Belluno. La Lega insegna dialetto agli immigrati: «Per loro è importante»

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L’assessore De Gan lo affiancherà ai corsi di italiano:
«Vogliamo far conoscere anche il territorio e la lingua locali»

BELLUNO (1 aprile) – La Lega insegna il dialetto e la storia locale agli immigrati regolari. Lo annuncia l’assessore provinciale del partito di Bossi Stefano De Gan. Il progetto prevede che il 35% dei fondi per l’integrazione sociale e lavorativa degli immigrati regolari presenti in provincia sia impegnato per una sessione sulla storia locale e il dialetto. «Accanto alla lingua italiana abbiamo voluto affiancare, in via prioritaria, un’importante sessione sulla storia e la lingua bellunese» ha detto Stefano De Gan.

Oltre 11 mila euro nel 2010 saranno spesi per la prima volta per insegnare agli stranieri la cultura del luogo. I soldi fanno parte di un finanziamento regionale di 32.400 euro per attività formative che diminuiscano l’emarginazione degli stranieri. «Il calendario – ha precisato De Gan – prevede dei veri e propri corsi per far conoscere il territorio, per insegnare l’educazione civica, la cultura e la lingua italiana». A completamento del percorso annuale anche la Provincia di Belluno ha dato un suo contributo, di 9mila euro, che verrà destinato soprattutto a percorsi di addestramento sulla sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro. La formazione sarà, infatti, sia in aula, sia nel posto di lavoro per facilitare la comprensione delle problematiche di tipo pratico.

Il progetto, che segue iniziative simili di altre province venete, verrà attuato con l’aiuto dei comuni per coinvolgere gli stranieri regolari, che nel territorio bellunese, secondo l’ultimo rapporto Caritas migrantes sono 12.728 (dati 2008).

