ARTICOLO DELL’ESPRESSO "DO YOU SPEAK INCONSCIO?"

Posted on in Politica e lingue 24 vedi

Do you speak inconscio?

Neurologi e psicologi
spiegano cosa
accade nel cervello
quando ascoltiamo
o parliamo un'altra
lingua. E perché
questo ci fa bene
colloquio con J. Amati
Mehler di M. Serena Pallori

I


Immaginate di essere sul lettino dell'analista: sentite affiorare un frammento perduto di ricordo, oppure percepite limpidamente una sensazione che fino a quel momento era fastidiosamente ambigua, così cercate le parole che tireranno fuori questa “cosa” dal pozzo nero dell'inconscio, ma in quel momento vi ricordate che siete in un paese straniero e che il vostro medico non capisce la vostra lingua madre. Sembra un incubo? In realtà, è la situazione in cui si trova chiunque, in esilio, emigrato o espatriato per i motivi più diversi, decida, nel nuovo luogo di residenza, di affrontare una psicoterapia. E, psicoanalisi a parte, è la condizione psicologica delle decine di milioni di migranti che, nel pianeta, quotidianamente si trovano a dover esprimere contenuti affettivi, l'amore, la rabbia, la compassione, la delusione, la paura, in una lingua che non hanno imparato dalla culla. In una lingua che per loro non è”madre”. Quanto di questi sentimenti si perde nella traduzione? “La Babele dell'inconscio”, scritto da tre psicoanalisti freudiani, Jacqueline Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri, è il libro che nel1990 si avventurò per primo, in modo sistematico, in questo continente: il rapporto tra l'inconscio e i linguaggi, quando il soggetto è polilingue (impara a parlare contemporaneamente in più di una lingua) o è poliglotta (ha imparato altre lingue in seguito). Ma in questi 15 anni, la globalizzazione, da un lato, e le neuroscienze,dall’altro hanno imposto un'accelerazione a questo tipo di studi. E ora “La Babele dell’inconscio” torna in libreria in un'edizione aggiornata (con una prefazione di Otto F. Kernberg e un’introduzione di Tullio De Mauro Raffaello Cortina editore). Perché, oltre allo psicologo, ora un altro attore è entrato nella scena dei linguaggi: il neuroscienziato con le sue mappe cerebrali che fotografano l’organo principe nell'atto di apprendere, parlare o ascoltare un'altra lingua e aprono un campo ancora per molti versi inedito: la linguistica neurologica. Come cambia la scena? Ne abbiamo parlato con Jacqueline Amati Mehler.
Dottoressa Mehler, che posto occupa la lingua madre nel nostro inconscio? E che posto occupano le altre lingue?
« Dal punto di vista delle funzioni cerebrali, ci sono differenze nell'uso di una lingua appresa in contemporanea con la facoltà stessa del linguaggio e di una lingua, invece, imparata dopo? I
neuroscienziati hanno condotto degli esperimenti e hanno riscontrato quali diverse zone si illuminino, nei due emisferi cerebrali, se ascoltiamo la nostra lingua madre o un'altra lingua. Ancor prima di recepire il significato delle parole, il ritmo e la musicalità si sono rivelati fondamentali nel precoce riconoscimento delle diverse lingue, attivando nel nostro cervello zone diverse. Le neuroscienze, insomma, riscontrano sul piano fisico la complessità affettiva e psicologica che si nasconde dietro l'uso di una lingua. E alcune ricerche documentano come, dal sesto mese di gravidanza, il feto sia in grado di recepire suoni – e voci – dal mondo esterno.
Questo è quanto ci dice la scienza.
«Abbiamo poi raccolto delle esperienze interessantissime sulla memoria e sulla rimozione. Già negli anni Cinquanta uno psicoanalista americano di origine viennese, Ralph Greenson, si era accorto come, in alcuni pazienti per i quali l'inglese era una lingua acquisita, tornare al proprio idioma originale coincidesse col tornare a parti di sé e della propria vita rimosse (“In tedesco sono una bambina sporca e spaventata. In inglese sono una donna nervosa e raffinata”, dice una sua paziente). Ci siamo chiesti: un polilingue o un poliglotta quali diverse parti di sé e quale memoria affida alle diverse lingue che conosce?
Gli immigrati spesso, per motivi pratici o per “mimetizzarsi” meglio, cambiano il proprio nome e lo italianizzano. Il rumeno lonel diventa Nello, la polacca lwona diventa Giovanna. Psicologicamente questo per loro cosa comporta?
