Assassinio della lingua italiana: in Italia

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IL PROGETTO DAL PROSSIMO ANNO L’INSEGNAMENTO DI UNA MATERIA IN INGLESE O FRANCESE SARÀ OBBLIGATORIA

Lezioni in lingua, Brescia a rischio caos

I requisiti Per potere insegnare in lingua bisogna avere la certificazione C1 e poi sostenere anche un corso di
abilitazione ad hoc Per ora è tutto affidato alla buona volontà, ma mancano risorse

di Thomas Bendinelli

Filosofia o Scienze insegnate in inglese o francese: incuriosisce, suscita entusiasmo ma corre il rischio di diventare uno spettro che si aggira nelle aule scolastiche la metodologia Clil, Content and Language Integrated Learning, legge dello Stato che prevede l’insegnamento di «discipline non linguistiche» in lingua straniera a partire dal prossimo anno scolastico. Senza fondi adeguati e senza incentivi il progetto si basa in pratica solo sulla buona volontà degli insegnanti e rischia di diventare l’ultimo di una serie di buoni propositi. Previsto dalla riforma Gelmini, già dallo scorso anno nelle terze classi dei licei linguistici una materia è insegnata in lingua straniera e da quest’anno sono due. Dall’anno prossimo l’insegnamento di una disciplina in lingua sarà obbligatorio in tutti i licei, non solo quelli linguistici, e negli istituti tecnici. Un bel proposito, appunto, che però non fa i conti con la realtà della situazione. Già oggi i licei linguistici sono in difficoltà a rispettare la tempistica. «Se non ci saranno incentivi concreti fallirà», si dice certo il dirigente del Lunardi Fausto Mangiavini.Le competenze richieste non sono da poco: per potere insegnare in lingua bisogna avere la certificazione C1 e poi sostenere anche un corso di abilitazione ad hoc. Quest’anno al Lunardi se la sono cavata mettendo Educazione fisica come disciplina insegnata in lingua, ma dall’anno prossimo, quando dovrà avere la copertura di tutte le quattordici quinte, sarà un bel problema. Lo scorso anno al linguistico Gambara hanno iniziato in tutte e quattro le terze con la metodologia Clil per il 50% delle ore mentre da quest’anno, nelle quarte, si stanno studiando dei percorsi pluridisciplinari, così come le norme transitorie previste dal ministero hanno concesso di fare. Al Leonardo, nelle classi linguistiche, hanno la copertura in lingua inglese in Scienze e Filosofia e Storia e un insegnante c’è anche per il francese. «Il problema ce l’avremo il prossimo anno, quando dovremo avere l’insegnamento in lingua in 16 quinte. Il fatto è che i docenti sono pieni di buona volontà ma quelli già in grado di potere fare lezione in inglese sono pochi e di solito è perché si erano già formati da soli». «In effetti è la prima volta che si fa una riforma di tale portata senza stanziare le risorse – osserva il dirigente del Gambara Giovanni Spinelli – Insegnare in lingua significa preparare le lezioni in modo diverso, una didattica diversa e via dicendo». Insomma, un impegno di lavoro enorme che al momento è previsto a titolo gratuito, anzi con impegni di spesa e di tempo per gli insegnanti. Di volenterosi tra i docenti a onore del vero, ve ne sono parecchi comunque, ma da qui a pensare che in paio d’anni una persona sia in grado di insegnare in lingua ce ne passa. Quest’anno i corsi Clil sono appena ripartiti per l’inglese e a giorni inizieranno anche quelli in francese, spagnolo e tedesco. Lo scorso anno, quelli che hanno passato la certificazione C1 in inglese sono stati quattordici. Decisamente pochi per poter immaginare di coprire tutte le quinte degli istituti superiori della provincia il prossimo anno. Brescia, peraltro, è messa meglio di altre province. «Da noi il Clil è nato dal basso già una quindicina di anni fa come progetto di aggiornamento – ricorda Giacomo Comini, docente di italiano del Lunardi, scuola che è il riferimento provinciale in materia -. Ai tempi solo quattro scuole, ora siamo in 32. Ma la rete non basta: serve un intervento istituzionale». E anche risorse, che però non ci sono. 

(Dal Corriere della Sera, 22/10/2013).