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=96578




2 Commenti

Redazione Forum
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L’integrazione passa attraverso il dialetto? Lo sostiene la Lega a a Belluno, dove la storia, la cultura e la lingua locale entrano nei programmi di formazione propedeutica all’integrazione sociale e lavorativa degli immigrati regolari. In seguito all’accordo di programma con la Regione Veneto approvato dalla giunta provinciale, accanto ai corsi di lingua, cultura e storia italiana e di igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro, verranno attivati corsi specifici per la conoscenza del territorio e del dialetto bellunese. «Il progetto, che non è discriminante, nasce da istanze raccolte sul territorio, dagli imprenditori e dai lavoratori stessi» - sostiene l’assessore provinciale alle politiche del lavoro e alla formazione Stefano De Gan (Lega Nord). Il progetto interesserà particolari settori, come quello dell’edilizia e dell’assistenza sanitaria pubblica e privata, “che vedono la coesistenza sui posti di lavoro di italiani e stranieri e grosse difficoltà legate alla lingua”. A costituire una barriera linguistica sarebbero soprattutto nomi di attrezzi e strumenti di lavoro, ma anche richieste e indicazioni in dialetto che gli immigrati non sono in grado di comprendere.<br />
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I corsi, rivolti a persone già inserite nel mondo del lavoro, verranno organizzati e tenuti dagli enti di formazione di Assindustria e dell’Unione artigiani nell’ambito di un progetto dal costo complessivo 40mila Euro, 32mila da fondi regionali e 9mila dalla Provincia. Soldi che potevano essere impiegati diversamente, secondo alcuni immigrati che vivono nel bellunese, i quali hanno opinioni diverse e a volte contrastanti, legate all’esperienza personale, all’età, alla professione. «Gli immigrati si spostano a seconda dell’andamento dell’economia. Oggi lavorano qui, ma non è detto che domani rimangano a Belluno» - commenta Sherif Eissa, di origini egiziane, che oggi è cittadino italiano. Sottolineando l’importanza di coinvolgere le associazioni di immigrati presenti sul territorio negli interventi volti a favorire l’integrazione, esprime anche la sua opinione di cittadino italiano: «le risorse vanno impiegate nel modo giusto, con iniziative efficaci, che aiutino concretamente l’integrazione».<br />
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Prima l’italiano «Prima di tutto, dobbiamo conoscere l’italiano, imparare a leggerlo e a scriverlo». Non ha dubbi Ibtisam, 22 anni, operaia marocchina addetta al controllo qualità degli occhiali. È consapevole dell’importanza della lingua per poter vivere e integrarsi all’interno della società non solo bellunese e veneta, ma italiana. Come altri stranieri, nel dialetto vede invece un’ulteriore difficoltà. L’opportunità di avere uno strumento in più è invece accolta con entusiasmo da Maria, badante ucraina, che vive a Belluno da quattro anni. Considera il dialetto una risorsa per il suo lavoro a stretto contatto con gli anziani, ma anche una possibilità per «imparare una nuova lingua», oltre all’ucraino, il russo, l’inglese e l’italiano, che parla correttamente. A mettere in dubbio l’utilità dello studio del dialetto è Amin, 24 anni, di origine marocchina. Vive in Italia da 15 anni e mastica un po’ di dialetto, «imparato al lavoro». «Penso che per uno straniero sia già difficile imparare la lingua italiana» - commenta, proponendo di impiegare i fondi per iniziative e spazi in cui i giovani italiani e stranieri possano incontrarsi. Non rifiuta l’idea di studiare il dialetto Abderraim El Barqi, presidente dell’Associazione Amicizia italo-marocchina, dicendosi disponibile e aperto a tutte le iniziative a favore dell’integrazione. «Non ho niente in contrario» - aggiunge, auspicando che i figli di immigrati di cultura araba possano avere degli spazi in cui imparare l’arabo e trovare sostegno nello studio della lingua italiana, e chiedendosi se vengono organizzati corsi dello stesso tipo per gli italiani che non parlano il dialetto.<br />
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Redazione Forum
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<em>Belluno, reazioni al progetto della Provincia. Vascellari (Confindustria): «Uno scherzo». Curto (Artigiani): «Dò un dizionario di feltrino arcaico»</em><br />
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BELLUNO — «Così si fa solo confusione ». Parola di Verdija Elmazi, presidente dell’associazione «Antea reka radika » di Cesiomaggiore, che unisce gli immigrati macedoni nel Bellunese. È il commento al progetto di Palazzo Piloni per favorire l’integrazione: accanto ai corsi di lingua, storia e cultura italiana e di igiene e sicurezza sul posto di lavoro, l’attuale amministrazione ha aggiunto quelli di storia, cultura e dialetto bellunese. «Per ragioni pratiche - ha spiegato l’assessore alle Politiche del lavoro Stefano De Gan - si pensi alla badante rumena o all’operaio edile: hanno a che fare con persone che parlano per lo più in dialetto». Appunto. «E - spiega Elmazi - quei lavoratori capiscono bene il bellunese, mentre hanno poca confidenza con l’italiano. Se vieni da "fuori" o impari l’uno o l’altro e dei due è meglio l’italiano. E poi, o uno conosce già la lingua nazionale o farà un’enorme confusione». Scettica anche Edlira Ciftja, albanese laureata in Italia, presidente dell’associazione «Alba azioni di gioia». «Se proprio sono costretta - spiega la Ciftija - ci vado, altrimenti no. Il dialetto si impara sul campo,melo hanno insegnato i bellunesi, ma con loro basta l’italiano».<br />
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Per la Ciftija il dialetto non è la soluzione: «Ma non erano meglio dei corsi d’inglese?». Gli immigrati non ne fanno una questione «politica». «Legittime, le scelte della Provincia - spiega Abderrahin El Barqui, presidente dell’associazione "Amicizia italo-marocchina" di Feltre - però il dialetto non ci serve un granché. Al di là degli anziani e dei lavoratori di comparti limitati, gli altri parlano tutti in italiano». Intanto infuria la polemica politica. Ieri il consigliere regionale ed ex presidente della Provincia Sergio Reolon (Pd) ha definito l’iniziativa «una bestialità leghista». Un coro di repliche indignate dal Carroccio. «Non conosce il mondodel lavoro - ha affermato il presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin - Nei cantieri, non sono rari i casi di infortuni di immigrati che non comprendono consigli in dialetto». Protestano anche altri leghisti come Gianvittore Vaccari (sindaco di Feltre), Roberto Ciambetti (capogruppo in Regione) e Franco Manzato, assessore regioonale all’Identità («Secondo una ricerca di Fondazione Ispirazione di Treviso per l’85% degli immigrati la lingua veneta è utile all’integrazione lavorativa »). E non si è capito chi debba organizzare i corsi e come saranno selezionati i docenti. «Della didattica - aveva spiegato De Gan - si occuperanno le associazioni degli industriali e degli artigiani ». Solo che questi non lo sanno. «Corsi di che? - si chiede il presidente di Confindustria Belluno, Valentino Vascellari - di dialetto? Ma veramente? Forse è uno scherzo». Ironico anche il presidente della locale Unione artigiani, Luigi Curto: «Questa è nuova. Però potrei contribuire con un mio dizionario di feltrino arcaico: interessante, davvero». <br />
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