Argentina, l’altro volto del paese dei Kirchner con la lotta secolare degli indigeni in difesa della loro terra.

Argentina, l’altro volto del paese dei Kirchner con la lotta secolare degli indigeni in difesa della loro terra.

L’enorme Argentina al di là dell’Area Metropolitana, una landa che è che è un mondo parallelo in cui sopravvive un occulto colonialismo interno, all’origine di acute tensioni sociali. Un “altro” popolo: quello oborigeno che da 500 anni rivendica la sua esistenza.

di VIRGINIA NEGRO.

Buenos Aires. La Gran Buenos Aires. Una conurbazione che ospita un terzo dell’intera popolazione argentina. La città dal volto creolo, la più europea di tutto il sudamerica, il cui cuore è attraversato da sontuosi viali punteggiati da eleganti caffé e palazzi hausmanniani. Una capitale che dopo il 2001 è diventata il simbolo del grande miracolo economico. Durante il governo dei Kirchner, con Nestor prima e con Cristina poi, il paese è risorto in tempi record uscendo dal tunnel della crisi politico – finanziaria che fece collassare la presidenza di Fernando De La Rua, il quale se la svignò con una rocambolesca e indimenticabile fuga in elicottero.

La bandiera dei Diritti Umani che sventolò. Dopo il dichiarato stato di emergenza fu Nestor Kirchner a prendere il comando: gli stipendi si alzarono, si ridusse il debito nazionale e si avviarono politiche progressiste tra cui il matrimonio egualitario. Senza dimenticare che sin dal principio tra le bandiere dei coniugi Kirchner sventolò alta quella dei Diritti Umani. Grazie all’abolizione delle leggi di amnistia siglate dai precedenti governi di Alfonsin e Menem, che impedivano i processi contro i militari accusati di sequestri e omicidi durante la dittatura, la Campora, altro nome di battesimo del kirchnerismo, si è conquistata il favore delle Madri e Nonne della Plaza de Mayo.

Le altre facce da conoscere. Tuttavia una visione ravvicinata mostra come la realtà sia caleidoscopica. Esiste un’enorme Argentina al di là dell’Area Metropolitana, una landa che è un mondo parallelo in cui sopravvive un occulto colonialismo interno, all’origine di acute tensioni sociali. Dove esplode la rabbia di un “altro” popolo: quello indigena che da 500 anni rivendica la sua esistenza. Considerati estinti dalla storia officiale, o al massimo come stereotipati vestigi esotici, il contributo degli indios al processo creativo del paese è invisibile ab urbe condita. Non è un caso che gli abitanti della metropoli si riconoscano nel leitmotiv porteño: Nosotros, los argentinos venimos de los barcos. Insomma, se i messicani discendono dagli aztechi, gli argentini dalle navi.

Il furto delle terre ai nativi. L’espoliazione delle terre ai nativi, le politiche di sfollamento e smembramento delle famiglie aborigene non entrano fra i temi caldi dell’agenda politica né tanto meno mediatica dell’Argentina contemporanea. Ne è un esempio l’indifferenza che circonda le cicliche proteste degli abitanti del Chaco, una provincia del Nord dove convivono differenti etnie aborigene: Whichi, Quom e Mocovies. Da più di un mese centinaia di persone occupano la Plaza de Mayo chiedendo di essere ricevute dal Capo di Gabinetto Jorge Capitanich, ex governatore della stessa provincia, quest’anno rimpiazzato da Juan Carlos Bacileff Ivanoff. Entrambi fedelissimi del kirchnerismo.

Disponibile solo acqua piovana, non potabile. I manifestanti del Chaco pretendono risposte ai gravi problemi dei loro territori; stiamo parlando di mancanza di acqua potabile e della completa assenza di un’attenzione medica di prima necessità. Nello specifico, spiega Mercedes “La Mecha” Sanchez, una dirigente indigena in sciopero della fame da 32 giorni, è stato eliminato il servizio di distribuzione di acqua potabile, e l’acqua disponibile è quindi piovana o contaminata perché proveniente da pozzi sporchi. Un gruppo di persone ha reagito bloccando una delle arterie stradali principali, la Ruta 3 di Pampa del Indio, e la risposta è stata una brutale repressione poliziale: 7 dirigenti indigena detenuti e una decina di feriti.

