Badanti a scuola d’italiano

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La ricerca Al Policlinico di Milano studiato il rapporto tra gli over 80 e chi li assiste

Cure in italiano per gli anziani

I medici: importante parlare con la colf. Che deve essere stabile emotivamente

di Mario Pappagallo

Sempre più anziani, sempre più badanti. Straniere soprattutto. Presenze efficaci, ma che possono diventare anche deleterie. Anti-terapeutiche, se non in equilibrio emotivo e se non parlano la stessa lingua dell’assistito. E’ quanto emerso da uno studio milanese, i cui risultati sono in linea con quanto appurato e codificato anche dal Dipartimento del lavoro (Department of Labor) degli Stati Uniti. In sintesi, c’ è un rischio peggioramento delle condizioni psico-fisiche dell’anziano bisognoso di assistenza? «Proprio così. C’è la perdita di una valida opportunità di tenere a freno il decorso di malattie caratteristiche dell’età. Una buona badante, invece, mantiene in pista l’anziano”, risponde il geriatra Carlo Vergani che ha condotto lo studio. Senza contare che spesso tranquillizza anche il familiare (caregiver informale) che ha la responsabilità di seguire il parente anziano. Lo stress del familiare, non sempre coabitante, è una vera sindrome e un’aggravante. Oggi in Italia un «grande vecchio» su tre vive da solo, per destino o per scelta. E circa due milioni di anziani che vivono al proprio domicilio sono disabili: il 44,5% degli ultraottantacinquenni. Gran parte dell’assistenza è a carico della famiglia, la cui funzione andrà però a ridursi nei prossimi decenni perché si espanderà sempre di più il segmento superiore della popolazione anziana rappresentata dai «grandi vecchi»: in Italia il rapporto tra persone di 50-75 anni, che costituiscono il principale gruppo dei caregiver, e anziani di età superiore agli 85 anni era 13 a 1 nel 2006, scenderà a 8 a 1 nel 2030. Pertanto la richiesta di assistenza extra-familiare, e in particolare di assistenti familiari private, è destinata a crescere. In Italia, così come altri Paesi del club dei ricchi. Stati Uniti in testa, dove si prevede che il numero di assistenti familiari aumenterà entro il 2014 del 56 per cento, incremento che è il più alto tra tutte le categorie lavorative. Lo scenario futuro è questo. Ma già oggi nel nostro Paese le badanti rappresentano, dopo i figli (le figlie in particolare), il principale sostegno ai disabili di età superiore agli 80 anni. Preparate a questo lavoro? Se lo è chiesto il geriatra Carlo Vergani. Lui di anziani «malati di vecchiaia» ha una certa esperienza. «Poco si sa sugli aspetti che qualificano la professione di badante – dice -. E noi abbiamo cercato di stabilirlo, sentendo dal maggio 2005 al gennaio 2007, presso la Geriatria dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, cento anziani che vivono a casa loro, le rispettive badanti (92% donne) e 88 familiari (caregiver informali) che li seguono». Lo studio verrà pubblicato sulla rivista specialistica Health and Social Care in the Community. La qualità dell’assistenza è risultata «scarsa o sufficiente» in 16 casi, «intermedia» in 39 casi e «ottima» in 45 casi. Che cosa è emerso? «Una sorta di identikit della badante perfetta – risponde il geriatra milanese -. Capace, con la sola presenza, di rappresentare un freno alle malattie croniche legate all’età». È interessante notare che l’assistenza «ottima» dipenderebbe principalmente dalla buona capacità linguistica e dall’assenza di condizioni di vita disagevoli delle badanti (è ad esempio importante la vicinanza dei propri familiari). Del tutto irrilevanti, o quasi, invece sembrano essere nazionalità, esperienza professionale, studi fatti, corsi formativi. Quindi? I corsi di formazione delle badanti dovrebbero innanzitutto fornire la capacità linguistica e solo qualche nozione semplice sulle patologie più frequenti nell’anziano disabile (demenza, Parkinson, esiti di ictus e di fratture). Il contrario di oggi. «Ma fondamentale – conclude Vergani – è creare le condizioni perché queste figure professionali (in maggioranza si tratta di donne) godano di una stabilità emotiva. A cominciare dai loro nuclei familiari, spesso rimasti all’estero e ostacolati nel ricongiungimento. Al contrario, questo aspetto è prioritario. A vantaggio delle badanti e degli anziani italiani che hanno bisogno dell’empatia di chi li assiste».

(Dal Corriere della Sera, 31/3/2008).

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