politica a sciabolate, a badilate, a randellate; la rottama con il corpo contundente dell’evidenza delle cose.

Vince ai punti su Vendola, mette giù Bersani per kappaò alla prima ripresa. A renderlo imbattibile sul piano della comunicazione una fiorentinità radical chic e stradaiola insieme, le argutezze e le spiritosità di rado banali o gratuite, la sfrontatezza monella di chi sa perfettamente il fatto suo. Piace, e sa di piacere. L’animalità mediatica berlusconiana, che l’ha caricaturato nel bambolotto Renzusconi, si sposa in lui all’estro dell’abbraccio avvolgente di un fiorentinaccio. Scandisce bene le parole, parla il linguaggio di una politica che si dichiara "umana" e nemica delle ideologie. Conversa amichevolmente con l’intervistatore come fosse seduto al bancone di un bar, convincendo sui vari temi affrontati: cittadinanza e immigrazione; trasparenza e libertà; laicismo e laicità; cattolicesimo e testamento biologico; imprenditorialità e lavoro; sviluppo e soft economy; parità di genere e civil partnership; Europa e made in Italy.
Le sue armi migliori sono l’aderenza a una normale quotidianità (perché, si chiede, "sul tema delle infrastrutture continuiamo ad essere affascinati dal modello delle grandi opere e non mandiamo avanti le piccole manutenzioni, non mandiamo avanti le scuole, non diamo ai sindaci i soldi per sistemare le buche?") e l’impressione che stia sempre dalla parte delle persone comuni (invita ad andare a votare alla primarie perché sono un "meccanismo democratico che toglie il potere di decidere ai burocrati di partito e lo restituisce alla gente"). Il colpo da maestro: "Vorrei che dicessimo con forza che un bambino che nasce in Italia è italiano". Poi aggiunge: "Vado nelle scuole, vado nelle classi, parlo con i bambini e c’è Lucia e Fatima. Lucia e Fatima parlano con lo stesso accento sbracato fiorentino con la c aspirata, amano Firenze allo stesso modo, mangiano il gelato negli stessi posti, iniziano ad avere le prime cotte, sono alle scuole medie, per gli stessi fidanzatini e però una è cittadina italiana, l’altra no. Questo è un principio di maleducazione civica che stiamo dando ai nostri figli". Dismessi i panni del giamburrasca, Renzi indossa qui quelli di un padre-sindaco premuroso e amorevole verso i figli-cittadini.
(Da repubblica.it, 22/10/2012).




4 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il segreto di Vendola è nella lingua <br />
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di Marcello Veneziani<br />
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Ma chi vota Vendola capisce il suo linguaggio assiro-babilonese, le sue frasi elicoidali, la sua aggettivazione lussureggiante, innaffiata dalla zeppola delle sue esse che funge da impianto d’irrigazione della ricca flora linguistica? Se davvero i ceti proletari, gli umili e gl’immigrati sono con lui, quanto capiscono delle sue parole così difficili, così alte, sospese tra poesia intellettuale e filosofia teoretica? Pochi. Ma ho l’impressione che l’incomprensibilità non sia un handicap per Vendola, anzi sia l’ama segreta. Il paragone che sorge spontaneo è con un suo, un nostro, conterraneo famoso, Aldo Moro. Era proverbiale il suo linguaggio criptico, anche se la sua tortuosità era più quella di una mente giuridico-gesuitica, mentre l’astruseria di Vendola attinge da arsenali linguistici poetico-ideologici. <br />
Sul linguaggio di Moro, sia Pasolini sia Sciascia rilevarono una cosa: il lessico moroteo era come il latino usato dalla Chiesa per rendersi impenetrabile al volgo e suscitare supina devozione. Moro parlava difficile, secondo Sciascia, per rendere oscura e inaccessibile la chiave del potere. Alla fine Moro fu vittima del suo stesso linguaggio incomprensibile perché non capirono a fondo i messaggi cifrati nelle sue lettere dal carcere delle Br. <br />
Torno a Vendola e mi chiedo: vuoi vedere che il segreto del suo fascino è lo stesso della lingua sacra, misteriosa e incomprensibile ai più? Chi lo sostiene fa parte della sinistra arcaica, colta o proletaria, che preferisce la messa in latino? Pater Nichi, ora pro nobis. <br />
(Da Il Giornale, 16/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

MATTEO RENZI E IL SUO ANAGRAMMA QUANDO LA ROTTAMAZIONE È NEL NOME <br />
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di Paolo Di Stefano<br />