Un genocidio silenzioso. La regione del Chaco non è l’unica a soffrire questa situazione. Le équipe di Medici Senza Frontiere e di organizzazioni internazionali come UNICEF denunciano le gravi condizioni di denutrizione in varie popolazioni concentrate soprattutto nel nord, nelle province di Salta e Formosa. Le organizzazioni rurali e indigena, come La Federacion Nacional Campesina e il Movimiento Pueblos Originarios parlano di un genocidio silenzioso, che compromette la sopravvivenza delle varie comunità. Tra le misure per rinvigorire l’economia post-crisi c’è l’espansione dell’industria agroalimentare su vasta scala, la vastità di campi coltivati a soia ne è un esempio lampante. Difatti, con la legalizzazione della soia transgenica nel 1996 più di metà del paese si è prestato alla coltura del legume. L’espansione massiva di questo commercio ha richiesto nuove terre: la diretta conseguenza è stata lo sloggiamento, quasi sempre violento.

L’esodo continuo verso le città. Per i contadini e gli indigena i costi sociali della crescita del mercato sono stati devastanti, e la loro strategia di resistenza è spesso stata l’occupazione delle terre. Una scelta non facile, visto che solo negli ultimi tre anni ha causato decine di morti dovuti ai violenti scontri con le istituzioni e la forza di polizia locale. Cercare di trasformare il sistema appellandosi a strumenti internazionali in difesa dei diritti umani è ancora ad oggi un’utopia. Dichiarazioni come quella dell’ONU del 2007 che protegge i diritti territoriali dei Popoli Indigena non sono state rispettate da nessun governo di nessuna provincia. Sempre più spesso l’alternativa è migrare verso i grandi centri urbani, come spiega l’antropologo dell’Università di Buenos Aires Sebastian Valverde, sottolineando la vastità del fenomeno. Così si formano conglomerati denominati villas, ovvero baraccopoli dove continua a mancare l’acqua potabile, oltre all’igiene pubblica e idonei sistemi di fognatura.

Ma quale “miracolo economico”? Si può quindi continuare a parlare di miracolo economico argentino? Il dubbio si insinua. Il paese ha aumentato la quantità delle esportazioni, ma ci si chiede a che, o forse sarebbe più corretto dire a chi, serve quando migliaia di persone stanno letteralmente morendo di fame. Contemporaneamente il governo di Cristina Kirchner ha creato strumenti giuridici per preservare la diversità culturale delle comunità originarie, come il Piano Nazionale contro la Discriminazione approvato come Decreto 169, che prevede il bilinguismo nelle scuole, o la celebre riforma mediatica che eliminando il monopolio dei mezzi di informazione stabilisce una quota di partecipazione ad hoc per i collettivi indigena.

La difesa del patrimonio aborigeno. Durante la coordinazione dell’incontro Mesa regional de pueblos indigenas para derechos humanos di qualche settimana fa, svoltosi San Pedro, nella provincia di Buenos Aires, si sta per l’appunto filmando un documentario sui popoli originari. Il set è L’antigal il primo Centro Indigena del paese dove si difende e preserva il patrimonio culturale aborigeno, e l’anfitriona è Clara Romero, una Quom, che mi racconta orgogliosa delle varie attività del Centro in associazione col Comune. Tra gli invitati alla tavola rotonda c’è Mario Valdez, della comunità Guaranì Ivy Imemby, che chiede fondi per poter fondare una radio propria, mentre Simon Moral della comunità Qom Marcos Paz descrive il progetto municipale del suo centro che richiede un ampliamento di una ventina di alloggi.

L’orgoglio indigeno della comunità. La giovanissima Natalia Hochea viene dalla provincia di Cordoba per riscattare l’orgoglio indigena della comunità Comechingon, vittima di annosi episodi di razzismo. Le loro sono tutte richieste legittime, ma molto distanti da quelle dell’accampamento permanente davanti alla Casa Rosada, che denunciano le condizioni di vita disumane patite dagli abitanti delle regioni nel profondo nord. Alcune mattine dopo l’incontro a SanPedro trovo nella posta elettronica gli ultimi aggiornamenti fotografici sulle rivolte di Juarez, provincia di Formosa. Un ragazzo wichi di 11 anni, Nazareno Chavez, colpito al ginocchio da un’arma da fuoco: la comunità accusa la polizia. Per forza di cose una domanda sorge spontanea: lo stesso governo che difende i diritti umani violati nel passato 1976 sta davvero garantendo i diritti fondamentali all’alimentazione, alla sanità e all’educazione nell’odierno 2014?
(Da repubblica.it, 29/4/2014).

 




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