ASPETTANDO L’EUROPA

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18/06/2004 L’Unità pag. 1

ASPETTANDO L'EUROPA

E adesso sarà bene tentare di conoscere un po' meglio l'Europa. Non il continente dei problemi monetari di cui si è discusso e delle reg le della Comunità disprezzate proprio da chi sta peggio, l'Italia malgovernata. Sarà bene tentare di conoscere un po' meglio l'Europa degli uomini, le nazioni, le città, le campagne, i modi di vivere e di pensare. Cercando di capire come nei diversi Paesi ai quali siamo accomunati sono stati risolti problemi che ci affliggono. Perché, durante la campagna elettorale nostrana, si è sentito parlar poco proprio dell'Europa e del suo cuore e se ne è detto soltanto nei modi della politica politicante. L'euro è stato il grande nemigo degli uomini della maggioranza che hanno finto di non capire che sono stati proprio l'Europa e l'euro i salvatori di un Paese come il nostro.
Un Paese disastrato da politiche economiche e sociali sbagliate, da incapacità di gestione, da un debito pubblico gigantesco oltre che da una carenza culturale ben visibile. Si è discusso qualche volta di quelli che sembrano i grandi temi e non sempre lo sono se non vengono sorretti dalla conoscenza della vita, della storia, della politica quotidiana dei cittadini d'Europa. Tutto è stato ossessivamente usato nella chiave elettorale della politica italiana. È mancata ogni comparazione con quanto, concretamente, si fa al di là delle Alpi nel bene e anche nel male. Non pare che i più dei politici e degli amministratori pubblici italiani vadano a vedere con profitto quel che avviene nei Paesi europei, conoscano le lingue, studino come nella comunità vengono affrontate questioni gravo e meno gravi lasciate irrisolte qui da noi e cerchino di capire se le soluzioni adottate dai vicini potrebbero adattarsi o meno al nostro costume.
I problemi economici sono naturalmente essenziali, ma esistono altri problemi rilevanti, l'urbanistica, la disoccupazione, l'emigrazione, il fisco, i beni culturali, i musei, le biblioteche, le sale da concerto, la scuola, la sanità, l'assistenza, gli anziani, i giovani, la precarietà, la flessibilità del lavoro, il traffico, il rumore, l'inquinamento, la spazzatura. I confronti nascono con naturalezza. Come riescono, per esempio, gli amministratori pubblici di Milano a non provar vergogna davanti a una città con le facciate imbrattate, sconciata e sconnessa dai marciapiedi ai tetti, dove una legge regionale ha permesso la costruzione di migliaia di abbaini abitabili – le «cappuccine» – dove in un batter d'occhio le case vengono sopraelevate di interi piani col beneplacito di Commissioni comunali presiedute da illustri architetti, dove il sindaco Albertini, commissario straordinario al traffico, ha pensato che la soluzione di quel grave problema va ricercata nell'appaltare una rete di parcheggi sotterranei in pieno centro storico, tra la Basilica di Sant'Ambrogio e Santa Maria delle Grazie e altrove, in vie strette tutelate da vincoli paesaggistici, ambientali, architettonici, fragili per i rovinosi bombardamenti dell'agosto 1943, violando le norme dell'urbanistica moderna che da più di mezzo secolo indica le periferie delle metropoli come i luoghi adatti per la costruzione dei parcheggi. Sono poi i mezzi di superficie e le metropolitane a convogliare nei centri storici chi viene da fuori città. La decisione, che per legge non ha bisogno di alcun controllo del Consiglio comunale, creerà un ingolfamento della giustizia, con ricorsi al Tar, controricorsi, azioni di risarcimento e aggraverà il traffico anziché snellirlo. Perché, se non hanno letto qualche libro, gli amministratori non vanno a vedere, in Francia, in Germania, in Olanda (dove la bicicletta è regina e le piste ciclabili sono sacre), o in altri Paesi della comunità, in quali modi sono stati affrontati e anche risolti i problemi del traffico diventato insopportabile? Aveva ben ragione il sindaco Albertini quando, al momento della sua discesa in politica si definiva «un amministratore di condominio». Chissà se adesso, eletto deputato europeo, darà un'occhiata alle strade e alle piazze d'Europa e avrà qualche dubbio sul suo dissennato «modello Milano» reclamizzato in questi anni dopo la craxiana «Milano da bere». Non sono pochi i problemi da affrontare paragonando le esperienze europee. La paura e la mancanza di sicurezza, tra l'altro. Ne ha scritto in un libro appena pubblicato in italiano da Einaudi un famoso storico e sociologo francese, Robert Castel, direttore di ricerca all'École des ,hautes études en sciences socilles, «L'insicurezza sociale», che cosa significa essere protetti. «Le protezioni civili – scrive – che garantiscono le libertà fondamentali e assicurano la sicurezza dei beni e delle persone nell'ambito di uno Stato di diritto.Le protezioni sociali che “coprono” contro i principali rischi». La malattia, gli infortuni, la mancanza di denaro durane la vecchiaia, gli imprevisti dell'esistenza in grado di provocare un declassamento sociale.
L'insicurezza 4 un'esperienza secolare che ha ttraversato la storia. Ma oggi è forse più acuta dopo la ristrutturazione dell'agricoltura e dell'industria e, come un virus, dissolve i legami sociali, crea demoralizzazione e depressione negli individui Negli anni Settanta sono caduti i pilastri sui quali si sono fondati li Stati e le categorie socio-professionali omogenee e questo ha creato paura, insicurezza. Di perdere i lavoro, di non avere la pensione, di non venire assistiti in caso di malattia. Siamo in un momento di frustrazione collettiva e di risentimento sociale. In Francia e in tutta l'Europa. Qual è la soluzione?
La ricerca dells sicurezza, sostiene giustamente Castel, non riguarda i poliziotti, i giudici, il potere repressivo Dovrebbe appartenere ai diritti sociali, richiede una forte presenza dello Stato. È necessario, ora più che mai, difendere lo Stato di diritto. È l'unica medicina contro lo smarrimento e il timore di nonavere più un avvenire.

Corrado Stajano


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