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«Lo determini mercé l’esatto / rimescolamento delle lettere». È la definizione dell’anagramma secondo il critico e filologo Enrico Parodi. Inutile dire che la frase che segue la barra è «l’esatto rimescolamento» della prima. Esistono però, e contano eccome, nella critica fonosimbolica, gli anagrammi imperfetti: per esempio panca-campa e capra-crepa nel noto scioglilingua. Il grande linguista Ferdinand de Saussure, studiando antiche composizioni in versi, definì «ipogrammi» le parole-tema nascoste sotto un testo poetico: così la parola «Laura», nel Canzoniere di Petrarca, sta dentro «l’aura» e «lauro», anche se non perfettamente, mentre «Silvia», che apre la famosa poesia leopardiana, trova il suo anagramma esatto in «salivi», che chiude la prima strofa. Ogni testo è doppio, cioè sotto la superficie della prima lettura si nascondono parole che ne sono il vero motore, gli «ipogrammi». <br />
Questa lunga premessa per arrivare a Matteo Renzi, che non è un poeta né, tanto meno, una poesia. Ma colpisce che il suo nome e cognome contengano, producendo un anagramma quasi perfetto <br />
(si ripetono due vocali), la parola chiave (poi faticosamente rimosso) del suo programma <br />
elettorale: ROTTAMAZIONE. E vero che portando avanti il gioco all’infinito (come farebbe molto meglio Stefano Bartezzaghi) possono anche venir fuori poco rassicuranti MATIE ORAZION o AMARE TENZONI o MORTE AZIONI. Ma a un critico fonosimbolico non sfuggirebbe che dentro Matteo Renzi si nasconde un altro possibile «ipogramma»: MARZO. Il pericolo per lui è che le elezioni scivolino al mese successivo. Scriveva Dante, citando Giustiniano che «li nomi seguitano le nominate cose, sì come è scritto: <br />
"Nomina sunt consequentia rerum"». I nomi corrispondono alle cose. Rimangono da valutare nella stessa chiave gli avversari di Renzi. Per esempio, Nichi Vendola dovrà rassegnarsi a un malinconico <br />
INVOCHI LANDE o potrà gioire con i trionfali VINCE, LODI N`HA e IH, VINCENDOLA? E Pier Luigi Bersani è l’anagramma perfetto di SPINGERAI BEI URLI. Si tratterà di interpretare al meglio il più approssimativo SPEGNERAI BURLE. <br />
(Dal Corriere della Sera, 22/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LO STRAFALCIONE GRAMMATICALE <br />
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Gli apostrofi da smacchiare nelle mail elettorali di Bersani <br />
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Ci è ricascato un’altra volta. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, oppure gli esperti di comunicazione che compongono il suo staff elettorale, ne hanno combinata un’altra. In una lettera che “Bersani2013. L’Italia giusta” ha inviato agli elettori, proprio nell’incipit della comunicazione, ci hanno infilato un bello strafalcione: «Cara elettrice, caro elettore, un’ultimo sforzo ci separa dall’obiettivo di aprire una pagina nuova per l’Italia». Ovviamente «un’ultimo» con l’apostrofo. Pochi giorni fa un’altra lettera piena di errori grammaticali. Salti logici e congiuntivi mancati dove servirebbero. Esempio: «Crediamo in una politica che mantiene la parola». Ovviamente le elettrici e gli elettori che sono evidentemente più istruiti di Bersani, hanno postato tutto su Twitter con tanto di commenti. Lucio Perotta scrive: «Si può sbagliare l’apostrofo nella mail in cui si chiede il voto? Bersani lo fa». Siam mica qui a correggere i compiti in classe...<br />
(Da Il Giornale, 20/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Dimmi come parli, deciderò se ti voto <br />
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di Maria Luisa Altieri Biagi <br />
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14 ottobre 2012: Pier Luigi Bersani parla a Béttola, suo paese natale in quel di Piacenza: “Adesso siamo qui, a Bettola, in un paese, e non aspettatevi il discorsone solenne. Starò sul tono della giornata. Ma insomma mi sono chiesto, mi sono fatto questa domanda. Ma uno che si candida, che si presenta agli italiani, che cosa deve dire prima di tutto. Deve dire quel che farà, sì, ma prima di tutto deve dire chi è.”.<br />