«Un piccolo terremoto interno. A volte il nome gliviene cambiato d'imperio ed è il primo loro contatto con la nuova terra: diventano stranieri a se stessi. Ma è anche molto destabilizzante trovarsi in un inondo in cui vedi oggetti familiari e li senti chiamare con nomi diversi da quelli cui sei abituato. È la tematica che poi spinge lo straniero, quando diventa genitore, a chiedersi: a mio figlio in quale lingua è meglio che parli? Mi ricordo di una collega indiana, che viveva in Gran Bretagna, e mi raccontava il suo dispiacere perché non conosceva in inglese le parole affettuose con cui, in hindi, avrebbe saputo coccolare la sua bambina. Ma l'hindi, purtroppo, se lo proibiva, perché aveva paura di traumatizzare o di confondere la sua piccola». Molti bambini hanno ormai, dai primissimi mesi di vita, una tata che parla loro anche nella sua lingua. È un rischio o una ricchezza? «Dipende dal contesto. Se è armonioso sarà un bene. La domanda da farci, in questi casi, è: in quale situazione impariamo una nuova lingua? C'è chi l'ha imparata per colpa di un esilio o una guerra e ne ha vissuto l'uso come una privazione. Ma c'è chi, come Elias Canetti, ha “amato” la sua nuova lingua, il tedesco. E c'è chi, come Samuel Beckett, ha odiato e abbandonato la sua lingua materna così come odiava sua madre».
Avere un inconscio “babelico”, allora, è una ricchezza?
«Le neuroscienze dicono che il polilinguismo e il poliglottismo accrescono enormemente l'uso delle nostre facoltà cerebrali. Si dilata il significato che annettiamo alle parole e, allargandosi il significato, si arricchisce la nostra esperienza umana. ». La psicoanalisi è la cura della parola. C'è voluto quasi un secolo, però, perché degli studiosi si chiedessero quale lingua parla l'inconscio. «In realtà, fin dall'inizio della storia della psicoanalisi qualcuno si era avventurato a esplorare questo argomento, ma in modo frammentario. Sandor Ferenczi, uno tra i primi e tra più noti allievi di Freud, per esempio, notava come certe parole oscene ci siano interdette nella nostra lingua madre, mentre le usiam assoluta disinvoltura in una lingua a sita, dove non portano con sé il peso la loro radice concreta, corporea e in di sensazioni, quasi “allucinatoria”.: tre negli anni Trenta Edmund Stenge vava come sia più facile imparare un gua in una fase di regressione. Abbiamo notato, nel nostro lavoro, dei fatti che hanno colpito la nostra attenzione: cosa significa quando un paziente, nel corso di una seduta, comincia a esprimersi in lingua diversa da quella del setting? E perché, potendo scegliere, c'è chi opta per un analista che parla una lingua diversa la propria originale? Quali resistenze, o quali libertà inedite, favorisce l'uso idioma diverso dalla lingua madre? Quale il ruolo di esperienze infantili traumatiche, di migrazione e separazione? Questi i punti di partenza. Poi la ricerca è durata dieci anni. II nostro interesse si è riacceso di recente e così è nata questa edizione aggiornata – non solo in virtù degli sviluppi neuroscientifici, ma anche di fronte all'incedere della globalizzazione, e con essa di certi fenomeni paradossali: “vediamo” in tempo reale cosa succede in paesi completamente diversi dal nostro (la televisione ci porta in casa la guerra in Iraq) , ma quando andiamo di persona in un paese dietro l'angolo, in Spagna o in Francia, torna in gioco il linguaggio e ci accorgiamo di quanto non capiamo».
Lei stessa, dottoressa Mehler, da ebrea ha visssuto la diaspora. Nel libro regala un racconto in prima persona di un'infanzia in America latina, dove approdò quando aveva tre anni, in una famiglia dove si parlavano correntemente quattro lingue: francese, spagnolo, tedesco e yiddish. Quanto ha influito nel suo interesse per questo studio?
«In casa tutti mescolavamo le lingue e per me parlare o pensare in più lingue era abi- tuale. Ma dietro la naturalità dei multilingui si celano talvolta vicende difensive che coinvolgono la memoria, le migrazioni e le separazioni. Non saprei dire quale fosse la mia vera lingua materna. Quello che so è quello che mi è successo nella mia vita adulta tuale con la lingua tedesca: oltre a pensare che non sarei mai andata in Germania, parlavo il tedesco soltanto con i miei genitori. Il mio tedesco era un linguaggio infantile, familiare, e non lo volevo scambiare con i tedeschi. Quando, per motivi di lavoro, sono stata costretta ad andare in Germania, parlavo ostinatamente inglese proprio come il protagonista dell'”Amico ritrovato” di Fred Ulhman. Ma capitava spesso che dei tedeschi giovani, sapendo che ero ebrea, si scusassero con me perle colpe dei loro padri e la mia ostinazione mi sembrò crudele. Così, cominciando ad avere amici in Germania, tramite loro ho recuperato to questa lingua».



