Babele addio, la Ue parlerà inglese

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L'allargamento a est segna la disfatta di francese e tedesco
I funzionari dell'Europa orientale hanno studiato a Oxford

Babele addio, la Ue parlerà inglese

Nonostante i precisi obblighi a favore del multilinguismo
la realtà è quella di un predominio dell'anglofonia



BRUXELLES – Sandra Kalniete riprende fiato, tutta agitata. “Ho dei problemi a esprimermi perché non sto parlando nella mia lingua madre”. Durante un'audizione che martedì scorso le hanno concesso i deputati europei, il commissario designato della Lettonia aveva iniziato a esprimersi in lettone. Legalmente, niente di insolito. Il Parlamento europeo ha fatto suo l'adagio di Umberto Eco, secondo cui “la vera lingua europea è la traduzione”, e ha pertanto previsto di tradurre simultaneamente tutti i dibattiti nelle venti lingue che si parlano nell'Unione allargata.

Malgrado ciò, sin dall'inizio, sono affiorate le prime inevitabili difficoltà. “Ormai lavoriamo in venti lingue. Vi prego dunque di non parlare troppo velocemente, per consentire la traduzione simultanea”, annuncia il presidente della seduta, il francese Joseph Daul. Ma nel giro di pochi minuti l'intera macchina delle traduzioni si inceppa. Le domande degli eurodeputati non sono tradotte direttamente da una lingua all'altra – cosa che imporrebbe di soddisfare ben 380 combinazioni (dal finlandese al portoghese, dall'italiano al ceco, e così via) – ma passando da una lingua 'base' intermedia, in genere l'inglese o il francese. Nel corso della traduzione di un tema molto tecnico, come la politica agricola e della pesca, si perde però parte del succo del discorso.

A ogni buon conto, per la signora Kalniete si va troppo in fretta, e a più riprese viene chiesto agli oratori di ripetere le domande più lentamente. ” Non sono del tutto sicura di aver compreso la traduzione, ” si lascia sfuggire la lettone, prima di gettare definitivamente la spugna. Dopo aver pronunciato due parole in francese, passa definitivamente all'inglese. Seguendo il suo esempio, molti eurodeputati rinunciano a esprimersi nella loro lingua, come invece fa l'austriaco Hannes Woboda, e finiscono col parlare direttamente in inglese. Questa soluzione, tuttavia, non è la soluzione a tutti i mali, come comprova la difficoltà che incontra la signora Kalniete a esprimersi con precisione in questa specie di esperanto semplificato che con la lingua di Shakespeare, ormai, ha davvero poco in comune. Ed ecco dimostrato, a ogni buon conto, che l'Europa incontrerebbe difficoltà enormi a “marciare” con venti lingue diverse.

“Bisogna ammetterlo: non è possibile lavorare così. O si ha il coraggio di dire che occorre lavorare in cinque-sei lingue – l'unico modo di salvare il francese – oppure l'inglese prenderà piede ovunque”, commenta nell'emiciclo della sala degli eurodeputati il francese Alain Lamassoure. Questa è altresì la posizione difesa de facto dal commissario ungherese Peter Balazs, che ricevuta la parola dopo la signora Kalniete, prima si esprime nella sua lingua materna, e in seguito provvede altresì a utilizzare perfettamente le tre lingue ufficiali della Commissione e degli ambasciatori di Bruxelles, l'inglese, il francese e il tedesco.

Questo sistema trilingue è di fatto quello che prevale in occasione degli incontri informali dei ministri europei, ma è una prassi che sta per essere accantonata da un momento all'altro. Il sistema è stato rispettato anche in occasione della riunione informale dei ministri degli Affari europei tenutasi in Irlanda dal 6 all'8 aprile e centrata sulla comunicazione in Europa, cui erano stati invitati anche alcuni giornalisti. Nella sala del Consiglio gli interpreti, isolati nelle loro cabine, effettuavano la traduzione simultanea… ma quasi nessuno faceva ricorso al servizio da loro offerto: il ministro francese Claudie Haigneré era la sola a indossare le cuffie mentre gli oratori si avvicendano a parlare esclusivamente in inglese.

Quando a fine riunione un giornalista si è azzardato a leggere una relazione in francese, ha costretto tutto il pubblico a indossare le cuffie. L'attivismo linguistico ha i suoi limiti… iniziata la discussione generale, il francese è stato messo in secondo piano, poiché tutti parlavano inglese. Il giorno seguente il commissario francese Pascal Lamy non ha avuto esitazioni: visto che nella sala erano presenti degli studenti irlandesi invitati a seguire il dibattito, ha scelto anch'egli di esprimersi direttamente in inglese.

Anche fuori dalla sala riunioni dei ministri è l'inglese a imporsi nettamente: certo, gli eurocrati e gli altri diplomatici – aperti alle culture europee e spesso protagonisti di matrimoni misti – sono dei poliglotti ammirevoli. Ma con l'allargamento dell'Unione in comune non avranno altro che l'inglese. E così, durante la cena offerta dalla presidenza irlandese, tutti i convitati francesi, inglesi e tedeschi di un tavolo parlavano le tre lingue – e ciò consentiva loro di esprimersi nella loro lingua madre – oppure per cortesia si esprimevano in quella del loro interlocutore. Ma poco più in là, a un altro tavolo, essendo presente il delegato macedone, la conversazione ha virato d'autorità sull'inglese.

E alla Commissione? Lì l'allargamento sta per far vacillare gli ultimi bastioni non anglofili: il tedesco, parlato da cento milioni di europei, è una lingua troppo difficile per poter diventare una lingua intermedia comune. Il francese, che finora è stato avvantaggiato dall'ambiente francofono di Bruxelles, è in declino dal 1995, epoca dell'allargamento dell'Unione alla Svezia, all'Austria e alla Finlandia, i cui rappresentanti si rifiutarono di esprimersi in francese. Così, contro il 40 per cento dei documenti dell'Unione che nel 1997 erano originariamente redatti in francese, oggi la percentuale è scesa al di sotto del 30%.

Le giovani generazioni dell'Europa mediterranea, del resto, privilegiano sempre più la lingua inglese; i funzionari dell'Europa dell'Est hanno più facilmente studiato a Harvard o a Oxford che alla Sorbona. Insomma, l'addio al francese è quasi definitivo. Oggi difendere l'uso del francese alla Commissione equivale d essere “antiaquati”. E un alto funzionario francofono non accetta che il suo nome venga citato perché non aspira ad essere annoverato nell'elenco degli “ayatollah” della francofonia. In questo scenario, dunque, l'Europa allargata non sarà una Babele, avendo ritrovato il dono della lingua: l'inglese.
(traduzione di Anna Bissanti)


(17 aprile 2004)

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