Articolo 1: in Italia si parla italiano. Ora lo dice anche Francesco Sabatini.

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Articolo 1: in Italia si parla italiano.
«Sia scritto nella Costituzione». L’impegno dell’Accademia della Crusca.

di Stefano Grassi.

MEGLIO il Politecnico di Milano che vorrebbe adottare l’inglese come lingua ufficiale per corsi ed
esami – e già l’avrebbe fatto se non l`avess’bloccato il Tar della Lombardia -, o quello di Torino che impone l’ottima conoscenza dell’inglese agli iscritti mentre chi preferisce seguire i corsi in italiano deve pagare una tassa extra?
Potrà apparire strano, ma il Belpaese, che tutela le minoranze etnolinguistiche, non ha alcun dispositivo legislativo né un articolo della Costituzione che imponga la lingua di Dante e di Petrarca come idioma nazionale.
«E un fatto davvero anomalo su cui oggi che la nostra lingua è seriamente minacciata dall’inglese
globale sarebbe necessario intervenire. Va sancito in Costituzione, così come fanno altre carte fondamentali come la francese o la spagnola!». Quella per l’italiano lingua nazionale è una battaglia
che Francesco Sabatini, linguista, filologo e lessicografo, presidente onorario dell’Accademia
della Crusca, combatte da anni e che è tornata d’attualità grazie a un convegno di altissimo
livello che s’è tenuto al Cnr, “Il potere della lingua. Politica linguistica e valori costituzionali”.
Professor Sabatini, come nasce questo paradosso?
«Bisogna andare indietro negli anni e considerare cosa volevano fare e non fare i padri costituenti
quando hanno messo nero su bianco nella nostra Carta il Tricolore, ma non hanno parlato della
lingua che ci unisce. Il fatto, ritengono alcuni, è che un chiaro riferimento all’italiano come lingua nazionale poteva richiamare troppo i valori aborriti di un certo nazionalismo vivo nella retorica fascista. Anche se poi, dicono altri, il fatto che si parli di minoranze linguistiche è un’affermazione, per contrasto, della predominanza dell’italiano come lingua nazionale. Ma resta il fatto che, sia o non sia scritto in Costituzione, l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica. Si tratta di chiedersi se non sia opportuno il richiamo esplicito in un articolo della Costituzione, garantendo così diritti e
doveri per cittadini e istituzioni».
Però, di fronte a scelte come quelle messe in campo dagli atenei di Milano e Torino, non si può non chiedersi se non sia necessario proporre ai nostri studenti una formazione che li aiuti a competere sul mercato globale.
«Prima di tutto va considerata la complessità e l’importanza di questi problemi, cosa che ora non accade quando qualcuno decide dall’oggi al domani di trasformare un’università italiana in un luogo dove i corsi si tengono solo in inglese. Nel mio intervento, intitolato “La lingua non è un cavo telefonico” spiego che la lingua non è un puro veicolo. Ma poi ci sono anche molti altri fattori da considerare: prima il diritto di ogni italiano di potersi esprimere nel proprio Paese in lingua italiana e, soprattutto, di poter comprendere ogni comunicazione istituzionale a lui rivolta. Ma poi c’è anche una considerazione più banale da fare: perché uno studente italiano dovrebbe seguire un corso di ingegneria in un inglese tenuto da un italiano, un inglese di serie b. A quel punto il corso se lo va a seguire a Londra o a San Francisco. Insomma, che senso ha che si parli tra italiani una lingua straniera che limita di fatto le potenzialità comunicative?».
Dunque una politica linguistica?
«Lo so che regolare per legge gli usi linguistici non ha senso. Stabilire per legge il congiuntivo sarebbe una sciocchezza. Ma quello che intendo è un’altra cosa: tutelare a livello nazionale ed europeo l’italiano, consapevoli che la lingua è materia così complessa che pensare di farne un vestito che si toglie osi mette o un cavo telefonico sarebbe un errore grave».

L’italiano è parlato dal 13% dei cittadini europei come lingua madre e dal 3% come seconda
lingua, per un totale di 72 milioni di persone nell’Unione Europea.
(Fonte: Eurobarometro1
(Da La Nazione, 7/4/2014).

 




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