Babele alla Fiera del libro

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Babele? E’ tra l’India e la Fiera del libro

A Francoforte poco folclore e molte storie.

Raccontate in Hindi ma soprattutto in inglese

di Roberto Giardina

Alla Buchmesse, le lingue dell’India si aprono e mutano su enormi schermi come in un caleidoscopio, per seguire la trasformazione di una parola dall’hindi al bengali, o in qualcuno degli altri 18, forse 22 idiomi nazionali, segnando in rosso i segni, che hanno in comune. Umberto Eco sarebbe felice ma il professore di semiologia, come hobby autore di bestseller, non è venuto a Francoforte, per seguire il suo ultimo saggio, “La storia della bruttezza”, inevitabile seguito alla storia della bellezza. Alla Bompiani, in effetti, basta contattare gli editori storici di Eco, Hanser in Germania, ad esempio. E’ un autore che non ha bisogno di battage pubblicitario, e ama essere fedele a chi lo pubblica, e ai suoi traduttori. Una posizione questa, in stile con la Buchmesse 2006, la gigantesca fiera del libro di Francoforte, che per la seconda volta dopo vent’anni – cosa mai avvenuta in precedenza – ha l’India come paese ospite. Una Fiera senza folclore, e senza clamore. Gli stessi indiani, sorprendendo solo chi non li conosce, cercano di evitare ogni colore locale, almeno nel possibile. Sono un paese moderno che non dimentica le radici, ma si preferisce evitare sahri e turbanti. E per conoscerlo bisogna partire dalla lingua. Quel che conosciamo ci viene quasi sempre mediato, e spesso manipolato, dall’inglese degli ex dominatori.

“Perché anche lei scrive in inglese?”, chiediamo a Vikram Chandra, 41 anni, di cui sta per uscire da Mondatori “I giochi sacri”, un gigantesco affresco (1100 pagine) di Bombay, o meglio Mumbay, scritto con lo stile di un Dickens del XXI secolo.

“Da piccolo ascoltavo i miei genitori esprimersi in un inglese misto all’hindi, ma per loro era ancora la lingua degli occupanti. Quando sono andato al kindergarten, ogni bambino si esprimeva nella sua lingua, e l’unico modo di comunicare tra noi era parlare in inglese. D’altra parte non c’è una lingua dominante in India, anche l’hindi è parlato da non più di un terzo della popolazione, le altre al massimo dal cinque per cento”.

Lei non avverte la necessità di esprimersi nella sua lingua madre?

“Ma l’inglese è la mia lingua madre. Diciamo, anche l’inglese”.

Da Bompiani si sono assicurati, prima che fosse posta all’asta, l’opera di Baby Alder “Dal buio alla luce”, la storia di una cameriera attraverso cui si segue la storia dell’India, dall’era coloniale all’indipendenza. “E’ già uscito in inglese – spiega Elisabetta Sgarbi – ma noi preferiamo farlo tradurre dall’originale in hindi, nonostante costi e complicazioni”. Una serietà editoriale che a Francoforte si promette di seguire, ma non sarà semplice, per superare lo spesso velo linguistico. Perfino la Regina Vittoria aveva cominciato a studiare l’hindi per “capire meglio i suoi sudditi”, o forse perché incapricciata a tarda età del suo prestante servitore personale…

(Da La Nazione, 5/10/2006).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Babele? E’ tra l’India e la Fiera del libro<br /><br />
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A Francoforte poco folclore e molte storie. <br /><br />
Raccontate in Hindi ma soprattutto in inglese<br /><br />
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di Roberto Giardina<br /><br />
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Alla Buchmesse, le lingue dell’India si aprono e mutano su enormi schermi come in un caleidoscopio, per seguire la trasformazione di una parola dall’hindi al bengali, o in qualcuno degli altri 18, forse 22 idiomi nazionali, segnando in rosso i segni, che hanno in comune. Umberto Eco sarebbe felice ma il professore di semiologia, come hobby autore di bestseller, non è venuto a Francoforte, per seguire il suo ultimo saggio, “La storia della bruttezza”, inevitabile seguito alla storia della bellezza. Alla Bompiani, in effetti, basta contattare gli editori storici di Eco, Hanser in Germania, ad esempio. E’ un autore che non ha bisogno di battage pubblicitario, e ama essere fedele a chi lo pubblica, e ai suoi traduttori. Una posizione questa, in stile con la Buchmesse 2006, la gigantesca fiera del libro di Francoforte, che per la seconda volta dopo vent’anni – cosa mai avvenuta in precedenza – ha l’India come paese ospite. Una Fiera senza folclore, e senza clamore. Gli stessi indiani, sorprendendo solo chi non li conosce, cercano di evitare ogni colore locale, almeno nel possibile. Sono un paese moderno che non dimentica le radici, ma si preferisce evitare sahri e turbanti. E per conoscerlo bisogna partire dalla lingua. Quel che conosciamo ci viene quasi sempre mediato, e spesso manipolato, dall’inglese degli ex dominatori.<br /><br />
“Perché anche lei scrive in inglese?”, chiediamo a Vikram Chandra, 41 anni, di cui sta per uscire da Mondatori “I giochi sacri”, un gigantesco affresco (1100 pagine) di Bombay, o meglio Mumbay, scritto con lo stile di un Dickens del XXI secolo.<br /><br />
“Da piccolo ascoltavo i miei genitori esprimersi in un inglese misto all’hindi, ma per loro era ancora la lingua degli occupanti. Quando sono andato al kindergarten, ogni bambino si esprimeva nella sua lingua, e l’unico modo di comunicare tra noi era parlare in inglese. D’altra parte non c’è una lingua dominante in India, anche l’hindi è parlato da non più di un terzo della popolazione, le altre al massimo dal cinque per cento”.<br /><br />
Lei non avverte la necessità di esprimersi nella sua lingua madre?<br /><br />
“Ma l’inglese è la mia lingua madre. Diciamo, anche l’inglese”.<br /><br />
Da Bompiani si sono assicurati, prima che fosse posta all’asta, l’opera di Baby Alder “Dal buio alla luce”, la storia di una cameriera attraverso cui si segue la storia dell’India, dall’era coloniale all’indipendenza. “E’ già uscito in inglese – spiega Elisabetta Sgarbi – ma noi preferiamo farlo tradurre dall’originale in hindi, nonostante costi e complicazioni”. Una serietà editoriale che a Francoforte si promette di seguire, ma non sarà semplice, per superare lo spesso velo linguistico. Perfino la Regina Vittoria aveva cominciato a studiare l’hindi per “capire meglio i suoi sudditi”, o forse perché incapricciata a tarda età del suo prestante servitore personale…<br /><br />
(Da La Nazione, 5/10/2006).<br /><br />
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