Benetton e il Mapundungun

Posted on in Politica e lingue 22 vedi

Da TarantoFuturo Europa:

Benetton: messaggi inneggianti alla fratellanza universale e l’esproprio genocida della Patagonia

di Mario Adessi (ns. corrispondente dall’Argentina)

Baiha Blanca (Argentina), 24 novembre 2003

A proposito di lingue, delle tante che si estinguono ogni giorno, vorrei parlarvi del mapundungun. Sicuramente la stragrande maggioranza dei presunti conoscitori dell’inglese non sanno cos’è, in cambio, però, gradiscono e apprezzano i messaggi pubblicitari della Benetton inneggianti alla fratellanza fra i popoli (ovviamente scritti nell’unica lingua libera da sospetti di terrorismo, l’inglese). Avranno forse letto o presunto di leggere libri avventurosi e romantici sulla Patagonia. Qualcuno di loro l’avrà anche visitata in uno stupendo viaggio turistico. Qualcuno di quegli esotici nomi li ricorderà quando mostrerà agli amici le foto, i video realizzati in quel viaggio. Lui e i suoi ascoltatori probabilmente non sanno che il mapudungun è la lingua in cui sono scritti quei mitici luoghi della Patagonia. Sebbene qualche raro nome in lingue europee (spagnolo, inglese, italiano, francese, etc.) appare nei luoghi, espropriando i veri nomi originari indigeni, la quasi totalità dei nomi delle montagne, dei fiumi, dei laghi, dei “parajes” della Patagonia risuonano in questa misteriosa lingua. E’ la lingua dell’ultimo popolo superstite della Patagonia, i Mapuches, “uomini della Terra”, popolo fiero e guerriero, che avevano resistito con orgoglio alla invasione spagnola ma che non poté resistere alla civilizzazione degli Stati nazionali cileno e argentino. Oggi il mapudungun si sta estinguendo e, assieme a questa lingua, si estingue l’orgoglio di un popolo. I mapuches superstiti vivono in maggioranza nelle città degli “huinca” (bianchi, cristiani) occupati o nel lavoro agricolo come braccianti o come sottoproletari sottocupati e disoccupati, alcuni continuano a vivere in riserva, in generale terreni di bassa qualità, o terreni del demanio pubblico, in conflitto o non ancora accatastati, allevano pecore o capre, coltivano orti, o si dedicano a residuali attività turistiche. Le donne continuano ad esercitare l’arte del tessuto artigianale. I più anziani in generale sono bilingui, parlano mapudungun spagnolo, però i giovani nella stragrande maggioranza non parlano più la lingua ancestrale. Ma gli appassionati della Patagonia, che ignorano cos’è il mapudungun, si fanno belli con una maglietta Benetton, ritenendo che dia un look no-global e non sanno che, grazie alle bellissime magliette Benetton, si sta espropriando la terra di un popolo, si sta facilitando l’estinzione di una lingua e di un popolo, Signore della Patagonia. Forse la colpa non è tutta di questi sprovveduti fans della Patagonia. La stampa italiana non ha tempo, presa com’è nel narrarci l’eroica lotta statunitense contro il terrorismo, per raccontarci la notizia di una umile famiglia mapuche che, rivendicando il diritto del popolo mapuche alla propria terra, aveva osato usurpare un territorio dell’estancia Benetton. Estancia, per modo di dire, visto che è una parte rilevante dell’intera Provincia del Chubut. Bene, vi racconto quello che la stampa italiana non vi ha raccontato. Ottobre 2002 un amministratore della Estancia Benetton aveva chiesto alla magistratura lo sfratto di una famiglia mapuche, i Curiñanco (nome patronimico che, in mapudungun, vuol dire aquilotto nero), installatasi in una zona dell’estancia che consideravano proprietà dei propri antenati. La solerte magistratura, solo dopo 12 giorni dalla denuncia, aveva ordinato lo sfratto con tanto di polizia pronta a distruggere l’umile baracca in nome della fratellanza universale di Benetton. L’Organizzazione mapuche “Teuhuelche” (in mapudungun, gente del sud) con a capo Mauro Millán e Arcelia Montero Epulef (in mapundugun correre in due) ha preso le difese di questa famiglia mapuche e l’11 e il 12 ottobre 2002 ha messo su un’azione di ripudio: un’“escrache” realizzato da una ottantina di mapuches di fronte alla estancia dei Benetton. Solo dopo 12 giorni la sedicente giustizia della Provincia del Chubut ordinò l’uso della forza di polizia per realizzare lo sfratto della famiglia Curiñanco. La risposta mapuche è stata quella di realizzare un “gnellipün”, cerimonia ancestrale della spiritualità mapuche.

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.