Arcangeli: «Se perdiamo le parole perdiamo le idee»

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Il direttore dell’Osservatorio sulla lingua sui rischi della povertà lessicale

Non è puntiglio formale fine a se stesso: a non prendere sul serio le parole, ci vanno di mezzo anche i contenuti, persino della politica. Questo, semplificandolo all’osso, è il pensiero del linguista Massimo Arcangeli, preoccupato per l’impoverimento lessicale del nostro linguaggio. Lui, professore ordinario a Cagliari e direttore dell’Osservatorio sulla lingua italiana, insieme alla casa editrice Zanichelli è tra i primi sostenitori dell’iniziativa che si batte per salvare i vocaboli italiani a rischio estinzione.Il depauperamento lessicale può avere ricadute sulla politica?

Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica c’è stata una semplificazione del linguaggio politico e i politici dagli anni ’90 in poi si sono avvicinati di più ai cittadini. La semplificazione però, specialmente in politica, corre il pericolo di diventare semplicismo, negli ultimi anni soprattutto. È un inganno sottile, perché quando non si affrontano argomenti politici con la dovuta complessità e quando li si affida, dall’una e dall’altra parte, all’efficacia di uno slogan, il rischio è che sfuggano le sfumature, con il risultato di una falsata contrapposizione manichea tra le idee.Dunque, il “Rem tene verba sequentur” (se possiedi l’argomento le parole verranno da sé) degli antichi non è del tutto esatto…

Non proprio. È d’altronde piuttosto chiaro a tutti che spesso i media non favoriscono la democrazia linguistica, che dovrebbe far sì che il pensiero arrivi forte e chiaro in ogni suo snodo complesso. Penso, per esempio, alla televisione, i cui tempi rapidi costringono perlopiù gli stessi politici a ridurre drasticamente, a mo’ di pillole verbali, un ragionamento che poi a chi lo ascolta arriva in un modo ovviamente contorto, o in forma di slogan, che per sua stessa natura si presta a tutta una serie di fraintendimenti. E poi via le reciproche sciabolate che conosciamo bene e certo non favoriscono un’efficace comunicazione reale.C’è un responsabile di questo impoverimento di vocabolario?

Parlerei, piuttosto, di corresponsabilità, perché responsabili lo siamo un po’ tutti. Di conseguenza,ciascuno di noi potrebbe fare qualcosa: dovremmo, per esempio, recuperare anche dal punto di vista della produzione verbale quello che i latini definivano otium e che scaturisce dalla capacità di assimilare lentamente ciò che si legge e si ascolta, trovando il tempo per lasciarlo sedimentare. Se tutti ci fermassimo a riflettere un po’ di più su ciò che ci accade quotidianamente – non necessariamente questioni politiche – e cercassimo di esprimerci con maggiore precisione e pacatezza, già sarebbe importante. Comunque, i primi a doversi impegnare a non semplificare troppo il messaggio sono innanzitutto i mezzi di comunicazione di massa, che dovrebbero cercare di non veicolare un’informazione, innanzitutto politica, troppo rapida e superficiale, ed evitare la concentrazione eccessiva del messaggio. Un ruolo molto importante, poi, l’hanno anche l’editoria, la scuola media inferiore e superire e l’università.Certi test linguistici somministrati agli studenti danno risultati avvilenti. Hanno un po’ di colpe anche i ragazzi?

I giovani non vanno criminalizzati. I test sono innanzitutto cartina di tornasole a uso e consumo delle scuole: perché sono queste, l’università inclusa, che dovrebbero interrogarsi sui loro ragazzi, con responsabilità. I problemi della lingua non possono essere imputati ai codici espressivi utilizzati dalle nuove generazioni: una comunicazione verbale giovanile esiste da tutto il ’900 e i giovani sono giustamente consapevoli di avere a disposizione uno strumento agile, che evidentemente risponde anche a caratteristiche di rapidità e informalità. Quello che è importante è che la scuola insegni ai ragazzi l’esistenza di usi linguistici differenti, funzionali al contesto, e conseguentemente la capacità di utilizzare i registri adeguati.L’evoluzione linguistica è un processo fisiologico: possiamo fare qualcosa per far sì che avvenga nel modo più corretto possibile?

Sì. Per esempio, impegnandoci affinché la progressiva semplificazione linguistica che nell’ultima ventina d’anni sta riguardando le lingue romanze non diventi semplicismo. A cominciare dal recupero delle parole della nostra lingua: non i termini desueti, ma quelli importanti, che esprimono la nostra cultura e racchiudono le nostre radici. Sono quelli che i ragazzi devono tornare a utilizzare. Quando ci serviamo di una comunicazione spicciola, che passa per l’utilizzo di 2-3mila parole, perdiamo tante nostre componenti, non solo linguistiche, ma anche storiche, tradizionali, letterarie.E come?

Per esempio dalla casa editrice Zanichelli è stato indetto, per i ragazzi di elementari e medie, il concorso Salva Parola, per spronarli a utilizzare un lessico che magari non ricordano nemmeno più, aiutandoli a contestualizzarlo.Vuole farci un esempio di parola senza la quale la comunicazione sarebbe definitivamente più povera?

Il vocabolo abominio, per esempio. È una parola forte, importante, scomoda alle volte. Da salvare assolutamente. Troppo spesso i giovani non la ricordano, e con lei rischiano di cadere nel dimenticatoio anche tutti i dolorosi elementi storici che le sono connessi. Ecco, le parole da salvare sono quelle che esprimono un pensiero che deve essere preservato, per motivi storico-culturali prima ancora che cognitivi. Vocaboli che si collegano a universi semantici che riflettono segmenti della nostra storia individuale e collettiva che non possiamo fare scomparire.12 febbraio 2010

di Cecilia Moretti

FONTE: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=4198&Cat=1&I=immagini/Foto%20A-C/arcang_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Cultura&Codi_Cate_Arti=28&Page=1




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