Barricarsi dietro una sola lingua? Idea nazista (di Tullio De Mauro)

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Riportiamo da L’Unità l’intervento del linguista Tullio De Mauro

Probabilmente è soprattutto colpa della corporazione cui appartengo, quella dei linguisti, se alle ripetute provocazioni di leghisti in materia di dialetti e di scolarità e lingue di immigrati le risposte sono state ispirate più a giusto sdegno e ad amor di patria che a considerazione dei fatti. Tre fatti soprattutto meriterebbero di essere tenuti in conto se si guarda all’Italia linguistica di oggi, al volto che essa ha assunto dopo sessant’anni di vita repubblicana e democratica. Rispetto a essi le uscite leghiste, i loro «arrivano i nostri» filodialettali, rassomigliano a uno sciocco remake dell’arrivo della cavalleria nei vecchi film di Tom Mix, una cavalleria che arriva in ritardo quando le cose sono profondamente mutate.

Il primo fatto potrebbe dirsi storico, se questo aggettivo non fosse ormai inflazionato. Conosciamo abbastanza bene le vicende delle popolazioni italiane lungo tre millenni. E si può dire con certezza che mai nella loro lunga storia esse avevano conosciuto un così alto grado di convergenza effettiva e generalizzata verso un’unica lingua come è avvenuto in questi nostri anni. Dopo secoli in cui, Firenze e Toscana a parte, l’uso dell’italiano era restato appannaggio dei soli radi ed esili ceti istruiti quando scrivevano, dopo i decenni posteriori all’Unità politica, in cui l’uso effettivo dell’italiano aveva mosso alcuni passi, restando però sempre nettamente minoritario rispetto all’uso dei molti dialetti, nell’Italia della Repubblica e delle istituzioni democratiche masse crescenti si sono volte all’uso dell’italiano. Oggi ne è capace, come l’Istat permette di affermare con attendibilità statistica, il 95% della popolazione. Una convergenza del genere non si era mai vista nella nostra storia. Connesso a questo, un secondo fatto. Non in tutte, ma in molte famiglie italiane (comprese quelle di leghisti) l’italiano è diventato lingua d’uso abituale: si stima (sempre grazie all’Istat) nel 40% dei casi. Non bisogna più nascere in Toscana o in famiglie «di signori», come era ancora cinquanta o sessant’anni fa, per possedere l’italiano come un bene propriamente nativo, che si trova in famiglia e non più soltanto o soprattutto a scuola. Certamente questo è destinato a pesare e già pesa nella nuova familiarità e tranquillità con cui molti usano la nostra lingua.

Con ciò siamo al terzo fatto. Solo i più colti ricordano i nomi di Graziadio Isaia Ascoli e Giacomo Devoto. I due grandi linguisti, il primo nel 1874, il secondo quasi un secolo dopo sostennero che l’italiano andava appreso e usato generalmente, cosa che a lor tempo non avveniva, senza che però si dovessero mettere al bando i dialetti e le parlate minoritarie (di cui Ascoli fu tra i primi indagatori), ma anzi conservandone l’uso come punto di partenza dell’apprendimento scolastico della lingua (diceva Ascoli) e (aggiungeva Devoto) come riserva naturale di energie espressive per un parlare e scrivere meno inamidato e paludato dell’usuale. Usuale allora, ma ancora anni dopo Italo Calvino diagnosticava il «terrore semantico», il terrore delle efficaci e semplici parole dirette che troviamo nel parlato e nei dialetti, come difetto costitutivo dello scrivere di troppi intellettuali italiani. Ascoli e Devoto pochi li hanno letti, qualcuno in più ha letto i saggi di Calvino, ma a buon senso, affidandosi istintivamente al fai da te nazionale, se il 95% della popolazione sa esprimersi in italiano, il 60% conserva, accanto all’uso della lingua comune, la possibilità e abitudine di usare uno dei dialetti, nella vita privata, tra amici e conoscenti.

