Arriveremo ad usare l’inglese con il nostro medico?

Posted on 16 febbraio 2018 in Politica e lingue 17 vedi

Arriveremo ad usare l’inglese con il nostro medico?

Caro Beppe Severgnini, ritengo indispensabile, a prescindere dalle materie studiate, che una università moderna offra interi corsi di laurea, o almeno una parte delle lezioni, anche o solo in inglese, ma che da questo si passi ad una università pubblica che offra esclusivamente corsi di laurea in inglese mi sembra eccessivo, e pericoloso per il futuro della nostra lingua. Non tutto si traduce in italiano, per ovvie ragioni, ma questo non impedisce (almeno per ora) agli esperti di discutere la corrente ricerca scientifica in lingua italiana. Se però cominciamo a dire che si può discutere di ingegneria a livello avanzato solo in inglese, che cosa seguirà? La matematica? La medicina? L’economia? Arriveremo tra trenta, cinquanta, o cento anni a dover usare l’inglese con il nostro medico, con il nostro commercialista, con l’architetto che sta progettando la nostra casa? E cosa sarà l’italiano a quel punto, solo un dialetto parlato in famiglia? Dove in Europa si ricorre a misure così drastiche? Vivo in Svezia. Praticamente tutti gli svedesi parlano un inglese fluente, e gli insegnamenti tenuti in inglese certo non mancano, eppure anche per le materie tecnico-scientifiche, la quasi totalità delle lauree triennali e un gran numero di master biennali sono offerti in svedese, oppure esistono in doppia versione, svedese e inglese. E questo non nuoce alle università a livello di graduatorie internazionali (3 università nelle top 100) non scoraggia la presenza di studenti, ricercatori e professori stranieri in Svezia e non impedisce agli ingegneri e scienziati svedesi di lavorare altrove. Se la Svezia, con 10 milioni di abitanti, ritiene importante mantenere lo svedese come lingua di insegnamento superiore, perché anche in Italia non possiamo difendere l’italiano senza essere accusati di essere retrogradi e oscurantisti? Cordialmente,
Daria Lucrezia Peruffo , d.l.peruffo@gmail.com

italians.corriere.it | 16.2.2018




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