[addsig]



3 Commenti

Info_LI
Info_LI

<DIV id=RTEmultiCSSID ><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1 align=center> Do you speak inconscio?</H1><TABLE height=161 cellSpacing=0 cellPadding=0 width=171 align=left vspace="0" hspace="0"><TBODY><TR><TD vAlign=top align=left height=161>Neurologi e psicologi<BR>spiegano cosa<BR>accade nel cervello<BR>quando ascoltiamo<BR>o parliamo un'altra<BR>lingua. E perché<BR>questo ci fa bene<BR><B>colloquio con J. Amati</B><BR><B>Mehler di M. Serena Pallori</B><BR></TD></TR></TBODY></TABLE><BR><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 align=left vspace="0" hspace="0"><TBODY><TR><TD vAlign=top align=left>I<BR></TD></TR></TBODY></TABLE><P align=justify><BR clear=all>Immaginate di essere sul lettino dell'analista: sentite affiorare un frammento perduto di ricordo, oppure percepite limpidamente una sensazione che fino a quel momento era fastidiosamente ambigua, così cercate le parole che tireranno fuori questa "cosa" dal pozzo nero dell'inconscio, ma in quel momento vi ricordate che siete in un paese straniero e che il vostro medico non capisce la vostra lingua madre. Sembra un incubo? In realtà, è la situazione in cui si trova chiunque, in esilio, emigrato o espatriato per i motivi più diversi, decida, nel nuovo luogo di residenza, di affrontare una psicoterapia. E, psicoanalisi a parte, è la condizione psicologica delle decine di milioni di migranti che, nel pianeta, quotidianamente si trovano a dover esprimere contenuti affettivi, l'amore, la rabbia, la compassione, la delusione, la paura, in una lingua che non hanno imparato dalla culla. In una lingua che per loro non è”madre”. Quanto di questi sentimenti si perde nella traduzione? "La Babele dell'inconscio", scritto da tre psicoanalisti freudiani, Jacqueline Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri, è il libro che nel1990 si avventurò per primo, in modo sistematico, in questo continente: il rapporto tra l'inconscio e i linguaggi, quando il soggetto è polilingue (impara a parlare contemporaneamente in più di una lingua) o è poliglotta (ha imparato altre lingue in seguito). Ma in questi 15 anni, la globalizzazione, da un lato, e le neuroscienze,dall’altro hanno imposto un'accelerazione a questo tipo di studi. E ora "La Babele dell’inconscio” torna in libreria in un'edizione aggiornata (con una prefazione di Otto F. Kernberg e un’introduzione di Tullio De Mauro Raffaello Cortina editore). Perché, oltre allo psicologo, ora un altro attore è entrato nella scena dei linguaggi: il neuroscienziato con le sue mappe cerebrali che fotografano l’organo principe nell'atto di apprendere, parlare o ascoltare un'altra lingua e aprono un campo ancora per molti versi inedito: la linguistica neurologica. Come cambia la scena? Ne abbiamo parlato con Jacqueline Amati Mehler.<BR><STRONG>Dottoressa Mehler, che posto occupa la lingua madre nel nostro inconscio? E che posto occupano le altre lingue?</STRONG><BR>« Dal punto di vista delle funzioni cerebrali, ci sono differenze nell'uso di una lingua appresa in contemporanea con la facoltà stessa del linguaggio e di una lingua, invece, imparata dopo? I<BR>neuroscienziati hanno condotto degli esperimenti e hanno riscontrato quali diverse zone si illuminino, nei due emisferi cerebrali, se ascoltiamo la nostra lingua madre o un'altra lingua. Ancor prima di recepire il significato delle parole, il ritmo e la musicalità si sono rivelati fondamentali nel precoce riconoscimento delle diverse lingue, attivando nel nostro cervello zone diverse. Le neuroscienze, insomma, riscontrano sul piano fisico la complessità affettiva e psicologica che si nasconde dietro l'uso di una lingua. E alcune ricerche documentano come, dal sesto mese di gravidanza, il feto sia in grado di recepire suoni - e voci - dal mondo esterno.<BR><B>Questo è quanto ci dice la scienza.</B><BR>«Abbiamo poi raccolto delle esperienze interessantissime sulla memoria e sulla rimozione. Già negli anni Cinquanta uno psicoanalista americano di origine viennese, Ralph Greenson, si era accorto come, in alcuni pazienti per i quali l'inglese era una lingua acquisita, tornare al proprio idioma originale coincidesse col tornare a parti di sé e della propria vita rimosse ("In tedesco sono una bambina sporca e spaventata. In inglese sono una donna nervosa e raffinata", dice una sua paziente). Ci siamo chiesti: un polilingue o un poliglotta quali diverse parti di sé e quale memoria affida alle diverse lingue che conosce?<BR><STRONG>Gli immigrati spesso, per motivi pratici o per "mimetizzarsi" meglio, cambiano il proprio nome e lo italianizzano. Il rumeno lonel di</STRONG><STRONG>venta Nello, la polacca lwona diventa Giovanna. Psicologicamente questo per loro cosa comporta?