Ma i dialetti italiani non sono solo questo. Tutti sono la testimonianza viva di un patrimonio di cultura e di tradizioni e, spesso, sono diventati espressione d’arte. E la cultura italiana migliore, Croce come Gramsci, non ha esitato a considerare e additare come cosa propria, parte di un composito patrimonio unitario, i grandi testimoni delle letterature dialettali, il romanesco Belli come il milanese Porta, e, nel Novecento, Tessa e Noventa, Buttitta e il Pasolini friulano, Pierro e De Filippo, il ligure Firpo e il marchigiano Scataglini. E si potrebbe e dovrebbe continuare. Del resto, anche su più ampia scala di massa, la fortuna delle canzoni dialettali, tradizionali e recenti o recentissime, le napoletane, milanesi, siciliane, è una fortuna significativamente nazionale. Nessuna grossolanità leghista impedirà di sentire nostre, dalle Alpi e Trieste a Lampedusa, O mia bela Madunina e O suldato innammurato. Paolo Conte ha spiegato bene, una volta, che ritmo e struttura sillabica delle nostre parlate dialettali rispondono meglio dell’italiano alle esigenze non solo della melodia, ma dei ritmi rock. Molti, non solo genialmente Renzo Arbore, hanno sfruttato questa indicazione. E, canzoni a parte, il toscano Benigni, il napoletano Troisi, il romano Sordi, il milanese Iannacci, a tacere di Fo che ha varcato i confini nazionali, circolano liberamente, senza passaporto regionale, nella nostra comune cultura. Nessun passaporto ha chiesto e chiede nemmeno la nostra prosa letteraria per intarsiarsi di dialettalità lombarda o napoletana o romana o siciliana come hanno fatto Gadda e Pasolini, fanno Mazzucco e Pariani e Starnone. Tutto questo sta dentro il nostro dna comune sia più affinato sia più popolare.

Così l’Italia ci si consegna oggi come un paese capace finalmente di possedere e usare la comune lingua nazionale, ma anche capace d’essere un paese fruttuosamente e marcatamente plurilingue. Oggi sappiamo che il plurilinguismo non è un’eccezione. L’idea che in un’area, entro i confini di un territorio, o nel cervello di un singolo, ci sia e debba esserci un’unica lingua è ampiamente falsificata dagli studi. A partire dagli anni cinquanta una valorosa e tenace sociolinguista americana, Barbara Grimes, ha avviato e aggiornato il non facile censimento delle lingue vive nel mondo. Oggi ne contiamo settemila, mediamente circa 35 per ogni stato della terra. Lasciando per ora da parte le parlate importate dagli immigrati, che richiedono un’attenzione specifica, con le sue trentasei parlate native (italiano, grandi raggruppamenti di dialetti, lingue di minoranza d’antico insediamento) l’Italia è dunque nella media. Se fa eccezione è per la circolazione nazionale dei patrimoni linguistici locali entro la comune italianità linguistica.

In questo consapevole costituirsi in grande comunità plurilingue ha avuto una parte di rilievo la nostra scuola di base. Ho accennato prima ad Ascoli e Devoto. Ho omesso di dire che le indicazioni ascoliane furono raccolte e tradotte in chiave educativa da un grande filologo, Ernesto Monaci, e un non meno grande pedagogista, Giuseppe Lombardo Radice. A partire dagli anni sessanta e settanta del Novecento i loro suggerimenti e le loro esperienze educative sono stati raccolti prima da singoli gruppi di insegnanti, come quelli del Movimento di Cooperazione Educativa, poi, filtrati e coordinati, sono diventati indicazioni di programma e di curricolo nella scuola di base. Il rispetto delle differenze linguistiche e dialettali è diventato pratica ovvia e corrente nella scuola elementare ed è stato certamente non ultimo dei fattori che l’hanno portata a diventare una delle migliori, più efficienti e qualificate del mondo. Questa consapevole vocazione plurilingue della nostra scuola di base è stata di recente additata a modello esemplare nel recente DERLE-Document européen de référence pour les langues de l’éducation, elaborato da studiosi di vari paesi (non italiani!) entro il Consiglio d’Europa e ora in traduzione in italiano a cura di una associazione di insegnanti e studiosi.

La mediocrità opinante a ruota libera di tropp a parte degli interventi giornalistici in materia di educazione e scuola annebbia tra troppi colti e tra i politici la percezione di tutto ciò. E forse neanche educatori e linguisti hanno fatto tutto il possibile per rendere noto che la pluralità idiomatica non è un accidente stravagante, ma un fatto fisiologico per la specie e le comunità umane e che una cattiva scuola o provvedimenti stolidi possono tentare di soffocare questo fatto, ma non riescono a spegnerlo senza tentare di spegnere l’umanità stessa. Nel mondo antico di cui restiamo sempre debitori furono primi gli Epicurei e poi i primi cristiani, quelli del miracolo della Pentecoste, a capire e insegnare ciò che gli studi moderni confermano: che il seme della differenza linguistica e culturale è in ciascuno di noi, nelle nostre coscienze e nel nostro cervello. Soltanto un nazista pazzoide, come fu Hitler, o un decerebrato che si rivolga a decerebrati può rovinosamente fantasticare di altre strade.

