Avverbi assolutamente inutili

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PAMPHLET L’USO STEREOTIPATO DEI VOCABOLI A SCOPI POLITICI. E LA CRUSCA RILEGGE I MODELLI DELL’ITALIANO

Alla fiera degli avverbi inutili

Un linguaggio omologato e artefatto che stravolge la realtà

di Corrado Stajano

Il professor Gustavo Zagrebelsky che non abbandona mai lo studio del suo Grande inquisitore, «alto e diritto, col viso scarno e gli occhi incavati» – quando finirà l’amato libro? – si è preso un momento di ricreazione e senza abbandonare la consueta severità, ma con un tono anche divertito e lieve, ha giocato Sulla lingua del tempo presente (Einaudi, pagine 58, Euro 8). Anche qui ha incontrato i foschi coadiutori, i cortigiani, i servi, le sacre guardie, gli eretici arsi vivi, il popolo mite e quello corrotto. Ma l’argomento del librino è lontano da quel che accade nella «sivigliana notte senza respiro» di Fëdor Dostoevskij (I fratelli Karamazov), riguarda invece la lingua, essenziale nella storia delle nazioni e per dare un giudizio sulla vita morale e politica di un popolo. Zagrebelsky divide il suo libro in brevi capitoli e ognuno ha come titolo una parola, un sostantivo, un aggettivo, un modo di dire che accomunati offrono il senso di un’epoca come la nostra spesso simile a una palude in cui gli uni, non tutti per fortuna, vogliono essere rovinosamente uguali agli altri, di idee, sentimenti, culture differenti, e usano gli uni e gli altri l’identico linguaggio. Gli avverbi sono diventati il nostro pane quotidiano, scrive Zagrebelsky. «Tutto è assolutamente (…), "assolutamente sì", "assolutamente no". Che ci sia lo zampino del Maligno, secondo l’ammonimento evangelico?». La politica di oggi, secondo lo scrittore, illustre costituzionalista, ha bisogno di questo linguaggio estremo, esasperato. «Non c’ è laicità, ma laicismo; non giustizia, ma giustizialismo; non informazione critica o inchiesta giornalistica, ma gogna mediatica; non scelta politica discutibile, ma riforma epocale. Non molteplicità di scelte, ma un’unica certezza "senza se e senza ma"». Una volta esistevano «gli imperativi categorici» del duce del fascismo che ci portarono alla rovina che sappiamo. Ma anche adesso, scrive il professore, bisogna essere o di qua o di là, occorre schierarsi assolutamente, categoricamente. Tutto nasce, è la motivazione di Zagrebelsky, e non soltanto la sua, da quella famosa discesa in campo di Berlusconi del 1993-1994: «La sempiterna figura della missione redentrice che un "salvatore" assume su di sé, lasciando la vita beata in cui stava prima lassù, scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù». Anche se molti di quegli infelici, più che lo spirito di sacrificio dell’ «unto del Signore», invidiano le sue mille e una notte nella villa di Arcore dove Benedetto Croce soggiornava d’autunno ospite del conte Alessandro Casati, dove ebbe nutrimento la rivista «Rinnovamento» che segnò uno dei momenti più alti del Modernismo, dove le idee di storia, di religione, di politica trovarono appassionati interlocutori – con Casati, Tommaso Gallarati Scotti, Stefano Jacini – dove il cattolicesimo liberale ebbe una delle sue culle più colte. («Ahi, serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!»). Dante, forse, dovrebbe esser messo di nuovo al bando. Che venga tolto dalle biblioteche anche lui. Zagrebelsky si diverte con amarezza. Un ossimoro. Non fa un nome, il suo è un piccolo affresco del dire di oggi con il suo linguaggio «così impregnato di aziendalismo e produttivismo». Racconta tra l’altro del «governo del fare» che ha posto fine al «teatrino della politica» simbolo della prima Repubblica, «tempio dell’egemonia del comunismo», un’altra delle tante menzogne che punteggiano il tempo presente. Nell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia e d’Europa è doveroso discutere, ricordare, soprattutto studiare la lingua nazionale, le sue origini, il presente, il futuro. «La Crusca per voi», il foglio di quell’accademia, diretto dallo storico della lingua Francesco Sabatini, nell’ultimo numero affronta utilmente i problemi della lingua italiana nei suoi diversi modelli, l’italiano antico, l’italiano nello scenario europeo di oggi, l’italiano giuridico, la continuità e la discontinuità tra l’italiano nascente e quello attuale. La forza delle parole è assoluta se la verità viene rispettata. È il messaggio del libro di Gustavo Zagrebelsky che accenna a George Orwell e al suo romanzo 1984 dove lo scrittore rappresentò «il potenziale totalitario delle parole»: sulla facciata del suo immaginato (ma non troppo) ministero della Verità erano incisi gli slogan che potevano rovesciare i significati delle parole a seconda delle necessità dei regimi politici. «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», L’ignoranza è forza». Come dimenticare poi quella terribile scritta posta dai nazisti sul cancello di Auschwitz: «Il lavoro rende liberi»?
(Dal Corriere della Sera, 28/1/2011).




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