“Adesso “siamo” qui” mostra una scelta abituale del parlato bersaniano: l’uso del “verbo” (e del “pronome”, quando c’è) al plurale, ad accomunare chi ascolta e chi parla: “Noi “lavoriamo” per arrivare all’appuntamento elettorale”, “ ‘Noi dobbiamo’ essere il cacciavite della spesa corrente” ecc. L’aggressività aumenta contro chi tenta di “sfregiare il buon nome del partito democratico”: “ ‘Noi’ non ‘siamo’ delle marionette”, “Se ci attaccano, non s’ardazzassero, perché li ‘sbraniamo’”.<br />
Molto usata da Bersani la frase interrogativa, quella che recupera l’interlocutore, consentendogli per un attimo di pensare in proprio: “Chi ha portato l’Italia sull’orlo del burrone?... Non è ora di cominciare un po’ a correggerla, questa situazione?... C’è un solo modo, eh…”. Da notare l’ “eh?” finale: interiezione interrogativa che prolunga e stimola la riflessione concorde dell’ascoltatore.<br />
Funzione coinvolgente hanno anche le “frasi fatte”: “Chi arriva primo vince”; “se non si comincia mai, non si finisce mai”; “Quando tu governi, son tutti figli tuoi”; “dovremo vedere se c’è “un po’” di polvere, sotto il tappeto”, ecc. Il fenomeno più caratteristico del parlato di Bersani è l’uso di “un po’”: una locuzione avverbiale così frequente da diventare emblematica della prudenza di chi la usa: dare “un po’” di respiro; vendere “un po’” di patrimonio pubblico; muovere “un po’” l’economia ecc. E’ un elemento del linguaggio cauto di Bersani che si oppone al linguaggio mentalmente affilato di Monti e a quello muscolarmente teso di Berlusconi.<br />
Monti si è presentato come innovatore, dal punto di vista linguistico e comportamentale. Con la sua “salita” (e il suo “salire”) in politica ha invertito la tradizionale “discesa”, evocativa di un’arena in cui si scende per lottare e uccidere. “Salire in politica” diventa una sublimazione, quasi un “sacrificio” di sé a favore della comunicazione. Altra parola innovativa, da parte di Monti, è “agenda” invece di “programma”: il programma è l’esposizione anticipata di ciò che si vuole o si intende fare, quindi una dichiarazione di “intenti”. L’ “agenda” è uno strumento di lavoro che stabilisce, giorno per giorno, le “cose da fare”. Anche Berlusconi ha sostituito (o almeno anticipato) a “programma” la parola “contratto”, che implica la persona o le persone con cui si fa un “accordo”, prendendo reciproci impegni. Monti parla di “squadra”, non di “partito”. Se il partito è un’organizzazione politica, basata su una comune ideologia per realizzare scopi comuni e raggiungere il potere, la “squadra” è un insieme operativo di persone collaboranti a realizzare un progetto condiviso. Berlusconi preferisce parlare, in questo senso, di “popolo”. Al di là delle novità terminologiche, il primo Monti ha innovato con un atteggiamento linguisticamente riservato, ispirato a “pacatezza”, a “soluzioni pacate” piuttosto che a rapidità di decisioni e a soluzioni rapide (a suo giudizio “premature”) dei problemi. La lingua di Monti ospita spesso la “metafora” e altri strumenti espressivi capaci di sollecitare la fantasia. E’ una tendenza frequente in chi insegna, che rischia di creare fraintendimenti se introdotta in ambienti comunicativi meno disponibili all’immaginazione. Se ne sarà reso conto Monti quando, rispondendo a proposte collaborative di Bersani, gli ha consigliato di “silenziare” due suoi alleati estremisti. Si sono levate le proteste, ma – nel registro linguistico di Monti – il verbo silenziare non suggerisce interventi definitivi come il “mettere a tacere”, “tappare la bocca”; Monti invitava ad abbassare l’audio, a moderare un dialogo troppo impegnativo, che avrebbe potuto ostacolare – in seguito- altri possibili alleanze.<br />
Con il passare del tempo e l’aumentare delle polemiche e delle critiche, anche l’atteggiamento di Monti è diventato più insofferente e le sue battute più ironiche e più aggressive: “Abbiamo aumentato le tasse, ma almeno queste son servite; non sono finite in un impalpabile calderone”; “Mi dispiace che sia così pateticamente disinformato”. Concludo con un esempio recente, in cui – interrogato su una sua eventuale collaborazione con Grillo – Monti risponde “Non voglio aver niente a che fare con questo suo populismo simpatico, spiritoso, assolutamente devastante!”, dove l’uso dei due aggettivi elogiativi (“simpatico”, “spiritoso”) serve solo a rendere più esplosivo, per contrasto, il severo giudizio finale: “assolutamente devastante”.<br />
(Da La Nazione, 22/2/2013).

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