</STRONG><BR>«Un piccolo terremoto interno. A volte il nome gliviene cambiato d'imperio ed è il primo loro contatto con la nuova terra: diventano stranieri a se stessi. Ma è anche molto destabilizzante trovarsi in un inondo in cui vedi oggetti familiari e li senti chiamare con nomi diversi da quelli cui sei abituato. È la tematica che poi spinge lo straniero, quando diventa genitore, a chiedersi: a mio figlio in quale lingua è meglio che parli? Mi ricordo di una collega indiana, che viveva in Gran Bretagna, e mi raccontava il suo dispiacere perché non conosceva in inglese le parole affettuose con cui, in hindi, avrebbe saputo coccolare la sua bambina. Ma l'hindi, purtroppo, se lo proibiva, perché aveva paura di traumatizzare o di confondere la sua piccola». <B>Molti bambini hanno ormai, dai primissimi mesi di vita, una tata che parla loro anche nella sua lingua. È un rischio o una ricchezza? </B>«Dipende dal contesto. Se è armonioso sarà un bene. La domanda da farci, in questi casi, è: in quale situazione impariamo una nuova lingua? C'è chi l'ha imparata per colpa di un esilio o una guerra e ne ha vissuto l'uso come una privazione. Ma c'è chi, come Elias Canetti, ha "amato" la sua nuova lingua, il tedesco. E c'è chi, come Samuel Beckett, ha odiato e abbandonato la sua lingua materna così come odiava sua madre».<BR><B>Avere un inconscio "babelico", allora, è una ricchezza?</B><BR>«Le neuroscienze dicono che il polilinguismo e il poliglottismo accrescono enormemente l'uso delle nostre facoltà cerebrali. Si dilata il significato che annettiamo alle parole e, allargandosi il significato, si arricchisce la nostra esperienza umana. ». <B>La psicoanalisi è la cura della parola. C'è voluto quasi un secolo, però, perché degli studiosi si chiedessero quale lingua parla l'inconscio</B>. «In realtà, fin dall'inizio della storia della psicoanalisi qualcuno si era avventurato a esplorare questo argomento, ma in modo frammentario. Sandor Ferenczi, uno tra i primi e tra più noti allievi di Freud, per esempio, notava come certe parole oscene ci siano interdette nella nostra lingua madre, mentre le usiam assoluta disinvoltura in una lingua a sita, dove non portano con sé il peso la loro radice concreta, corporea e in di sensazioni, quasi "allucinatoria".: tre negli anni Trenta Edmund Stenge vava come sia più facile imparare un gua in una fase di regressione. Abbiamo notato, nel nostro lavoro, dei fatti che hanno colpito la nostra attenzione: cosa significa quando un paziente, nel corso di una seduta, comincia a esprimersi in lingua diversa da quella del setting? E perché, potendo scegliere, c'è chi opta per un analista che parla una lingua diversa la propria originale? Quali resistenze, o quali libertà inedite, favorisce l'uso idioma diverso dalla lingua madre? Quale il ruolo di esperienze infantili traumatiche, di migrazione e separazione? Questi i punti di partenza. Poi la ricerca è durata dieci anni. II nostro interesse si è riacceso di recente e così è nata questa edizione aggiornata - non solo in virtù degli sviluppi neuroscientifici, ma anche di fronte all'incedere della globalizzazione, e con essa di certi fenomeni paradossali: "vediamo" in tempo reale cosa succede in paesi completamente diversi dal nostro (la televisione ci porta in
casa la guerra in Iraq) , ma quando andiamo di persona in un paese dietro l'angolo, in Spagna o in Francia, torna in gioco il linguaggio e ci accorgiamo di quanto non capiamo».<BR><B>Lei stessa, dottoressa Mehler, da ebrea ha visssuto la diaspora. Nel libro regala un racconto in prima persona di un'infanzia in America latina, dove approdò quando aveva tre anni, in una famiglia dove si parlavano correntemente quattro lingue: francese, spagnolo, tedesco e yiddish. Quanto ha influito nel suo interesse per questo studio?</B><BR>«In casa tutti mescolavamo le lingue e per me parlare o pensare in più lingue era abi- tuale. Ma dietro la naturalità dei multilingui si celano talvolta vicende difensive che coinvolgono la memoria, le migrazioni e le separazioni. Non saprei dire quale fosse la mia vera lingua materna. Quello che so è quello che mi è successo nella mia vita adulta tuale con la lingua tedesca: oltre a pensare che non sarei mai andata in Germania, parlavo il tedesco soltanto con i miei genitori. Il mio tedesco era un linguaggio infantile, familiare, e non lo volevo scambiare con i tedeschi. Quando, per motivi di lavoro, sono stata costretta ad andare in Germania, parlavo ostinatamente inglese proprio come il protagonista dell'"Amico ritrovato" di Fred Ulhman. Ma capitava spesso che dei tedeschi giovani, sapendo che ero ebrea, si scusassero con me perle colpe dei loro padri e la mia ostinazione mi sembrò crudele. Così, cominciando ad avere amici in Germania, tramite loro ho recuperato to questa lingua». <BR><B><BR clear=all></B><STRONG> </STRONG><BR><STRONG> </STRONG><BR></P><A href="http://aygum.com/"></A></DIV>[addsig]