Il seme della differenza linguistica trova terreno adatto in ogni essere umano e possiamo, anzi dobbiamo rendercene conto, piaccia o no, per molti motivi. Uno è che sul possesso della nostra lingua materna, povero dialetto o lingua illustre che sia, una volta acquisitolo possiamo innestare l’apprendimento di altre lingue anche molto diverse. E, anzi, l’esperienza dei bambini bilingui dice che fin dall’inizio del cammino che porta al linguaggio è possibile imparare a un sol tempo due lingue diverse. Un grande pensatore tedesco del primo Ottocento, politico e insieme grande filologo e linguista, Wilhelm von Humboldt, diceva che possedere una lingua significa possedere la chiave per ogni altra. Se avessimo buona memoria storica e perfino autobiografica o un po’ di spirito d’osservazione, non avremmo bisogno dell’autorità di Humboldt per affermarlo: milioni di noi italiani, emigrati spesso conoscendo solo un dialetto, si sono integrati nell’uso di lingue diverse.

Fino al 1975 il saldo migratorio italiano era passivo o, detto più alla buona, emigravamo assai più di quanto non accogliessimo immigrati di nuovo arrivo. Questa è cosa che a quanto pare non si ama ricordare. Ma la cosa è avvenuta e ha creato tra noi diffuse testimonianze della capacità di conquistare nuove lingue, anche nelle circostanze assai difficili in cui si trovano in genere i migranti. Ciò che è avvenuto per noi italiani, avviene in tanta parte del mondo per i milioni di migranti, ispanici in USA, cinesi, indiani e africani di varia lingua un po’ dappertutto. Anche paesi a lungo isolati dai flussi migratori, come il Giappone, si sono ormai aperti alle ondate di migranti coreani, cinesi e del sud-est asiatico. Sono flussi demografici che creano nuovi spazi per il plurilinguismo e nuove necessità per sperimentare la capacità umana di apprendere altre lingue oltre la materna. E lo stesso avviene sotto i nostri occhi nelle scuole, nelle imprese, nelle case dove milioni di immigrati conservando ovviamente la loro lingua materna, cui spesso si aggiungono un buon inglese o francese, vengono imparando i nostri dialetti e la nostra lingua, come da molti anni analizzano con cura studiosi delle università di Pavia, Bergamo, Siena, Roma.

Non voglio qui riprendere polemiche contro la squallida mozione Cota sulle classi ghetto. Al contrario, voglio invitare a una saggia pazienza: Cota può far del male a breve termine, ma i Cota passano e la vocazione plurilingue dell’uomo resta. Ma altre possibilità abbiamo per valutare oggettivamente la vocazione umana alla diversità linguistica. La più accessibile è considerarne gli effetti in tutte le parlate del mondo o almeno su quelle molte che, tra le settemila oggi un uso, abbiamo studiato e possiamo documentare più analiticamente. Una lingua non è un sistema statico, chiuso e fermo. È un insieme dinamico sempre ampliabile e integrabile in risposta alle necessità dell’uso. A molte integrazioni chi parla una lingua provvede con mezzi interni alla lingua stessa. Ma una continua fonte di novità e integrazioni è per i parlanti di ogni lingua ricorrere ad altre lingue, importandone strutture anche sintattiche e grammaticali, ma soprattutto parole nuove. Tre secoli prima che la linguistica cominciasse a studiare e documentare i flussi di prestiti da una lingua all’altra, con il genio dell’osservatore e dello storico Niccolò Machiavelli scriveva: «Non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza aver accattato da altri».

Il prestito linguistico non solo non è fatto marginale, ma in certi casi modifica profondamente nel tempo la fisionomia di una lingua. Un caso noto è quello del persiano moderno, una lingua indoeuropea in cui, sotto la spinta religiosa dell’Islam, il vocabolario si è arabizzato. Al contrario il malti, una lingua semitica prossima all’arabo, si è indoeuropeizzato nel vocabolario e, più in particolare, si è arricchito di prestiti dal siciliano e dall’italiano comune. Il prestito da altre lingue ha raggiunto proporzioni eccezionali nell’inglese sia britannico sia americano. L’inglese, si sa, è una lingua di origine germanica, affine a tedesco, olandese e alle lingue nordiche. Dal tardo medioevo è stato arricchito da prestiti di matrice latina, tratti o dal francese o direttamente dal latino e il suo volto è cambiato. Studiando un campione di parole dell’Oxford English Dictionary risulta che soltanto il 10% delle parole registrate dal dizionario appartiene all’originario fondo germanico. Il 25% è rappresentato da neoformazioni createsi nella storia della lingua. Ben il 65% del vocabolario inglese attuale è tratto dal latino, dal francese e, in misura più modesta, da italiano e spagnolo. Gli ispanismi, ma anche gli italianismi, sono meglio rappresentati nell’inglese d’America. La presenza latina e neolatina è così forte che uno studioso inglese, James Dee, si è spinto a dire che l’inglese è la lingua che meglio conserva l’eredità del latino classico, medievale e moderno.

