Badanti e dialetto

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Il piano regionale dell’immigrazione

Badanti a lezione di dialetto

L’assessore: gli anziani spesso non parlano l’italiano

La prima è stata Elena Donazzan, assessore alla formazione, che ha introdotto l’esame di italiano per gli infermieri stranieri. La seconda puntata di questa «integrazione linguistica» voluta dalla Regione la firma invece Daniele Stival, assessore all’identità veneta e ai flussi migratori, che ha apportato due modifiche non di poco conto al «Piano regionale triennale degli interventi nel settore dell’immigrazione», approvato ieri dalla giunta Zaia. Il primo cambiamento concerne appunto l’idioma, o quasi, perchè prevede l’attivazione di corsi gratuiti e facoltativi di dialetto veneto a favore di badanti e lavoratori stranieri impiegati nei cantieri edili. «Le badanti si occupano dei nostri anziani, che nella maggior parte dei
casi parlano il dialetto, non l’italiano — spiega Stival—perciò è necessario che le due parti si capiscano. Da qui l’idea delle lezioni di veneto, che mi piacerebbe organizzare magari con l’aiuto dell’Università di Venezia e delle Conferenze dei sindaci, necessarie a garantire un maggiore radicamento sul territorio».
Sulla difficoltà per un immigrato, che magari non sa nemmeno l’italiano, di cimentarsi direttamente col dialetto, Stival glissa: «Spesso gli stranieri imparano più facilmente il veneto». E infatti l’assessore intende allargare l’iniziativa agli operai dei cantieri edili. «Per la loro sicurezza personale e per quella dell’impresa è fondamentale che si intendano bene con gli italiani e capiscano le direttive loro impartite —precisa Stival— e il linguaggio di cantiere non segue certo le regole
del bon ton. Magari per questi lavoratori la Regione potrebbe gestire i
corsi con la compartecipazione alla spesa delle associazioni imprenditoriali. L’obiettivo è la massima integrazione». La seconda novità introdotta nel piano riguarda una serie di agevolazioni a sostegno degli extracomunitari desiderosi di rientrare in patria. «Per loro di solito il ritorno nella terra d’origine è una sconfitta, un fallimento—spiega l’esponente del Carroccio —ma se qui uno straniero, anche a causa della crisi, non trova più un impiego, è giusto che valuti tale opzione. Noi possiamo aiutarlo formandolo professionalmente, consegnandogli un attestato che ne garantisca la preparazione e prendendo contatti con il suo Paese per assicurargli un inserimento lavorativo. La Ue negli ultimi due anni ha finanziato diversi progetti di rientro in patria di immigrati presentati dal Veneto, iniziativa che vorrei ampliare». Il documento, approvato ieri, ora deve passare in terza commissione e poi al vaglio del Consiglio regionale. Stival conta che possa diventare operativo dalla prossima primavera. Il testo contiene anche progetti di inserimento scolastico, insegnamento della lingua italiana e promozione di interventi educativi per i minori;
l’informazione sulle leggi nazionali e regionali, sulle regole di
soggiorno e in materia di lavoro; l’aggiornamento degli insegnanti e
degli operatori scolastici; l’inserimento delle donne immigrate.
M.N.M.
(Da Corriere del Veneto, 11/9/2010).
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EDUCARE GLI IMMIGRATI A PARLARE ITALIANO

All’inizio del secolo scorso, Henry Ford nelle sue fabbriche di automobili organizzava a sue spese corsi gratuiti e obbligatori di inglese per i suoi lavoratori immigrati. Senza chiedere interventi e soldi dello Stato, Ford aveva capito che la conoscenza dell’inglese era uno strumento indispensabile per fare dei suoi lavoratori operai capaci e cittadini consapevoli. La prima frase che polacchi, ungheresi, tedeschi e italiani imparavano a dire era: «I am an American». Una formidabile molla di integrazione. Perché l’industria italiana non fa lo stesso con i nostri immigrati? Anche questo è un modo per contribuire alla prosperità del nostro Paese, per valorizzare l’italianità, per promuovere la nostra lingua e per sviluppare un prezioso sentimento di appartenenza che va nell’interesse di tutti. Ford aveva nel secolo scorso un’attenzione e una responsabilità nei confronti della società in cui operava che forse oggi si è perduta. Diego Marani diego.marani@gmail.com

Caro Marani, L a sua proposta è doppiamente qualificata perché lei è contemporaneamente un «operatore delle lingue» e uno scrittore. Come operatore lavora a Bruxelles, presso il Consiglio dei ministri, nella veste di traduttore e revisore linguistico. Come scrittore ha pubblicato alcuni romanzi, bene accolti dalla critica e dai lettori, fra cui uno, «Nuova grammatica finlandese», che è particolarmente piaciuto. Questa combinazione di esperienze professionali e vocazione letteraria le ha suggerito la creazione di una lingua nuova, l’europanto, versione ironica e brillantemente goliardica dell’esperanto: un «pot pourri» linguistico composto con parole provenienti da tutte le maggiori lingue europee. Per dimostrarne l’utilità lei ha scritto in questa neolingua alcuni racconti pubblicati in un libro intitolato «Las adventures des Inspector Cabillot», versione europantesca delle avventure dell’ispettore Clouzot. Quando lei parla di lingue e del loro apprendimento, quindi, vale la pena di ascoltare attentamente. Ma la sua proposta, purtroppo, si adatta soprattutto a Paesi che hanno grandi industrie, attrezzate sul piano economico e organizzativo per imitare l’esempio di Henry Ford. In Italia le grandi industrie sono poche e gli immigrati sono impiegati principalmente nell’edilizia (albanesi, montenegrini, altri lavoratori provenienti dai Balcani), nell’agricoltura e nell’allevamento del bestiame (indiani e pachistani), nell’assistenza domestica e nella ristorazione (romeni, ucraini, bielorussi, moldavi). Quando l’azienda è piccola e famigliare, i proprietari non hanno generalmente né il tempo né il denaro per offrire ai loro dipendenti un corso di lingua italiana. Bisogna quindi percorrere altre strade. La prima è quella dei Comuni. Suppongo che qualche città abbia già preso iniziative di questa natura, ma sarebbe opportuno che l’esempio venisse maggiormente seguito. L’altra strada è quella della Rai. Nel 1959, pochi anni dopo l’inizio dei programmi televisivi, la Rai lanciò la trasmissione di Alberto Manzi destinata agli italiani che non sapevano leggere e scrivere. Sembra che nei nove anni della sua esistenza «Non è mai troppo tardi» abbia alfabetizzato un milione di italiani. Una iniziativa analoga potrebbe essere presa dalla Rai per gli immigrati, magari nelle prime ore del mattino. Una mezz’ora d’italiano all’ ora del caffè e latte servirebbe anche a quei bambini che frequentano scuole italiane ma faticano a stare al passo con i compagni di classe e non possono contare sull’aiuto dei genitori. Sergio Romano
(Dal Corriere della Sera, 11/9/2010).




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