Info_LI
Info_LI

<DIV id=RTEmultiCSSID ><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1 align=center> Do you speak inconscio?</H1><TABLE height=161 cellSpacing=0 cellPadding=0 width=171 align=left vspace="0" hspace="0"><TBODY><TR><TD vAlign=top align=left height=161>Neurologi e psicologi<BR>spiegano cosa<BR>accade nel cervello<BR>quando ascoltiamo<BR>o parliamo un'altra<BR>lingua. E perché<BR>questo ci fa bene<BR><B>colloquio con J. Amati</B><BR><B>Mehler di M. Serena Pallori</B><BR></TD></TR></TBODY></TABLE><BR><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 align=left vspace="0" hspace="0"><TBODY><TR><TD vAlign=top align=left>I<BR></TD></TR></TBODY></TABLE><P align=justify><BR clear=all>Immaginate di essere sul lettino dell'analista: sentite affiorare un frammento perduto di ricordo, oppure percepite limpidamente una sensazione che fino a quel momento era fastidiosamente ambigua, così cercate le parole che tireranno fuori questa "cosa" dal pozzo nero dell'inconscio, ma in quel momento vi ricordate che siete in un paese straniero e che il vostro medico non capisce la vostra lingua madre. Sembra un incubo? In realtà, è la situazione in cui si trova chiunque, in esilio, emigrato o espatriato per i motivi più diversi, decida, nel nuovo luogo di residenza, di affrontare una psicoterapia. E, psicoanalisi a parte, è la condizione psicologica delle decine di milioni di migranti che, nel pianeta, quotidianamente si trovano a dover esprimere contenuti affettivi, l'amore, la rabbia, la compassione, la delusione, la paura, in una lingua che non hanno imparato dalla culla. In una lingua che per loro non è”madre”. Quanto di questi sentimenti si perde nella traduzione? "La Babele dell'inconscio", scritto da tre psicoanalisti freudiani, Jacqueline Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri, è il libro che nel1990 si avventurò per primo, in modo sistematico, in questo continente: il rapporto tra l'inconscio e i linguaggi, quando il soggetto è polilingue (impara a parlare contemporaneamente in più di una lingua) o è poliglotta (ha imparato altre lingue in seguito). Ma in questi 15 anni, la globalizzazione, da un lato, e le neuroscienze,dall’altro hanno imposto un'accelerazione a questo tipo di studi. E ora "La Babele dell’inconscio” torna in libreria in un'edizione aggiornata (con una prefazione di Otto F. Kernberg e un’introduzione di Tullio De Mauro Raffaello Cortina editore). Perché, oltre allo psicologo, ora un altro attore è entrato nella scena dei linguaggi: il neuroscienziato con le sue mappe cerebrali che fotografano l’organo principe nell'atto di apprendere, parlare o ascoltare un'altra lingua e aprono un campo ancora per molti versi inedito: la linguistica neurologica. Come cambia la scena? Ne abbiamo parlato con Jacqueline Amati Mehler.<BR><STRONG>Dottoressa Mehler, che posto occupa la lingua madre nel nostro inconscio? E che posto occupano le altre lingue?</STRONG><BR>« Dal punto di vista delle funzioni cerebrali, ci sono differenze nell'uso di una lingua appresa in contemporanea con la facoltà stessa del linguaggio e di una lingua, invece, imparata dopo? I<BR>neuroscienziati hanno condotto degli esperimenti e hanno riscontrato quali diverse zone si illuminino, nei due emisferi cerebrali, se ascoltiamo la nostra lingua madre o un'altra lingua. Ancor prima di recepire il significato delle parole, il ritmo e la musicalità si sono rivelati fondamentali nel precoce riconoscimento delle diverse lingue, attivando nel nostro cervello zone diverse. Le neuroscienze, insomma, riscontrano sul piano fisico la complessità affettiva e psicologica che si nasconde dietro l'uso di una lingua. E alcune ricerche documentano come, dal sesto mese di gravidanza, il feto sia in grado di recepire suoni - e voci - dal mondo esterno.<BR><B>Questo è quanto ci dice la scienza.</B><BR>«Abbiamo poi raccolto delle esperienze interessantissime sulla memoria e sulla rimozione. Già negli anni Cinquanta uno psicoanalista americano di origine viennese, Ralph Greenson, si era accorto come, in alcuni pazienti per i quali l'inglese era una lingua acquisita, tornare al proprio idioma originale coincidesse col tornare a parti di sé e della propria vita rimosse ("In tedesco sono una bambina sporca e spaventata. In inglese sono una donna nervosa e raffinata", dice una sua paziente). Ci siamo chiesti: un polilingue o un poliglotta quali diverse parti di sé e quale memoria affida alle diverse lingue che conosce?<BR><STRONG>Gli immigrati spesso, per motivi pratici o per "mimetizzarsi" meglio, cambiano il proprio nome e lo italianizzano. Il rumeno lonel di</STRONG><STRONG>venta Nello, la polacca lwona diventa Giovanna. Psicologicamente questo per loro cosa comporta?