Argentina: Macri promette ai popoli indigeni la restituzione delle loro terre

Mauricio Macri

Il presidente appena eletto in Argentina,Mauricio Macri, a pochi giorni dal ballottaggio che lo ha portato, grazie ad una manciata di voti in più rispetto al suo avversario, ad occupare la massima carica dello Stato, ha promesso alle popolazioni autoctone di restituire le terre a loro sottratte dal governatore della provincia di Formosa, Gildo Insfrán. Durante l’incontro con il leader della protesta, Félix Díaz, durato circa 25 minuti, Macri ha firmato un contratto che contempla l’avvio del dialogo e la cessione delle terre nelle mani dei popoli originari e all’Istituto di Asuntos Indígenas. 

Ed è lì, lungo il famoso viale 9 de Julio, ad alcuni metri dall’Obelisco, a Buenos Aires, sotto un clima gradevole che preannuncia l’intensa estate della capitale, che siamo andati per toccare con mano questa ingiusta e spietata realtà che le popolazioni native affrontano quotidianamente, supportati dalla solidarietà di quei cittadini sensibili che portano loro cibo, acqua ed indumenti. Arrivati sul posto, i rappresentanti aborigeni ci hanno accolto con educazione e rispetto, all’interno di un tendone colmo di sofferenza, dolore e pianto, al suono della loro antica musica impegnati a vendere i loro prodotti artigianali. Epifanio, uno dei leader ci ha raccontato in brevi parole perché sono lì e cosa rivendicano.   

Perché siete qui?

Noi siamo qui da 9 mesi per reclamare le terre delle popolazioni indigene che il governatore di Formosa, da tempo sta sottraendo alle quattro comunità.

Vuole dire che vi stanno cacciando dal vostro territorio?
Sì.  

Chi vi sta cacciando?  
Il governatore di Formosa, Gildo Insfrán. Le comunità che stanno partecipando alla protesta sono Qom, Pilagá, Wichí e Nivaclé, nonostante parliamo lingue differenti, ci siamo uniti per riappropriarci del nostro territorio.  

Per quale motivo vi vogliono mandare via?   

Vogliono le terre degli indigeni per venderle ad altri Paesi, alle multinazionali e aziende private. Ecco la ragione per cui lottiamo da tempo. Loro ci dicono che noi non lavoriamo, ma non è vero, se non lavoriamo è perché ci mancano gli strumenti.  Noi viviamo del lavoro nella nostra terra.   

E perché vi siete accampati a Buenos Aires?  
Perché dal nostro habitat non possiamo risolvere il problema che viviamo. Allora siamo venuti a manifestare qui, per appellarci alla presidenza e trovare una soluzione, ma sono trascorsi già 9 mesi e non abbiamo avuto alcuna risposta. Chiediamo udienza e non ci ascoltano.  

Lo avete sollecitato alla presidenta Cristina Kirchner e adesso vi rivolgete al nuovo presidente Mauricio Macri?  
Sì, la settimana scorsa è venuto Mauricio Macri qui da noi e si è trattenuto all’accampamento. Ci ha promesso – firmando alcune carte – la restituzione di tutte le terre alle popolazioni indigene.

Quindi lei ha già la promessa dal nuovo presidente che vi restituirà le terre?  
Sì, è così. Noi stiamo aspettando che ci consegnino gli attestati di proprietà dei territori.   

E voi gli credete?
Noi non siamo politici, né facciamo parte di alcun partito politico, siamo qui unicamente per una nostra rivendicazione e qualunque politico si avvicini a noi sarà il benvenuto. Per adesso l’unico che si è avvicinato è stato lui, Macri.

Che rapporto avete con la terra, perché la amate così tanto?  
Molti di noi non hanno un lavoro stipendiato, viviamo della terra, di quello che seminiamo. Per noi lei è la nostra Madre terra.   

Il giudice Juan Alberto Rambaldo, presente anche lui all’incontro, ha chiesto:
 

La sentenza dettata dalla Corte Suprema che ratifica la restituzione di tutte le terre alle popolazioni autoctone riguarda anche voi o unicamente le popolazioni del Sud?   

Probabilmente riguarda tutti. Domani si terrà il terzo summit delle popolazioni originarie, una riunione generale, e sarà uno dei temi da trattare.   

È importante, perché la sentenza della Corte Suprema deve riguardare tutte le popolazioni autoctone.   

Sì, deve abbracciarle tutte. Il nostro problema maggiore è che non abbiamo attestati di proprietà, e quindi fanno quello che vogliono con noi. C’è molta gente che non ha neppure documenti di identità, come i fratelli di Nivaclé, perché il governatore non glieli dà.  

Sappiamo che vi stanno ammazzando ed a molti sono stati dati dei documenti che poi sono stati loro rubati.
Sì, è così. E c’è così tanta impunità, che durante le elezioni vengono presentati come aventi diritto al voto documenti di persone già decedute, in questo modo vincono sempre loro, o fanno dei documenti ai paraguaiani che vengono qui e votano  per il politico di turno. Ecco perché vincono sempre le elezioni.   

In ogni nazione del mondo, soprattutto in quelle del sud, ci sono popoli autoctoni che vivono da tempi ancestrali in queste terre, popoli flagellati ed uccisi dall’uomo bianco che afferma di essere democratico e libero, che piange per gli attentati terroristici a Parigi, mentre annienta intere popolazioni indigene senza alcuna compassione. Oggi, nel 2015, nessuno parla della persecuzione e dell’annientamento dell’Occidente contro i popoli spogliati dalle loro terre, condannandoli ad una morte più lenta, sottile e violenta di quella delle armi: la condanna all’autodistruzione.   

Ci auguriamo che l’ingegnere Mauricio Macri, nella sua nuova carica, non rimanga indifferente come lo è stato fino ad oggi, quando era sindaco di Buenos Aires, l’unica misura presa fino ad oggi per affrontare questa situazione è stata interrompere il rifornimento di acqua potabile al fine di boicottare la protesta. Forse il senso di responsabilità lo porterà a rispettare la parola data e che finalmente possa terminare la protesta delle comunità native.

Cosa risponde il presidente eletto ingegner Mauricio Macri? Darà le terre ai suoi fratelli argentini o li lascerà morire lentamente  ed inesorabilmente in una lotta senza fine?

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