BALCANI: Il vocabolario della divisione. Il conflitto delle lingue nell’ex Jugoslavia

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BALCANI: Il vocabolario della divisione. Il conflitto delle lingue nell’ex Jugoslavia
di Vittorio Filippi

Che lingue si parlano fuori Trieste, negli inquieti Balcani post-jugoslavi? Esattamente fino a venti anni fa la risposta sarebbe stata semplice ed univoca: la lingua veicolare e predominante dell’area era, di fatto, il serbocroato (si, scritto proprio così, una sola parola), usato da venti milioni di persone.
Come si sa, vennero i nazionalismi ed il mosaico della Jugoslavia federale si frantumò in tanti staterelli ansiosissimi di dimostrare le proprie irriducibili specificità etniche e culturali, talora inventandole di sana pianta. Così, seguendo le nuove frontiere delle aggressive identità nazionali, le lingue sono divenute delle vere e proprie armi, dato che – come titola un recente Quaderno Speciale della rivista Limes – “lingua è potere”. Con due conseguenze.
La prima è che il serbocroato, che unificava le comunicazioni in Croazia, Serbia, Bosnia, Montenegro – oltre ad essere ben compreso in Macedonia e Slovenia – non esiste più. Anzi, per i nazionalisti sarebbe stato meglio se non fosse mai esistito, un po’ come Tito. Più ci si differenzia meglio è: così si scopre che le lingue, come per magia, si sono rapidamente moltiplicate nel serbo, nel croato, nel montenegrino, nel bosniaco.
Sono stati i croati, all’epoca di Tudjman, ad essere i più fantasiosi nel creare, nell’ebbrezza nazionalistica, una sorta di neo-lingua talvolta grottesca (come la parola aereo, avion, trasformata in zrakoplov, letteralmente “che naviga nell’aria”). Dimenticando che già nel 1850 intellettuali serbi e croati si erano riuniti a Vienna per firmare un accordo che definiva la lingua letteraria bene comune dei due popoli in grado di contrastare il predominio culturale ungherese ed austriaco. Così il vescovo Josip Strossmayer, quando creerà a Zagabria l’Accademia delle arti e delle scienze nel 1867, la chiamerà – in una logica unitarista – Accademia jugoslava, non croata. Nel 1954 un secondo accordo a Novi Sad ribadì che la lingua dei serbi, dei croati e dei montenegrini era una sola, con due alfabeti e due varianti di pronuncia. Ed un grande scrittore croato (amico di Tito), Miroslav Krleza, sintetizzò crudamente che “serbi e croati non sono che la stessa merda di vacca spaccata in due dal passaggio del carro della storia”.
Non importa. Anzi, le cose continuano a complicarsi. Nella Serbia meridionale cresce la richiesta di usare l’albanese. In Macedonia gli albanofoni hanno ottenuto il diritto di poter studiare il macedone solo dalla quarta classe, mentre i macedoni sostengono che la loro è la seconda lingua in Albania. A loro volta i greci del sud dell’Albania si sentono discriminati, mentre i serbi che vivono nel Kosovo ormai autonomo lamentano la stessa marginalità linguistica e culturale. Ed in Albania si vogliono eliminare tutti i toponimi slavi per tornare a nomi dalle pure radici albanesi.
L’uso geopolitico della lingua prosegue con animosità, alla ricerca gelosa e parossistica di infinite micro-identità etnonazionali e territoriali. Ed è inutile dire che, in questo contesto, l’Accademia jugoslava, negli anni Novanta, è subito divenuta Accademia croata, tradendo lo spirito illiristico con cui nacque. Eppure in questi mesi la linguista croata Snjezana Kordic ha creato non poche polemiche a Zagabria ribadendo – ed attirandosi così molte ire – che ciò che parlano serbi, croati, bosniaci e montenegrini non sono che varianti della stessa lingua. Punto e a capo.
Evidentemente, vent’anni dopo lo scoppio della Jugoslavia, i Balcani sono ancora in guerra: parole, accenti, modi di dire, vocabolari, toponimi e grammatiche sono oggi le armi violente pur se incruente di un conflitto puntiglioso che continua a dividere, instancabilmente. Come nelle pagine web degli hotel dove, accanto all’inglese passepartout, si ammucchiano le bandierine – croata, serba, bosniaca – delle lingue (che si vogliono a tutti i costi diverse) da scegliere per entrare nel sito. Provare per credere.

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