Arte e tecnica del doppiaggio italiano

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RISPONDE SERGIO ROMANO

QUANDO IL DOPPIAGGIO È MEGLIO DEI SOTTOTITOLI

Alcuni giorni fa un lettore scriveva che in Portogallo hanno la fortuna di vedere i film nella lingua originale e quindi di poter migliorare il loro inglese. La stessa cosa l’ho osservata in Paesi come Danimarca e Svezia ma, contrariamente al lettore, ho pensato fosse dovuto al fatto che con un mercato molto limitato (quei Paesi hanno una popolazione di pochi milioni di abitanti) non trovavano economico procedere alla traduzione. Quale ritiene che sia il vero motivo? Cesare Scotti cesare.scotti@libero.it

Caro Scotti,
Cercherò di rispondere a una domanda che è per molti aspetti il necessario complemento di quella contenuta nella sua lettera. Perché i sottotitoli non hanno mai avuto grande fortuna nella distribuzione italiana di film stranieri? Perché le sale italiane in cui si proiettano film in lingua originale sono sempre state rare e condannate a una vita stentata? È probabile che la ragione, agli inizi, fosse l’incompleta alfabetizzazione della società nazionale. Il pubblico preferiva ascoltare piuttosto che leggere e i distributori erano convinti che un film sottotitolato avrebbe conquistato un numero minore di spettatori. Ma questo handicap italiano ha avuto l’effetto di creare sin dagli anni Trenta una delle migliori industrie del doppiaggio. In Francia i film doppiati circolano soprattutto nella provincia e sono realizzati con voci monotone, prive di qualsiasi originalità. In Russia, in Polonia e in altri Paesi dell’Europa centro-orientale, il doppiaggio è realizzato da voci che si sovrappongono ai dialoghi originali e hanno l’effetto di renderli incomprensibili.In Italia, invece, il doppiaggio è al tempo stesso arte e tecnica. Il traduttore dei dialoghi deve misurare attentamente i tempi delle singole battute e adattare le parole italiane, per quanto possibile, ai movimenti della bocca dei personaggi. Gli attori italiani che prestano le loro voci ad attori stranieri non sono quasi mai freddi, monotoni, didascalici. Si immedesimano nel loro «gemello», aggiustano il suo stile ai gusti italiani ma ne preservano l’originalità, gli danno una voce che diventerà in Italia la sua, contribuiscono al suo successo. Per gli italiani la voce di Humphrey Bogart nei suoi film migliori («Casablanca», «Il grande sonno» «Il tesoro della Sierra Madre», «L’isola di corallo», «Il mistero del falco») sarà sempre quella di Bruno Persa. E la voce di Woody Allen sarà quella di Oreste Lionello. Non dimentichi infine, caro Scotti, il contributo che il neorealismo italiano ha dato alla nascita di una fiorente industria del doppiaggio. Molti film neo-realisti sono stati realizzati in ambienti naturali senza la «giraffa» del sonoro e con attori tratti dalla strada che occorreva doppiare. Insomma dobbiamo una eccellente industria del doppiaggio a due caratteristiche – la incompleta alfabetizzazione del Paese sino alla fine della seconda guerra mondiale e gli attori non professionali – che in altri Paesi sarebbero state considerate un handicap.
(Dal Corriere della Sera, 6/3/2011).




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