Avvocati a scuola d’italiano

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L’INIZIATIVA DA CALVINO A ECO, DA SCHOPENHAUER A KENNEDY: SEI AREE TEMATICHE PER ARRICCHIRE CONOSCENZE E LESSICO

Gli scivoloni degli avvocati sull’italiano

E il Consiglio forense organizza corsi di lettura: chi non legge non sa scrivere

di Isidoro Trovato

Chi non sa leggere non sa scrivere. E raramente sa pensare. È partendo da questo sillogismo che la Fondazione del Consiglio nazionale forense ha creato un progetto da affidare alla Scuola superiore dell’avvocatura: «Libri per ragionare. Libri per sopravvivere». Da anni sentiamo di concorsi per laureati pieni di errori di sintassi, grammatica e morfologia, fenomeno molto accentuato anche durante le prove scritte all’esame di Stato per l’avvocatura. Il problema è generalizzato: secondo il Centro europeo dell’educazione 8 laureati su 100 hanno gravi problemi di scrittura, 25 su 100 rischiano di regredire nell’uso della lingua, 21 su 100 non vanno oltre un livello minimo di comprensione nella lettura di un testo. Secondo l’Istat, tra i laureati, uno su tre non possiede più di cento libri (che sono all’incirca quelli usati durante il percorso di studi). In un simile contesto, gli avvocati hanno deciso di fare qualcosa: un progetto di lettura nelle 79 Scuole forensi che preparano gli aspiranti avvocati, categoria che, forse, più di altre ha accusato l’impoverirsi della lingua. Dall’Azzeccagarbugli manzoniano in poi gli avvocati non incarnano il modello di scrittura brillante. E già qualche anno fa la linguista Mortara Garavelli (nel suo libro «Le parole e la giustizia») accusava il linguaggio degli avvocati di «inutile bruttezza» a causa di uno stile infarcito di anticaglie, burocratismi e di incomprensibili latinismi di origine medievale che si leggono ancora nelle comparse e nelle sentenze. Ma le prospettive future, secondo i linguisti, sono persino peggiori: l’italiano corrente è sempre più banale, monotono, appiattito sul linguaggio televisivo e informatico. E per correre ai ripari la Scuola superiore dell’avvocatura non ha «badato a spese»: hanno chiamato in causa Umberto Eco e Italo Calvino, John Kennedy e Schopenhauer, convinti che sia la lettura a far sì che l’avvocato non rimanga solo un tecnico delle aule giudiziarie ma debba «misurarsi con un mondo di valori, cercando nella cultura e nell’etica la propria indipendenza professionale». Il progetto prevede sei aree tematiche in cui vengono proposti testi coerenti e di largo respiro: si analizzeranno i mutamenti del sistema del diritto per effetto della globalizzazione (basandosi su testi come «No Logo» di Klein e «I mercanti del diritto» di Dezalay); il rapporto tra linguaggio e conoscenza (ricorrendo a Calvino, Eco e De Mauro); la capacità di applicare e interpretare le leggi (spaziando da Zagrebelsky a Schopenhauer). E poi non poteva mancare il tema della deontologia professionale citando casi (anche letterari) come quelli di Fulvio Croce e Giorgio Ambrosoli. Infine un viaggio alle radici del pensiero giuridico e delle tecniche processuali fino ai nostri giorni (dall’«Antigone» di Sofocle alle «Lettere dalla mia Birmania» di San Suu Kyi). E se è vero ciò che sosteneva Cicerone (che di avvocati se ne intendeva), che «una stanza senza libri è come un corpo senza anima», questo progetto proverà a riempire le aule. Di libri e di anime.
(Dal Corriere della Sera, 19/1/2011).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

IL PENALISTA ETTORE RANDAZZO<br />
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«Che orrori agli esami Spesso legittimo viene scritto con due g»<br />
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di Alfio Sciacca<br />
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«Il problema grave è che molti avvocati leggono solo le pagine sportive dei giornali». Altro che lista di libri «salva professione». Per l'avvocato Ettore Randazzo, ex presidente delle Camere Penali e docente di «deontologia forense» all'università Kore di Enna, la questione è ancor più grave. «I giovani avvocati - taglia corto - non leggono e di conseguenza troppo spesso non sanno né scrivere né comunicare. In molti casi hanno anche grossi problemi con l'ortografia e la grammatica». Addirittura? «Ho fatto più volte il commissario d'esami e se ne vedono di tutti i colori. Non sanno maneggiare l'apostrofo, scrivono "ha" senza la "h", "legittimo" con due "g". Agli esami uno dei principali criteri di selezione riguarda proprio gli errori di grammatica ed ortografia. Anche se non penso che sia solo un problema degli avvocati». Dunque si fa bene ad indicare dei libri da leggere? «Non sapevo di questa iniziativa ma la ritengo ottima. Anche se i problemi non si risolvono con la semplice lettura dei testi consigliati. Sono dei classici che dovrebbero far venire l'appetito, cioè abituare i giovani avvocati, e non solo loro, al gusto della lettura. E stimolando la lettura dovrebbero abituarsi anche a scrivere e comunicare correttamente. Noi avvocati dobbiamo riappropriarci del culto del linguaggio. In fondo attraverso lo strumento del linguaggio, orale o scritto, svolgiamo la nostra professione. Il nostro è un mestiere di comunicazione e se non conosciamo la lingua italiana non possiamo farlo bene. Spesso i giudici ridono nel leggere le cose che scriviamo con termini assurdi. Anche se il contenuto è buono passa in secondo piano perché la forma ci ha già fregati». I libri salveranno la professione? «È un buon inizio, un modo per recuperare quella qualità che purtroppo stiamo perdendo. Questo dipende anche dai numeri. Se fossi un nemico dell'avvocatura la inonderei di avvocati come purtroppo è avvenuto: siamo 238 mila. Ci sono ormai giovani colleghi "per ora". Gli chiedi che mestiere fai, ti risponde: "per ora faccio l'avvocato". E poi, se con altro va male, da "avvocato per ora" si diventa "avvocati per caso"». <br />
(Dal Corriere della Sera, 19/1/2011).

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