</STRONG><BR>«Un piccolo terremoto interno. A volte il nome gliviene cambiato d'imperio ed è il primo loro contatto con la nuova terra: diventano stranieri a se stessi. Ma è anche molto destabilizzante trovarsi in un inondo in cui vedi oggetti familiari e li senti chiamare con nomi diversi da quelli cui sei abituato. È la tematica che poi spinge lo straniero, quando diventa genitore, a chiedersi: a mio figlio in quale lingua è meglio che parli? Mi ricordo di una collega indiana, che viveva in Gran Bretagna, e mi raccontava il suo dispiacere perché non conosceva in inglese le parole affettuose con cui, in hindi, avrebbe saputo coccolare la sua bambina. Ma l'hindi, purtroppo, se lo proibiva, perché aveva paura di traumatizzare o di confondere la sua piccola». <B>Molti bambini hanno ormai, dai primissimi mesi di vita, una tata che parla loro anche nella sua lingua. È un rischio o una ricchezza? </B>«Dipende dal contesto. Se è armonioso sarà un bene. La domanda da farci, in questi casi, è: in quale situazione impariamo una nuova lingua? C'è chi l'ha imparata per colpa di un esilio o una guerra e ne ha vissuto l'uso come una privazione. Ma c'è chi, come Elias Canetti, ha "amato" la sua nuova lingua, il tedesco. E c'è chi, come Samuel Beckett, ha odiato e abbandonato la sua lingua materna così come odiava sua madre».<BR><B>Avere un inconscio "babelico", allora, è una ricchezza?</B><BR>«Le neuroscienze dicono che il polilinguismo e il poliglottismo accrescono enormemente l'uso delle nostre facoltà cerebrali. Si dilata il significato che annettiamo alle parole e, allargandosi il significato, si arricchisce la nostra esperienza umana. ». <B>La psicoanalisi è la cura della parola. C'è voluto quasi un secolo, però, perché degli studiosi si chiedessero quale lingua parla l'inconscio</B>. «In realtà, fin dall'inizio della storia della psicoanalisi qualcuno si era avventurato a esplorare questo argomento, ma in modo frammentario. Sandor Ferenczi, uno tra i primi e tra più noti allievi di Freud, per esempio, notava come certe parole oscene ci siano interdette nella nostra lingua madre, mentre le usiam assoluta disinvoltura in una lingua a sita, dove non portano con sé il peso la loro radice concreta, corporea e in di sensazioni, quasi "allucinatoria".: tre negli anni Trenta Edmund Stenge vava come sia più facile imparare un gua in una fase di regressione. Abbiamo notato, nel nostro lavoro, dei fatti che hanno colpito la nostra attenzione: cosa significa quando un paziente, nel corso di una seduta, comincia a esprimersi in lingua diversa da quella del setting? E perché, potendo scegliere, c'è chi opta per un analista che parla una lingua diversa la propria originale? Quali resistenze, o quali libertà inedite, favorisce l'uso idioma diverso dalla lingua madre? Quale il ruolo di esperienze infantili traumatiche, di migrazione e separazione? Questi i punti di partenza. Poi la ricerca è durata dieci anni. II nostro interesse si è riacceso di recente e così è nata questa edizione aggiornata - non solo in virtù degli sviluppi neuroscientifici, ma anche di fronte all'incedere della globalizzazione, e con essa di certi fenomeni paradossali: "vediamo" in tempo reale cosa succede in paesi completamente diversi dal nostro (la televisione ci porta in
casa la guerra in Iraq) , ma quando andiamo di persona in un paese dietro l'angolo, in Spagna o in Francia, torna in gioco il linguaggio e ci accorgiamo di quanto non capiamo».<BR><B>Lei stessa, dottoressa Mehler, da ebrea ha visssuto la diaspora. Nel libro regala un racconto in prima persona di un'infanzia in America latina, dove approdò quando aveva tre anni, in una famiglia dove si parlavano correntemente quattro lingue: francese, spagnolo, tedesco e yiddish. Quanto ha influito nel suo interesse per questo studio?</B><BR>«In casa tutti mescolavamo le lingue e per me parlare o pensare in più lingue era abi- tuale. Ma dietro la naturalità dei multilingui si celano talvolta vicende difensive che coinvolgono la memoria, le migrazioni e le separazioni. Non saprei dire quale fosse la mia vera lingua materna. Quello che so è quello che mi è successo nella mia vita adulta tuale con la lingua tedesca: oltre a pensare che non sarei mai andata in Germania, parlavo il tedesco soltanto con i miei genitori. Il mio tedesco era un linguaggio infantile, familiare, e non lo volevo scambiare con i tedeschi. Quando, per motivi di lavoro, sono stata costretta ad andare in Germania, parlavo ostinatamente inglese proprio come il protagonista dell'"Amico ritrovato" di Fred Ulhman. Ma capitava spesso che dei tedeschi giovani, sapendo che ero ebrea, si scusassero con me perle colpe dei loro padri e la mia ostinazione mi sembrò crudele. Così, cominciando ad avere amici in Germania, tramite loro ho recuperato to questa lingua». <BR><B><BR clear=all></B><STRONG> </STRONG><BR><STRONG> </STRONG><BR></P><A href="http://aygum.com/"></A></DIV>[addsig]

Info_LI
Info_LI