Rispetto all’inglese l’italiano è un po’ più fedele alle sue origini, cioè alle origini latine. Una grande fonte dizionaristica italiana, paragonabile per estensione all’Oxford English Dictionary, permette di affermare che nell’italiano oggi in uso le parole di diretta eredità latina sono quasi 41mila, poco meno di un sesto del totale e quindi assai più del decimo di parole germaniche in inglese. Il latino è presente in italiano in modi diversi. Come nelle altre lingue europee, è stato e resta il filtro di grecismi: democrazia, economia, matematica ecc. Ci sono poco più di 10mila parole che un grande storico della lingua, Bruno Migliorini, definiva patrimoniali: sono parole presenti dall’origine nelle parlate toscane, quindi poi in italiano, e, con le dovute varianti, nei dialetti: abbondare, avere, dovere, faccia, rabbia ecc. La gran maggioranza delle parole d’origine latina è stata presa dalla tradizione scritta e colta antica e medievale e introdotta di peso nell’italiano ormai formato e, in parte, anche nei dialetti: abate e abbazia, abietto e abiezione, abile e abilità, acacia (la forma patrimoniale c’è ed è gaggia), popolo (la forma patrimoniale fu, in antico, povolo) ecc. In terzo luogo, non solo tra giuristi e medici continuano a circolare un migliaio di locuzioni latine antiche o medievali: ab antico, ad hoc, a latere, ab origine, grosso modo, sine die. Infine ci sono i «cavalli di ritorno»: latinismi dell’inglese che tornano per questa via tra noi come abstract, education o sentimentale. Il latino è una cava a cielo aperto sempre attiva per chi ha parlato e parla o scrive l’italiano. Manella nostra storia abbiamo attinto anche ai giacimenti di altre lingue per costruire l’identità dell’italiano e dei dialetti. Dall’area francese e provenzale vengono moltissime parole, quasi diecimila, come abbandonare,abbordare, accetta, blu, coraggio e gioia e i francesismi non adattati riconoscibili facilmente come tali; abat-jouro élite o stage. E da enveloppe a buatta o custureri o vucciria i dialetti testimoniano di una penetrazione fran cese antica e popolare. Fonti importanti sono state nel medioevo le lingue dei dominatori germanici, goti, franchi e longobardi. Le parlate italiane (a volte attraverso il francese) devono a esse parole fondamentali come albergo,anca, attecchire, balcone, banca, banda, bianco, biondo, bosco, brodo, ciuffo, federa, fiasco, fodero, gaio, gruppo, guancia, guidare, marcare, marrone, milza, nastro, recare, rubare, scarpa, schietto, vanga. È una piccola scelta di parole per dire quanto più povere sarebbero le parlate italiane senza l’apporto francese e germanico.

Ma non è possibile tacere degli apporti che l’italiano e i dialetti hanno tratto nei secoli da un’altra lingua, l’arabo. Alcune parole come ayatollah, kebab (giuntoci come caffè attraverso il turco), kefiyyah hanno avuto una reviviscenza recente. Altre non hanno bisogno di reviviscenza tanto sono radicate profondamente sul suolo italiano. Anzitutto nei nostri dialetti, specie nelle parlate siciliane, attraverso cui sono poi spesso passate nell’italiano comune, come cosca, dammuso, sciarra e sciarriari, zagara, ma si pensi anche al genovese camallo o all’orginariamente veneziano arsenale. Molte si sono insediate nell’italiano dai primi secoli della nostra storia linguistica come effetto del superiore prestigio culturale che avevano gli islamici dall’Arabia all’Africa Settentrionale alla Spagna. Ecco una piccolissima scelta di queste parole: alambicco,albicocca, alchimia, alcol, alcova,alfiere, algebra, algoritmo, almanacco, ammiraglio, arsenale, auge, assassino, azimut, azzardo, azzurro. Nutrizione e astronomia, chimica e costume, tecnologia e matematiche: tutti campi in cui noi, ma anche altri europei, abbiamo imparato cose e parole dalla grande cultura araba. Dell’amalgama (arabismo!) di tante contaminazioni è fatta l’identità delle nostre parlate e dell’italiano.

01 settembre 2009

http://www.ilgiornaledelfriuli.net/2009/09/07/barricarsi-dietro-una-sola-lingua-idea-nazista-di-tullio-de-mauro/

Questo messaggio è stato modificato da: annarita, 08 Set 2009 – 22:20 [addsig]




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