Attenta Lega, chi di dialetto ferisce…

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Attenta Lega, chi di dialetto ferisce…

L’ennesima boutade leghista. Colpo di testa, colpo di vita o colpo di sole? Dopo l’icastica previsione di Bossi, di una futura “guerra” combattuta a suon di prodotti alimentari – polenta padana vs hamburger americano – l’amenità di una proposta che parrebbe voler trasformare il conflitto globale-locale in una scaramuccia local-nazionale? Tutt’altro. Le varietà dialettali, ora occasionali alleate della globalizzazione in funzione antinazionale (il glocal), ora sue irriducibili nemiche, in mano alle provocazioni della Lega diventano un potente mezzo di ricatto, una ghiotta occasione per tornare ogni volta ad alzare il tiro. Il libero confronto democratico si fa conflitto permanente: da una parte il ladino di Belùm o lo zimbar di Luserna, dall’altra l’italiano nazionale. L’un contro gli altri armati. Anche nelle aule scolastiche.

Nel nostro paese durante l’età medievale c’è stata una straordinaria fioritura di volgari. Non è escluso che dalla nuova dispersione e moltiplicazione dei segnali grafici e linguistici che si profila all’orizzonte scaturisca un nuovo, rivoluzionario assetto nei rapporti tra la lingua italiana, luogo deputato di definizione, dal ‘500 in poi, della concentrazione e della selezione normativa, e le realtà centrifughe che tentano di farle concorrenza: da una parte l’inglese, dall’altra i dialetti. Evidentemente rinnovati: perché la mescidazione o ibridazione risultante dall’insinuazione in italiano – per effetto della diaspora dei popoli – di porzioni o frammenti di lingue altre è la stessa mescidazione o ibridazione di cui già soffre l’inglese e che potrebbe finire per investire, e in qualche modo già investe, anche le varietà espressive locali. Questo è però un altro discorso. Non può far certo da sponda alla brutalità manichea delle proposte in materia linguistica del Carroccio. Si appella semplicemente alla coscienza di noi tutti, ci interroga su quel che pensiamo potrebbe avvenire in futuro alle tante parlate disseminate lungo il Belpaese e all’italiano normativo e unificante. Che, con quelle parlate, si interfaccia. Alla Padania che ha sfruttato la possibilità, concessa dalla riforma del codice della strada, di una doppia indicazione nella cartellonistica stradale (sicché Bergamo, per esempio, è diventata Berghem), ha risposto qualche anno fa la goliardica Roma di Pasquino con uno spassosissimo libello: Roma de cartello. L’autore, Tonino Tosto, vi ha tradotto in romanesco insegne di negozi e segnali stradali: lo stop è così diventato stoppe, il dosso saliscegne, l’incrocio pericoloso capocroce a risico, il segnale di rimozione della vettura abbada, te se la caricheno e via di questo passo. Stiano attenti i leghisti. I dialetti potrebbero diventare il loro cavallo di Troia.

di Massimo Arcangeli[addsig]




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