Arabo e italiano nelle moschee

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Mario Scialoja, rappresentante della lega musulmana mondiale

“E’ urgente un albo italiano dei predicatori”

di Alessandro Franzi

L’elenco di imam indagati o espulsi negli ultimi anni dall’Italia fa una certa impressione, benché il loro numero sia poi di gran lunga inferiore a quello complessivo. “Un calcolo ufficiale ne indica oggi più di 750, nel Paese”, dice Mario Scialoja rappresentante in Italia della Lega musulmana mondiale. Scialoja si è convertito nel 1987 all’islam, dopo essere stato ambasciatore italiano all’Onu. Lo ha studiato, l’islam, ed è anche un esperto di questioni internazionali…

Torniamo indietro, per fare chiarezza: che figura è l’imam?

“Parliamo dell’islam sannita, l’85% degli islamici nel mondo: l’imam non fa parte di un clero, dunque una gerarchia. E’ una persona che, all’interno della singola comunità, si ritiene virtuosa, che conosce il Corano e fa una predica. Ma la sua, durante la preghiera, è solo una funzione di direttore di orchestra”.

E’ forte il pregiudizio, in Italia, verso queste comunità?

“Purtroppo l’opinione pubblica italiana tende a generalizzare. Il problema potrebbe essere affrontato istituendo un albo italiano degli imam, che faccia uno screening di chi va a occupare queste posizioni”.

C’è chi chiede anche d’imporre la lingua italiana per le prediche spesso accusate di nascondere propaganda anti-occidentale.

“Imporre l’italiano sarebbe autoritario, perché molti immigrati appena arrivati non capirebbero. Un buon modo è invece far sì che si usi in parte l’arabo e in parte l’italiano: quando vado alla moschea di New York a pregare succede proprio così con l’inglese. Quello che è certo è che non si può impedire di praticare il proprio culto, a nessuno…”.

(Da La Nazione, 19/8/2008).

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