L’ESPERIENZA

E al Lunardi il conversatore arriva dalla Cina

Il paradosso Studenti più preparati di alcuni professori

di Thomas Bendinelli

«Nei licei olandesi nei quali facciamo gli scambi culturali, i ragazzi fanno tutte le materie non linguistiche in inglese e tutte le classi hanno la certificazione europea. E un discorso analogo potremmo farlo per la Svezia o altri Paesi. Nella nostra scuola, che siamo tra quelli più avanti, non ce l’ha nessuno». Giacomo Comini, docente del Lunardi, è uno degli animatori della rete Clil delle scuole bresciane e si dice preoccupato dai ritardi italiani. «Il Clil non è un nostro sfizio – sottolinea Comini -, è un progetto dell’Unione europea per favorire il bilinguismo». «Bisogna fare di più- spiega il dirigente del Lunardi Mangiavini -, anche perché rischiamo di trovarci di fronte al paradosso di insegnanti costretti a insegnare una disciplina in una lingua straniera che molti dei loro studenti conoscono meglio». È proprio al
Lunardi che quest’anno ci sono conversatori madrelingua in inglese, francese e anche cinese. «La riforma ha eliminato la figura dei conversatori, ad eccezione dei linguistici – spiega Mangiavini -, ma quest’anno, grazie anche alla rete lombarda attivata da una scuola di Crema, abbiamo la possibilità di avere una conversatrice di Chicago». Un progetto di scambio che mette in relazione scuole superiori lombarde con università degli Stati Uniti. Un progetto non troppo diverso è attivo con l’istituto di cultura francese (una ragazza che trascorre quattro mesi al Lunardi e altrettanti al Calini) e un altro con l’Istituto Confucio cinese. Nei giorni scorsi è arrivato al Lunardi un ragazzo cinese e vi resterà fino a fine anno come conversatore. «Grazie a questo istituto abbiamo anche un’aula con oltre mille libri in lingua cinese,
pennelli e materiale didattico», ricorda Mangiavini.
(Dal Corriere della Sera, 22/10/2013).

LA STORIA LA SINGOLARE INIZIATIVA È NATA PER INSERIRE LO STUDIO DELLA LINGUA STRANIERA NELL’INSEGNAMENTO DI MATERIE COME MATEMATICA E GEOGRAFIA

Dal Galles direttamente a Gussago per insegnare inglese nelle scuole

L’ospitalità ai quattro docenti è offerta dalle famiglie

di Thomas Bendinelli

All’inizio erano convinte in poche insegnanti, al punto che nonostante gli sforzi sembrava che il progetto non andasse in porto. Ma hanno continuato a crederci, convinto i colleghi, entusiasmato i genitori, trovato i soldi, coinvolto le istituzioni pubbliche e le aziende e alla fine ce l’hanno fatta. Il progetto «Madrelingua» attivato dall’istituto comprensivo di Gussago ha il sapore delle favole a lieto fine, una storia quasi tutta al femminile che racconta di come l’entusiasmo per il proprio lavoro possa superare gli ostacoli e rimettere la scuola al centro degli interessi della comunità. Il progetto è semplice, insegnanti madrelingua nella scuola per iniziare a far prendere confidenza con l’ingleseai bambini, ma la sua gestazione è ben più complessa. L’idea nasce tre anni fa, quando l’Ufficio scolastico regionale
bandisce un concorso per il progetto «Scuole bilingue»: la dirigente e un gruppo di insegnanti si mobilitano, fanno tutta la trafila, riescono a entrare a far parte del gruppo delle scuole ma proprio in dirittura d’arrivo vengono fermate dal collegio docenti interno. «Qualche diffidenza di troppo e qualche preoccupazione forse anche motivata – osserva la dirigente scolastica Enrica Massetti -, poi però c’è stato un ripensamento». Grazie anche a diversi genitori che esprimono entusiasmo per il progetto e la stessa Amministrazione comunale che invita a riprendere in mano la questione. Due anni fa
il progetto riparte in modo sperimentale in alcune classi del plesso di Casaglio, ma fuori dal bando regionale e con le proprie gambe. «La sperimentazione funziona – spiega Delia Maianti, referente del progetto – e l’inglese diventa lingua veicolare per matematica e geografia». Lo scorso anno l’inglese viene esteso a tutte le sedici classi della sede di Casaglio e da quest’anno a tutte le sei scuole (due dell’infanzia, tre primarie e una secondaria di primo grado) dell’istituto comprensivo. Ma i soldi da dove arrivano? Un po’ dal Comune di Gussago e un po’ da un’azienda locale e da privati cittadini. Ma tutto questo non basterebbe se anche l’istituto di Gussago, a questo punto ben convinto nella sua
interezza, non decidesse di metterci del suo e soprattutto se non si fosse creata una rete articolata di sostegno. La scuola apre un piccolo bando in autonomia per reperire gli insegnanti madrelingua: vengono trovati nell’università gallese di Aberystwytt, dove alcuni studenti hanno l’obbligo di trascorrere un anno all’estero. Quattro famiglie degli alunni si offrono di ospitare gratuitamente i giovani docenti madrelingua. La Cattolica dà la disponibilità a dare lezioni gratuite d’italiano ai quattro studenti britannici. Il cerchio è chiuso: «C’è una crescita professionale per tutti – afferma Delia Maianti -, dagli insegnanti ai madrelingua, fino ai genitori». E al centro, ovviamente, ci sono i bimbi che imparano inglese. «Usare l’inglese anche in altre materie apre la mente – osserva Sara Pelizzari, insegnante – e li obbliga a riflettere sul linguaggio in modo diverso». «La scuola chiedeva sostegno e a noi è sembrato un progetto
d’avanguardia e da sostenere», spiega con naturalezza Michela Salvi, una dei genitori che ospitano i madrelingua. E Jade Cartwright, una delle studentesse inglesi, cosa ne pensa? «Esperienza orribile», scherza mostrando che lo humour britannico è ancora in forma. Poi si fa seria: «Quando mi è stato detto di quest’opportunità, ho accettato con entusiasmo». E da come lo dice non è senz’altro pentita dell’anno che sta facendo a Gussago.
(Dal Corriere della Sera, 22/10/2013).

 

 




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