<DIV id=RTEmultiCSSID ><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1> </H1><H1 align=center> Do you speak inconscio?</H1><TABLE height=161 cellSpacing=0 cellPadding=0 width=171 align=left vspace="0" hspace="0"><TBODY><TR><TD vAlign=top align=left height=161>Neurologi e psicologi<BR>spiegano cosa<BR>accade nel cervello<BR>quando ascoltiamo<BR>o parliamo un'altra<BR>lingua. E perché<BR>questo ci fa bene<BR><B>colloquio con J. Amati</B><BR><B>Mehler di M. Serena Pallori</B><BR></TD></TR></TBODY></TABLE><BR><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 align=left vspace="0" hspace="0"><TBODY><TR><TD vAlign=top align=left>I<BR></TD></TR></TBODY></TABLE><P align=justify><BR clear=all>Immaginate di essere sul lettino dell'analista: sentite affiorare un frammento perduto di ricordo, oppure percepite limpidamente una sensazione che fino a quel momento era fastidiosamente ambigua, così cercate le parole che tireranno fuori questa "cosa" dal pozzo nero dell'inconscio, ma in quel momento vi ricordate che siete in un paese straniero e che il vostro medico non capisce la vostra lingua madre. Sembra un incubo? In realtà, è la situazione in cui si trova chiunque, in esilio, emigrato o espatriato per i motivi più diversi, decida, nel nuovo luogo di residenza, di affrontare una psicoterapia. E, psicoanalisi a parte, è la condizione psicologica delle decine di milioni di migranti che, nel pianeta, quotidianamente si trovano a dover esprimere contenuti affettivi, l'amore, la rabbia, la compassione, la delusione, la paura, in una lingua che non hanno imparato dalla culla. In una lingua che per loro non è”madre”. Quanto di questi sentimenti si perde nella traduzione? "La Babele dell'inconscio", scritto da tre psicoanalisti freudiani, Jacqueline Amati Mehler, Simona Argentieri e Jorge Canestri, è il libro che nel1990 si avventurò per primo, in modo sistematico, in questo continente: il rapporto tra l'inconscio e i linguaggi, quando il soggetto è polilingue (impara a parlare contemporaneamente in più di una lingua) o è poliglotta (ha imparato altre lingue in seguito). Ma in questi 15 anni, la globalizzazione, da un lato, e le neuroscienze,dall’altro hanno imposto un'accelerazione a questo tipo di studi. E ora "La Babele dell’inconscio” torna in libreria in un'edizione aggiornata (con una prefazione di Otto F. Kernberg e un’introduzione di Tullio De Mauro Raffaello Cortina editore). Perché, oltre allo psicologo, ora un altro attore è entrato nella scena dei linguaggi: il neuroscienziato con le sue mappe cerebrali che fotografano l’organo principe nell'atto di apprendere, parlare o ascoltare un'altra lingua e aprono un campo ancora per molti versi inedito: la linguistica neurologica. Come cambia la scena? Ne abbiamo parlato con Jacqueline Amati Mehler.<BR><STRONG>Dottoressa Mehler, che posto occupa la lingua madre nel nostro inconscio? E che posto occupano le altre lingue?</STRONG><BR>« Dal punto di vista delle funzioni cerebrali, ci sono differenze nell'uso di una lingua appresa in contemporanea con la facoltà stessa del linguaggio e di una lingua, invece, imparata dopo? I<BR>neuroscienziati hanno condotto degli esperimenti e hanno riscontrato quali diverse zone si illuminino, nei due emisferi cerebrali, se ascoltiamo la nostra lingua madre o un'altra lingua. Ancor prima di recepire il significato delle parole, il ritmo e la musicalità si sono rivelati fondamentali nel precoce riconoscimento delle diverse lingue, attivando nel nostro cervello zone diverse. Le neuroscienze, insomma, riscontrano sul piano fisico la complessità affettiva e psicologica che si nasconde dietro l'uso di una lingua. E alcune ricerche documentano come, dal sesto mese di gravidanza, il feto sia in grado di recepire suoni - e voci - dal mondo esterno.<BR><B>Questo è quanto ci dice la scienza.</B><BR>«Abbiamo poi raccolto delle esperienze interessantissime sulla memoria e sulla rimozione. Già negli anni Cinquanta uno psicoanalista americano di origine viennese, Ralph Greenson, si era accorto come, in alcuni pazienti per i quali l'inglese era una lingua acquisita, tornare al proprio idioma originale coincidesse col tornare a parti di sé e della propria vita rimosse ("In tedesco sono una bambina sporca e spaventata. In inglese sono una donna nervosa e raffinata", dice una sua paziente). Ci siamo chiesti: un polilingue o un poliglotta quali diverse parti di sé e quale memoria affida alle diverse lingue che conosce?<BR><STRONG>Gli immigrati spesso, per motivi pratici o per "mimetizzarsi" meglio, cambiano il proprio nome e lo italianizzano. Il rumeno lonel di</STRONG><STRONG>venta Nello, la polacca lwona diventa Giovanna. Psicologicamente questo per loro cosa comporta?</STRONG><BR>«Un piccolo terremoto interno. A volte il nome gliviene cambiato d'imperio ed è il primo loro contatto con la nuova terra: diventano stranieri a se stessi. Ma è anche molto destabilizzante trovarsi in un inondo in cui vedi oggetti familiari e li senti chiamare con nomi diversi da quelli cui sei abituato. È la tematica che poi spinge lo straniero, quando diventa genitore, a chiedersi: a mio figlio in quale lingua è meglio che parli? Mi ricordo di una collega indiana, che viveva in Gran Bretagna, e mi raccontava il suo dispiacere perché non conosceva in inglese le parole affettuose con cui, in hindi, avrebbe saputo coccolare la sua bambina. Ma l'hindi, purtroppo, se lo proibiva, perché aveva paura di traumatizzare o di confondere la sua piccola». <B>Molti bambini hanno ormai, dai primissimi mesi di vita, una tata che parla loro anche nella sua lingua. È un rischio o una ricchezza? </B>«Dipende dal contesto. Se è armonioso sarà un bene. La domanda da farci, in questi casi, è: in quale situazione impariamo una nuova lingua? C'è chi l'ha imparata per colpa di un esilio o una guerra e ne ha vissuto l'uso come una privazione. Ma c'è chi, come Elias Canetti, ha "amato" la sua nuova lingua, il tedesco. E c'è chi, come Samuel Beckett, ha odiato e abbandonato la sua lingua materna così come odiava sua madre».<BR><B>Avere un inconscio "babelico", allora, è una ricchezza?</B><BR>«Le neuroscienze dicono che il polilinguismo e il poliglottismo accrescono enormemente l'uso delle nostre facoltà cerebrali. Si dilata il significato che annettiamo alle parole e, allargandosi il significato, si arricchisce la nostra esperienza umana. ». <B>La psicoanalisi è la cura della parola. C'è voluto quasi un secolo, però, perché degli studiosi si chiedessero quale lingua parla l'inconscio</B>. «In realtà, fin dall'inizio della storia della psicoanalisi qualcuno si era avventurato a esplorare questo argomento, ma in modo frammentario. Sandor Ferenczi, uno tra i primi e tra più noti allievi di Freud, per esempio, notava come certe parole oscene ci siano interdette nella nostra lingua madre, mentre le usiam assoluta disinvoltura in una lingua a sita, dove non portano con sé il peso la loro radice concreta, corporea e in di sensazioni, quasi "allucinatoria".: tre negli anni Trenta Edmund Stenge vava come sia più facile imparare un gua in una fase di regressione. Abbiamo notato, nel nostro lavoro, dei fatti che hanno colpito la nostra attenzione: cosa significa quando un paziente, nel corso di una seduta, comincia a esprimersi in lingua diversa da quella del setting? E perché, potendo scegliere, c'è chi opta per un analista che parla una lingua diversa la propria originale? Quali resistenze, o quali libertà inedite, favorisce l'uso idioma diverso dalla lingua madre? Quale il ruolo di esperienze infantili traumatiche, di migrazione e separazione? Questi i punti di partenza. Poi la ricerca è durata dieci anni. II nostro interesse si è riacceso di recente e così è nata questa edizione aggiornata - non solo in virtù degli sviluppi neuroscientifici, ma anche di fronte all'incedere della globalizzazione, e con essa di certi fenomeni paradossali: "vediamo" in tempo reale cosa succede in paesi completamente diversi dal nostro (la televisione ci porta in
casa la guerra in Iraq) , ma quando andiamo di persona in un paese dietro l'angolo, in Spagna o in Francia, torna in gioco il linguaggio e ci accorgiamo di quanto non capiamo».<BR><B>Lei stessa, dottoressa Mehler, da ebrea ha visssuto la diaspora. Nel libro regala un racconto in prima persona di un'infanzia in America latina, dove approdò quando aveva tre anni, in una famiglia dove si parlavano correntemente quattro lingue: francese, spagnolo, tedesco e yiddish. Quanto ha influito nel suo interesse per questo studio?</B><BR>«In casa tutti mescolavamo le lingue e per me parlare o pensare in più lingue era abi- tuale. Ma dietro la naturalità dei multilingui si celano talvolta vicende difensive che coinvolgono la memoria, le migrazioni e le separazioni. Non saprei dire quale fosse la mia vera lingua materna. Quello che so è quello che mi è successo nella mia vita adulta tuale con la lingua tedesca: oltre a pensare che non sarei mai andata in Germania, parlavo il tedesco soltanto con i miei genitori. Il mio tedesco era un linguaggio infantile, familiare, e non lo volevo scambiare con i tedeschi. Quando, per motivi di lavoro, sono stata costretta ad andare in Germania, parlavo ostinatamente inglese proprio come il protagonista dell'"Amico ritrovato" di Fred Ulhman. Ma capitava spesso che dei tedeschi giovani, sapendo che ero ebrea, si scusassero con me perle colpe dei loro padri e la mia ostinazione mi sembrò crudele. Così, cominciando ad avere amici in Germania, tramite loro ho recuperato to questa lingua». <BR><B><BR clear=all></B><STRONG> </STRONG><BR><STRONG> </STRONG><BR></P><A href="http://aygum.com/"></A></DIV>[addsig]

You need or account to post comment.